SCAFFALE LECCHESE/305: quando c’era la Vismara tra paternalismo e sindacato

“Affettato misto” potrebbe sembrare un titolo soltanto un po’ faceto, tanto per solleticare la curiosità. E invece rimanda a un “pacchetto” che è simbolo di un’epoca. E cioè quello che uno dei più grandi salumifici italiani per un certo periodo ha distribuito fra i suoi dipendenti: un pacchetto di affettato misto, che era una leccornia da giorno di festa. Si parla della “Vismara” di Casatenovo, azienda che ha segnato quasi un secolo di vita del paese brianzolo e che ormai non c’è più. Come per altre grandi fabbriche della provincia, il dibattito oggi verte sulla riconversione dell’area industriale dismessa che, dopo anni di attese, sembra essere partita. 
CasatenovoVismara1.jpg (19 KB)
Il libro dovrebbe essere “la storia di Giorgio, operaio e sindacalista alla Vismara”: così, almeno recita il sottotitolo. In realtà, è una storia del salumificio casatese. O, meglio, la storia di un paese, di un grande paese della Brianza, cresciuto attorno e grazie alla “sua” azienda e alla famiglia che la guidava. 
copertina.jpg (558 KB)
Autore del libro, uscito nel 2008 per Bibliolavoro (una casa editrice del sindacato Cisl)  è Costantino Corbari che abbiamo già incontrato a proposito dello “Sciopero di Giacomo”. E il Giorgio del sottotitolo è Giorgio Galbusera, operaio della “Vismara”, diventato sindacalista Cisl, lasciando poi la fabbrica per lavorare a tempo pieno nel sindacato anche con incarichi dirigenziali. E se la storia è quella dell’azienda, la si è ricostruita anche attraverso i ricordi di Galbusera, grazie al quale Corbari ha potuto cogliere dettagli importanti che sarebbero sfuggiti a un estraneo qualsiasi. 
Il_giovane_Giorgio_Galbusera.jpg (103 KB)
Il giovane Giorgio Galbusera
Nella prefazione, scrive Aldo Carera, presidente di Bibliolavoro: «L’eventuale foto in copertina avrebbe dovuto essere quella di Giorgio Galbusera, nato, manco a dirlo a Casatenovo. Entrato in fabbrica nel 1964, all’età di sedici anni. (…) Il grande salumificio, le sue vicende, il rapporto con il territorio, la cultura di cui erano portatori i titolari sono visti con gli occhi di un giovane operaio che in quei reparti è cresciuto professionalmente, maturando allo stesso tempo una coscienza sociale che lo ha portato a lasciare l’azienda nel 1979 per impegnarsi nel sindacato.»
Giorgio_Galbusera_sindacalista.jpg (222 KB)
Giorgio Galbusera
Ed eccolo, il primo giorno di lavoro. Che è anche l’incipit: «”Un’ape previdente e operosa al calar della sera si riposa”. Fu la prima cosa che vide al suo ingresso in fabbrica. Una grande scritta che troneggiava sul muro appena superato il portone d’ingresso. Cosa avesse a che fare un’ape coi salami non lo capiva, ma il motto “Labor non clamor” che circondava il marchio, seppure in latino, non aveva bisogno di essere tradotto: lì dentro si andava per lavorare, non per perdere tempo. Era il 17 agosto 1964, un lunedì, primo giorno utile dopo ferragosto. La poca voglia di studiare, unita alle pressanti esigenze della famiglia, avevano creato le condizioni per essere spedito al più presto in fabbrica. Giorgio era nato nel ’48 e aveva 16 anni. Spesso i nuovi assunti erano più giovani di lui e qualche ragazzo i primi giorni portava ancora i calzoni corti. In quel momento i dipendenti erano quasi 1.800, destinati a crescere fino ad oltre duemila.»

Negli anni Settanta, con l’appendice della Vister, sarebbe diventata, con i suoi 2700 dipendenti, «il salumificio più grande e importante d’Europa.»
Catena_di_macellazione.jpg (244 KB)
Ma già da tempo «era la più grande azienda della zona, un marchio conosciuto e, soprattutto, un nome che voleva dire un lavoro sicuro: «In quel periodo, nella zona, per chi cercava un’occupazione c’erano due opportunità: la Vismara o la nettezza urbana di Milano, che in Brianza ha sempre avuto un serbatoio di manodopera. Quello in Vismara era il posto per la vita, con buoni stipendi e il “pacchetto” che contribuiva non poco a sfamare le famiglie.»
Salatura_prosciutti_crudi.jpg (232 KB)
«Il “pacchetto” – ci spiega Corbari – ha avuto una lunga vita e ha rappresentato una delle forme più storiche di paternalismo nelle aziende alimentari. I lavoratori godevano di questo beneficio in quasi tutto il settore. Col tempo, il pacchetto fu dapprima regolamentato per contratto e quindi definitivamente abbandonato. In Vismara del pacchetto si fece un uso spregiudicato e spesso discriminatorio, Pacchetti e pacchettini non contrattuali venivano distribuiti con grande liberalità. E discrezionalità. (…) Coloro che restavano fino a tardi, il venerdì sera, chi lavorava il sabato, chi faceva un lavoretto in più aveva sempre un premio e spesso era un etto, un etto e mezzo di prosciutto crudo. Un pacchetto prezioso, perché il crudo costava e a quei tempi lo acquistavano in pochi.» I più mangiavano la mortadella: «Era il companatico dei poveri. Costava poco ed era gustosa. Negli anni Settanta si raggiunsero gli 800 quintali giornalieri.»
Il_fondatore_Francesco_Vismara_detto_Pa__Cecch.jpg (177 KB)
Il fondatore Francesco Vismara detto "Pa' Cecch"
Casatenovo oggi conta circa dodicimila abitanti, allora si attestava sugli ottomila. Il rapporto tra l’azienda e i suoi proprietari con il paese era sempre stato molto forte, tanto che «i casatesi usavano dire che “non cade foglia che Vismara non voglia”.» Siamo nel cuore della Brianza “bianca”, la Brianza cattolica e anche «il rapporto tra la Vismara e il mondo cattolico locale era continuo. La parola di un parroco per il signor Vismara contava, non solo a Casatenovo. Se un sacerdote domandava qualcosa, lui interveniva sempre. Se gli chiedeva di assumere un ragazzo, questo veniva preso. Peraltro anche molti “comunisti” furono assunti grazie ai parroci. “I bolscevichi mi hanno fregato” amava ripetere il signor Vincenzo. Anche la squadra di calcio dell’oratorio era sovvenzionata dall’azienda.» E poi le case per gli operai, il villaggio Vismara realizzato negli anni Cinquanta. E le colonie estive per i figli di lavoratori. Mentre «ogni domenica, per molti anni, a tutti coloro che si presentavano davanti al cancello della fabbrica, Vincenzo Vismara regalava un pacchetto di alimenti con un salamino e delle frattaglie. Lo distribuiva personalmente, dopo la messa. A volte donava anche dei soldi.»
Francesco_Vismara_coi_figli_Luigi_e_Vincenzo.jpg (208 KB)
Francesco Vismara coi figli Luigi e Vincenzo
«Difficile – la riflessione di Corbari -tracciare una linea netta tra fare del bene, aiutare chi ne ha bisogno e comportarsi in modo paternalistico, I Vismara, in particolare il signor Vincenzo, nei rapporti con i loro dipendenti tennero sempre uniti questi diversi aspetti. La profonda religiosità di Vincenzo, inoltre, gli impediva di distinguere tra opere buone, caritatevoli, destinate a tutti coloro che ne avevano bisogno, e atteggimenti paternalistici.»

Vincenzo è uno dei “condottieri” della Vismara, di quello che è stato definito «un impero fondato sui suini» che egli ha guidato succedendo al padre Francesco e passando poi il testimone ai figli Egidio e Francesco.

L’azienda nacque alla fine dell’Ottocento e ufficialmente non si è conclusa, anche se ormai il legame con Casatenovo è stato reciso da molti anni. Da parte sua, la famiglia Vismara è uscita di scena nel 1987, quando ha ceduto la proprietà dell’aziende al gruppo De Benedetti che l’avrebbe a sua volta ceduta alla multinazionale Nestlé, quando «è iniziato il periodo di decadenza.»
Francesco_Vismara,_nipotedi_Pa__Cecch.jpg (125 KB)
Francesco Vismara, nipote di "Pa' Cecch"
«Mio nonno Francesco – raccontava Francesco “junior” a Corbari – lavorava come operaio presso un salumiere di Milano che si chiamava Beretta e che aveva aperto per i suoi due figli un negozio a Casatenovo e uno a Barzanò. Il figlio destinato a Casatenovo non volle venirci. Il Beretta, non sapendo cosa farne, pensò di offrirlo a mio nonno Francesco [che allora era un ragazzo di bottega]. Lui rispose che lo avrebbe preso, ma che non aveva subito i soldi per pagarlo. Glielo cedette sulla fiducia. Così mio nonno è venuto a Casatenovo. Era credo, il 1890. Qui si è sposato con mia nonna Elisa, che era di Villasanta. Il viaggio di nozze consistette nell’andare in carrozza a Milano e tornare indietro. Insieme iniziarono a gestire il negozio che poi acquistò, ampliando col tempo l’attività. I figli maggiori Luigi e Vincenzo furono chiamati alle armi durante la grande guerra e al loro ritorno, specialmente Vincenzo, si dedicarono completamente a quella che era ormai un’azienda.» 

Questa l’origine. In quanto alla decisione di cedere la proprietà. Francesco Vismara la raccontava così: «Mio papà ha fatto un errore nella sua vita. Quando nel 1948, avevo 26 anni, io gli proposi di dare vita a una società anonima, questa venne costituita con le quote suddivise al cinquanta per cento tra lui e lo zio Luigi. In seguito siamo diventati tanti e non si riusciva mai a costituire una maggioranza perché le quote erano bloccate in due finanziarie paritarie e nessuno poteva spostarsi da una parte all’altra. Tutti volevano comandare. Per cui, o litigavamo, come è successo in altre aziende, o dovevamo vendere. E così è stato.»
Insacco_cotechini.jpg (381 KB)
Quando l’azienda è passata di mano, l’operaio Giorgio Galbusera l’aveva già lasciata da qualche anno: nel 1979, infatti si era dimesso per lavorare al sindacato Cisl che per anni aveva rappresentato in aziende come delegato. Nella fabbrica casatese, Galbusera aveva percorso l’intera traiettoria della carriera di un operaio.

Partendo dalla “gavetta”: «In azienda vigeva una regola per i nuovi entrati: fino a quando non avevano fatto il servizio militare, e spesso anche oltre, venivano impegnati in tutti i lavori più dequalificati e pesanti. Allo stesso tempo dovevano dimostrare di essere svegli e imparare il mestiere. (…) A conclusione di quella prime esperienze venne assegnato al posto definitivo come addetto alla produzione dei salami. (…) Ma la gavetta non era finita, perché nel nuovo reparto dovette passare attraverso tutta la trafila dei diversi lavori, che si svolgevano in quella sezione. (…) Di ritorno dalla caserma Giorgio ottenne il suo posto al tavolo. Nel periodo precedente, mentre era occupato nei vari lavoretti, aveva dovuto “rubare il mestiere con gli occhi”, come gli suggerivano gli uomini più anziani,  cioè imparare a mettere una pezza nei salami rotti, quale numero di corda utilizzare per un determinato tipo di salame e così via. Quando si conquistava il posto al tavolo, nel reparto salame, si era arrivati, quello era il punto massimo della carriera. Allora ci si poteva mettere il giubbino sopra il grembiule e chi voleva non si sporcava neppure i pantaloni, mentre gli zoccolotti di legno coprivano bene le calze. A produrre il salame erano impegnate un centinaio di persone, forse di più. Il reparto era quello più numeroso. Importante e anche quello più combattivo sotto l’aspetto sindacale.»
Stufe_di_cottura_della_mortadella.jpg (417 KB)
Corbari, intervistando Francesco Vismara, osservava che «nel rapporto con il sindacato la Vismara si è segnalata per avere sempre mantenuto relazioni industriali positive. Allo stesso tempo, Vismara è stata anche un’azienda dove ci sono state lotte molto dure.» Rispondeva Francesco: «Il rapporto con il sindacato era corretto: io li rispettavo e loro rispettavano me. C’è stato un periodo in cui si è fatto qualche errore. (…) Durante gli scioperi c’era gente che veniva da me e diceva: guardi che io sciopero perché mi obbligano. Perché allora c’erano i comunisti che menavano. (… ) Una delle prime volte che sono andato a Roma a battermi con i miei colleghi imprenditori fu a causa della trattenuta sindacale che facevamo sulla busta paga, Noi siamo stati i primi a farla, ma molti non volevano. A noi questa serviva perché in questo modo sapevamo chi era iscritto alla Cgil e chi no»
Manifestazione.jpg (248 KB)
«La Vismara – dice Corbari – era un’azienda altamente sindacalizzata. Oltre il 90 per cento delle persone erano iscritte. La Cisl aveva la gran parte dei tesserati, la Cgil arrivava a circa il 15%. Pochissimi non avevano una tessera in tasca.»

Tra le conquiste sindacali, l’apertura di una cooperativa di consumo nel 1973: «La crisi internazionale da un lato e la rete commerciale fatta di piccoli negozi dall’altro, erano alla base di un continuo rialzo dei prezzi che vanificavano in breve tempo gli aumenti salariali ottenuti a costo di dure lotte e lunghe trattative. Deciso a sperimentare in prima persona nuove vie per bloccare la spirale prezzi/salari, il consiglio di fabbrica della Vismara inserì nella piattaforma aziendale la richiesta di utilizzare l’ex deposito dei formaggi per aprire uno spaccio di generi di prima necessità, alimentari e non, riservato ai dipendenti, alternativo alla distribuzione locale.»
Vismara_in_abbandono.jpg (76 KB)
Ma «le lotte più aspre furono sostenute in occasione del contratto nazionale del ’71. Francesco Vismara era presidente degli industriali alimentaristi e sedeva al tavolo delle trattative. Pertanto lo scontro si concentrava nella sua azienda, ma lui non voleva cedere. Anche perché nel rinnovo precedente, quando presidente era il concorrente Negroni, lo aveva criticato accusandolo di avere concesso troppo. La battaglia per il contratto pesò soprattutto sulle spalle dei lavoratori di Casatenovo, con 171 ore di sciopero, blocchi totali delle merci e presidi dei cancelli giorno e notte. Si organizzarono picchetti, fermate a singhiozzo, con gruppi di lavoratori che restavano accanto ai falò accesi durante la notte.»
Dario Cercek
Invia un messaggio alla redazione

Il tuo indirizzo email ed eventuali dati personali non verranno pubblicati.