Lecco, 25 Aprile: festa partecipata. ''La memoria continui a farci da bussola''
Memoria che non sia solo memoria, ma insegnamento per l’oggi e per il domani, una bussola alla quale continuare a fare riferimento. Coincidenti (con qualche distinguo), le orazioni ufficiali per la festa della Liberazione celebrata questa mattina a Lecco.

Ed è perché la memoria continui a essere presente e a segnare le nostre giornata che nella strade della città siano posate pietre di inciampo a ricordare i deportati mai tornati, targhe sui luoghi della Resistenza (l'ultima proprio in questi giorni allo stadio comunale), l’intitolazione di strade come quella già programmata per il prossimo 16 maggio quando il piazzale antistante la sede sindacale di Cgil e Cisl in via Besonda sarà dedicata a Pinon Galbani, l’operaio arrestato e deportato dopo gli scioperi del 7 marzo 1944 e che, tornato a casa tra i pochi, fino alla morte avvenuta nel 2016 ha raccontato ai giovani la propria esperienza.

Le celebrazioni sono cominciate, come consuetudine, con la messa celebrata dal prevosto, monsignor Bortolo Uberti, al santuario della Vittoria. Don Bortolo a esordito con una citazione di Padre David Maria Turoldo: «La liberazione è sempre un miraggio da realizzarsi ogni giorno e ogni uomo, soprattutto ogni cristiano, deve ritenersi sempre resistente».
Il sacerdote ha dunque proseguito sottolineando come il 25 aprile non debba essere solo momento di ricordo, anche se il ricordo sono le radici di una società, ma occasione per chiedersi quali siano i nostri compiti e le nostre responsabilità, cosa significhi oggi essere resistente, così come lo è anche Dio che resiste alla superbia e dà grazia agli umili. Ecco, dunque, che di fronte alla prepotenza che oggi dilaga come un’inondazione ed è causa di conflitti planetari, condominiali e famigliari, occorre resistere alla superbia ed essere umili, perché è più difficile scendere dal piedistallo. Serve dedizione agli altri e non affermazione di sé, così come papa Leone ha invitato all’impegno per il bene comune.

In ciascuno di noi – ha detto ancora il prevosto – si nascondono tratti violenti. Bisogna chiedersi, come Pietro, qual è il diavolo che ci divora. Diavolo significa colui che divide, colui che calunnia. È pertanto necessario resistere a tutto ciò che genera divisioni in città come in famiglia. Sono necessarie unità e convivialità, ricordandosi che la religione non può giustificare guerre, che Dio non può fomentare la violenza, che occorre tessere trame di riconciliazione e gettare semi di perdono. Citando, a tal proposito, Francesco Bolis (sarto e antifascista lecchese arrestato per una delazione) che, dopo il ritorno della libertà, ha continuato a far visita al presunto delatore ormai infermo, portando così con sé il perdono. Un invito a resistere alle divisioni per costruire una società fraterna e una città umile e riconciliata.
Dopo la funzione religiosa, si è snodato il consueto corteo, molto partecipato, con una piccola modifica di percorso per aggirare la piazza Garibaldi occupata dai mercatini francesi.

Prima di raggiungere largo Montenero, tappa davanti al municipio per la lettura delle motivazioni dell’assegnazione alla nostra città della medaglia d’argento al valor militare per i meriti resistenziali da parte di uno studente della scuola Enaip, Davide Alessandrino. Poi, il momento di raccoglimento davanti alle lapidi dei Caduti durante la lotta di liberazione davanti al liceo scientifico, appunto in largo Montenero, e quindi conclusione in piazza Cermenati per le orazioni ufficiali.

Il sindaco Mauro Gattinoni ha ricordato gli anniversari di quest’anno: gli ottant’anni della Repubblica, ma anche gli ottant’anni delle prime elezioni libere, quelle per eleggere il primo sindaco di Lecco dell’Italia libera, i cinquant’anni dell’assegnazione della medaglia d’argento da parte dell’allora presidente della Camera Sandro Pertini, «un’onorificenza che continua a ricordarci da quale parte della Storia abbiamo voluto stare e da quale parte vogliamo continuare a stare».

Un impegno confermato dalla posa delle pietre di inciampo e dall’intitolazione di tre grandi spazi cittadini a figure della Resistenza: il piazzale della ''Piccola'' a Riccardo Cassin, quello della funivia per Erna a Francesca ''Vera'' Ciceri e prossimamente quello dei sindacati a Pino Galbani.

Il primo cittadino è poi passato a riflettere sui motivi per cui un popolo intero, si sia trovato dentro il fascismo: «Il regime – ha messo ancora una volta in guardia – non si è presentato improvvisamente, ma si è insinuato lentamente. La storia ci insegna che la democrazia si logora dall’interno, piano piano, quando per esempio non reagisce di fronte a un principio che viene meno. Anche di fronte alle guerre, all’inizio si resta sbalorditi, poi finiamo con l’abituarci ai linguaggi di odio, arriviamo quasi a normalizzarli. Ma quando il dibattito si impoverisce e involgarisce, quando l’avversario viene ridicolizzato, la verità manipolata, le istituzioni diventano un ostacolo, allora fermiamoci. È lì che la democrazia comincia a indebolirsi e allora si inserisce il tarlo del populismo e della demagogia sventolando soluzioni facili che semplicemente non esistono. Perché la realtà è complessa e quando la politica rinuncia alla complessità tradisce la democrazia. E oggi con i social siamo più esposti ai veleni, alle formule a buon mercato: «Noi, cittadini lecchesi del 25 aprile 2026 siamo partigiani della Costituzione. Amare la democrazia è amare la complessità. La democrazia vive della vita delle persone concrete, di chi prende scelte per gli altri, di chi si assume le responsabilità nei momenti difficili: la fascia tricolore on appartiene a chi l’indossa, ma alla città, è un impegno a servire la propria città».
Gattinoni ha poi ricordato il primo sindaco lecchese dell’Italia repubblicana, il socialista Giuseppe Mauri e la figura di Ugo Bartesaghi che gli successe dopo le elezioni del 1948 del quale ricorrono i cinquant’anni dalla morte in circostanze tragiche: «Fu uomo grande della nostra città, ma anche esempio della nostra fragilità di uomini.»
Il sindaco ha poi concluso ricordando il gemellaggio di Lecco con Betlemme e la tragedia di Gaza: «La città di Lecco ribadisce la propria scelta per la pace affinché venga presto anche il loro 25 aprile.»

È poi intervenuto il vicepresidente provinciale Mattia Micheli che ha inizialmente parlato di “festa della libertà” e non “liberazione” aggiungendo anch’egli che il 25 aprile non è solo memoria e che il nostro compito non sia solo commemorare, perché Resistenza e Liberazione non appartengono al passato ma ci interrogano ogni giorno.

Di fronte ai conflitti, Micheli ha a detto che non possiamo permetterci di considerare acquisti per sempre i diritti e le libertà conquistati 81 anni, parlando di radici e tradizioni “nostre”: innalzare i valori delle nostre terre e cioè la famiglia e la sussidiarietà, tornare al concreto e badare a difendere le nostre radici, le nostre idee e le libertà conquistate nel tempo: «Conquiste come il suffragio universale devono insegnarci a richiamare forme di integrazione che rispettino la nostra storia e la nostra cultura. Non possiamo piegarci a un relativismo generale che dimentichi chi siamo e da dove veniamo. Perché non vi è libertà se non vi è emancipazione e sicurezza per tutti.» E soprattutto è alle radici, quelle della Resistenza ma anche quelle cristiane, a cui occorre fare riferimento per costruire una società più giusta.

Infine, il vicepresidente provinciale ha sottolineato come il 25 aprile non debba essere una festa di una parte, ma festa di tutti gli uomini e le donne liberi, come difendere la libertà sia opporsi all’indifferenza, alla violenza e alla discriminazione, ma anche rivendicare per sé e i propri cari maggiore sicurezza.»

Anche il prefetto Paolo Ponta ha detto che se ci fermassimo alla commemorazione non avremmo centrato il senso di questa festa. Si è richiamato alla celebre frase di Calamandrei sulle radici della Costituzione (andatele a cercare sui monti dove si è combattuto) per dire come siano parole che ci impegnano ancora oggi a trasmettere alle generazioni presenti e future i valori della pace: «Se tornassimo a casa coscienti che quei valori non sono slogan ma qualcosa di vivo ogni giorno, questa festa non sarà passata invano.»

A concludere, il presidente provinciale dell’Anpi (Associazione partigiani) lecchese Enrico Avagnbina. H ricordato tutti coloro che hanno dato il loro contributo alla Liberazione: gli antifascisti, i militari internati, i civili deportato, gli uccisi a Fossoli, gli operai degli scioperi del 1944, la Resistenza armatya e qualla non armata dei preti, delle donne, di coloro che hanno organizzato le reti di sostegno ai partigiani e di fuga dei ricercati; ha ricordato anch’egli il primo voto e le prime tre donne elette in consiglio comunale (Maria Fiocchi, Maria Panzeri Pozzoli, Enrica Bonazzi).

Come Gattinoni, anche Avagnina ha ricordato il sindaco Giuseppe Mauri, evidenziando come i primi provvedimenti di quell’amministrazione si ritrovano negli articoli della Costituzione che si andava scrivendo proprio in quei giorni e che ci dirà quanto siamo riusciti a realizzare e quanto non ancora.
Alla Resistenza – ha proseguito – occorre continuare a guardare come a una bussole oggi che molte forze alimentano sentimenti di divisione e di rifiuto degli altri e che vanno ribaditi i valori fondamentali: la democrazia si fonda su tre elementi principali e cioè la partecipazione, il dialogo e la trasparenza, l’equilibrio tra i poteri. Un modello che sembra essere in difficoltà, oggi che lo sviluppo tecnologico sembra voler privilegiare l’esecutivo, che gli algoritmi propongono soluzioni tecnocratiche opache non necessariamente valide, che magistratura e parlamento sono considerati un ostacolo. Bisogna dunque rimarcare che i valori sociali valgono più di qualsiasi efficientismo, le persone più degli interessi economici, perché non esiste vera libertà senza giustizia economica.

La più grande sfida di oggi – ha detto ancora Avagnina – è la pace, con la guerra in Europa e ai suoi confini: l’attacco della Russia all’Ucraina, degli Stati Uniti e di Israele all’Iran e poi il Libano e la Palestina: «La condanna della guerra prevede un forte impegno per la pace, Purtroppo Europa e Italia vanno in senso contrario, aumentando gli stanziamenti per le armi che sarebbe invece meglio investire in lavoro, istruzione e sanità. «Ma non bisogna credere – la conclusione – a chi ci dice che la guerra è inevitabile.»
Ed è perché la memoria continui a essere presente e a segnare le nostre giornata che nella strade della città siano posate pietre di inciampo a ricordare i deportati mai tornati, targhe sui luoghi della Resistenza (l'ultima proprio in questi giorni allo stadio comunale), l’intitolazione di strade come quella già programmata per il prossimo 16 maggio quando il piazzale antistante la sede sindacale di Cgil e Cisl in via Besonda sarà dedicata a Pinon Galbani, l’operaio arrestato e deportato dopo gli scioperi del 7 marzo 1944 e che, tornato a casa tra i pochi, fino alla morte avvenuta nel 2016 ha raccontato ai giovani la propria esperienza.
Le celebrazioni sono cominciate, come consuetudine, con la messa celebrata dal prevosto, monsignor Bortolo Uberti, al santuario della Vittoria. Don Bortolo a esordito con una citazione di Padre David Maria Turoldo: «La liberazione è sempre un miraggio da realizzarsi ogni giorno e ogni uomo, soprattutto ogni cristiano, deve ritenersi sempre resistente».
Il sacerdote ha dunque proseguito sottolineando come il 25 aprile non debba essere solo momento di ricordo, anche se il ricordo sono le radici di una società, ma occasione per chiedersi quali siano i nostri compiti e le nostre responsabilità, cosa significhi oggi essere resistente, così come lo è anche Dio che resiste alla superbia e dà grazia agli umili. Ecco, dunque, che di fronte alla prepotenza che oggi dilaga come un’inondazione ed è causa di conflitti planetari, condominiali e famigliari, occorre resistere alla superbia ed essere umili, perché è più difficile scendere dal piedistallo. Serve dedizione agli altri e non affermazione di sé, così come papa Leone ha invitato all’impegno per il bene comune.
Don Bortolo Uberti, prevosto di Lecco
In ciascuno di noi – ha detto ancora il prevosto – si nascondono tratti violenti. Bisogna chiedersi, come Pietro, qual è il diavolo che ci divora. Diavolo significa colui che divide, colui che calunnia. È pertanto necessario resistere a tutto ciò che genera divisioni in città come in famiglia. Sono necessarie unità e convivialità, ricordandosi che la religione non può giustificare guerre, che Dio non può fomentare la violenza, che occorre tessere trame di riconciliazione e gettare semi di perdono. Citando, a tal proposito, Francesco Bolis (sarto e antifascista lecchese arrestato per una delazione) che, dopo il ritorno della libertà, ha continuato a far visita al presunto delatore ormai infermo, portando così con sé il perdono. Un invito a resistere alle divisioni per costruire una società fraterna e una città umile e riconciliata.
Dopo la funzione religiosa, si è snodato il consueto corteo, molto partecipato, con una piccola modifica di percorso per aggirare la piazza Garibaldi occupata dai mercatini francesi.
Prima di raggiungere largo Montenero, tappa davanti al municipio per la lettura delle motivazioni dell’assegnazione alla nostra città della medaglia d’argento al valor militare per i meriti resistenziali da parte di uno studente della scuola Enaip, Davide Alessandrino. Poi, il momento di raccoglimento davanti alle lapidi dei Caduti durante la lotta di liberazione davanti al liceo scientifico, appunto in largo Montenero, e quindi conclusione in piazza Cermenati per le orazioni ufficiali.
Il sindaco Mauro Gattinoni ha ricordato gli anniversari di quest’anno: gli ottant’anni della Repubblica, ma anche gli ottant’anni delle prime elezioni libere, quelle per eleggere il primo sindaco di Lecco dell’Italia libera, i cinquant’anni dell’assegnazione della medaglia d’argento da parte dell’allora presidente della Camera Sandro Pertini, «un’onorificenza che continua a ricordarci da quale parte della Storia abbiamo voluto stare e da quale parte vogliamo continuare a stare».
Il sindaco Mauro Gattinoni
Un impegno confermato dalla posa delle pietre di inciampo e dall’intitolazione di tre grandi spazi cittadini a figure della Resistenza: il piazzale della ''Piccola'' a Riccardo Cassin, quello della funivia per Erna a Francesca ''Vera'' Ciceri e prossimamente quello dei sindacati a Pino Galbani.
Il primo cittadino è poi passato a riflettere sui motivi per cui un popolo intero, si sia trovato dentro il fascismo: «Il regime – ha messo ancora una volta in guardia – non si è presentato improvvisamente, ma si è insinuato lentamente. La storia ci insegna che la democrazia si logora dall’interno, piano piano, quando per esempio non reagisce di fronte a un principio che viene meno. Anche di fronte alle guerre, all’inizio si resta sbalorditi, poi finiamo con l’abituarci ai linguaggi di odio, arriviamo quasi a normalizzarli. Ma quando il dibattito si impoverisce e involgarisce, quando l’avversario viene ridicolizzato, la verità manipolata, le istituzioni diventano un ostacolo, allora fermiamoci. È lì che la democrazia comincia a indebolirsi e allora si inserisce il tarlo del populismo e della demagogia sventolando soluzioni facili che semplicemente non esistono. Perché la realtà è complessa e quando la politica rinuncia alla complessità tradisce la democrazia. E oggi con i social siamo più esposti ai veleni, alle formule a buon mercato: «Noi, cittadini lecchesi del 25 aprile 2026 siamo partigiani della Costituzione. Amare la democrazia è amare la complessità. La democrazia vive della vita delle persone concrete, di chi prende scelte per gli altri, di chi si assume le responsabilità nei momenti difficili: la fascia tricolore on appartiene a chi l’indossa, ma alla città, è un impegno a servire la propria città».
Gattinoni ha poi ricordato il primo sindaco lecchese dell’Italia repubblicana, il socialista Giuseppe Mauri e la figura di Ugo Bartesaghi che gli successe dopo le elezioni del 1948 del quale ricorrono i cinquant’anni dalla morte in circostanze tragiche: «Fu uomo grande della nostra città, ma anche esempio della nostra fragilità di uomini.»
Il sindaco ha poi concluso ricordando il gemellaggio di Lecco con Betlemme e la tragedia di Gaza: «La città di Lecco ribadisce la propria scelta per la pace affinché venga presto anche il loro 25 aprile.»
Mattia Micheli, vicepresidente della Provincia di Lecco
È poi intervenuto il vicepresidente provinciale Mattia Micheli che ha inizialmente parlato di “festa della libertà” e non “liberazione” aggiungendo anch’egli che il 25 aprile non è solo memoria e che il nostro compito non sia solo commemorare, perché Resistenza e Liberazione non appartengono al passato ma ci interrogano ogni giorno.
Di fronte ai conflitti, Micheli ha a detto che non possiamo permetterci di considerare acquisti per sempre i diritti e le libertà conquistati 81 anni, parlando di radici e tradizioni “nostre”: innalzare i valori delle nostre terre e cioè la famiglia e la sussidiarietà, tornare al concreto e badare a difendere le nostre radici, le nostre idee e le libertà conquistate nel tempo: «Conquiste come il suffragio universale devono insegnarci a richiamare forme di integrazione che rispettino la nostra storia e la nostra cultura. Non possiamo piegarci a un relativismo generale che dimentichi chi siamo e da dove veniamo. Perché non vi è libertà se non vi è emancipazione e sicurezza per tutti.» E soprattutto è alle radici, quelle della Resistenza ma anche quelle cristiane, a cui occorre fare riferimento per costruire una società più giusta.
Infine, il vicepresidente provinciale ha sottolineato come il 25 aprile non debba essere una festa di una parte, ma festa di tutti gli uomini e le donne liberi, come difendere la libertà sia opporsi all’indifferenza, alla violenza e alla discriminazione, ma anche rivendicare per sé e i propri cari maggiore sicurezza.»
Il prefetto Paolo Ponta
Anche il prefetto Paolo Ponta ha detto che se ci fermassimo alla commemorazione non avremmo centrato il senso di questa festa. Si è richiamato alla celebre frase di Calamandrei sulle radici della Costituzione (andatele a cercare sui monti dove si è combattuto) per dire come siano parole che ci impegnano ancora oggi a trasmettere alle generazioni presenti e future i valori della pace: «Se tornassimo a casa coscienti che quei valori non sono slogan ma qualcosa di vivo ogni giorno, questa festa non sarà passata invano.»
A concludere, il presidente provinciale dell’Anpi (Associazione partigiani) lecchese Enrico Avagnbina. H ricordato tutti coloro che hanno dato il loro contributo alla Liberazione: gli antifascisti, i militari internati, i civili deportato, gli uccisi a Fossoli, gli operai degli scioperi del 1944, la Resistenza armatya e qualla non armata dei preti, delle donne, di coloro che hanno organizzato le reti di sostegno ai partigiani e di fuga dei ricercati; ha ricordato anch’egli il primo voto e le prime tre donne elette in consiglio comunale (Maria Fiocchi, Maria Panzeri Pozzoli, Enrica Bonazzi).
Enrico Avagnina di ANPI
Come Gattinoni, anche Avagnina ha ricordato il sindaco Giuseppe Mauri, evidenziando come i primi provvedimenti di quell’amministrazione si ritrovano negli articoli della Costituzione che si andava scrivendo proprio in quei giorni e che ci dirà quanto siamo riusciti a realizzare e quanto non ancora.
Alla Resistenza – ha proseguito – occorre continuare a guardare come a una bussole oggi che molte forze alimentano sentimenti di divisione e di rifiuto degli altri e che vanno ribaditi i valori fondamentali: la democrazia si fonda su tre elementi principali e cioè la partecipazione, il dialogo e la trasparenza, l’equilibrio tra i poteri. Un modello che sembra essere in difficoltà, oggi che lo sviluppo tecnologico sembra voler privilegiare l’esecutivo, che gli algoritmi propongono soluzioni tecnocratiche opache non necessariamente valide, che magistratura e parlamento sono considerati un ostacolo. Bisogna dunque rimarcare che i valori sociali valgono più di qualsiasi efficientismo, le persone più degli interessi economici, perché non esiste vera libertà senza giustizia economica.
La più grande sfida di oggi – ha detto ancora Avagnina – è la pace, con la guerra in Europa e ai suoi confini: l’attacco della Russia all’Ucraina, degli Stati Uniti e di Israele all’Iran e poi il Libano e la Palestina: «La condanna della guerra prevede un forte impegno per la pace, Purtroppo Europa e Italia vanno in senso contrario, aumentando gli stanziamenti per le armi che sarebbe invece meglio investire in lavoro, istruzione e sanità. «Ma non bisogna credere – la conclusione – a chi ci dice che la guerra è inevitabile.»
D.C.




















