Lecco 'non abbassa la guardia davanti al tentativo dei fascisti di riprendere spazio'. Manifestazione dell'ANPI

A commemorazione già avvenuta, con un giorno d'anticipo proprio per evitare le contestazioni - obiettivo riuscito solo in parte essendo la Rete antifascista riuscita "con una mobilitazione straordinaria scattata in una manciata di minuti" a organizzare comunque un presidio di protesta, come rivendicato sul volantino diffuso quest'oggi dall'organizzazione che riunisce una costellazione di realtà - l'Anpi di Lecco ha manifestato contro l'omaggio reso ai repubblichini fucilati il 28 aprile 1945 allo stadio.
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Partendo dal parco che ricorda gli scioperi del 7 marzo 1944, percorrendo corso Matteotti, una cinquantina di persone ha raggiunto il civico 21 di via Mascari, dove, in un magazzino di proprietà di Celestino Ferrari, ebbe sede il CLN lecchese e dove, presso la tipografia Annoni-Pin venne stampato qualche numero de Il Ribelle, organo delle formazioni partigiane cattoliche, per poi incamminarsi verso Largo Montenero. 
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"Siamo qui, davanti al monumento ai Caduti partigiani della città di Lecco, per dire che l'Anpi e tutta la cittadinanza democratica e antifascista non abbassa la guardia davanti al tentativo dei fascisti di riprendere spazio" ha detto nel suo intervento conclusivo il presidente Enrico Avagnina, dopo aver guidato il piccolo tour, sullo stesso percorso che l'associazione propone anche alle scuole interessate a conoscere le vicende della Resistenza locale.
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"Avremmo voluto essere allo stadio, davanti alla lapide posta congiuntamente dall'Amministrazione Comunale di Lecco e dall'Anpi provinciale e che ricorda la fucilazione, il 28 aprile 1945, di 16 tra ufficiali e sottufficiali delle Brigate Nere, colpevoli di aver sparato contro i partigiani che, durante la battaglia per la liberazione di Lecco, erano usciti allo scoperto dopo che i fascisti avevano esposto la bandiera bianca. Abbiamo preso poi una decisione diversa quando Prefettura e Questura ci hanno detto di non aver giustificazioni legali per vietare la manifestazione nostalgica, che formalmente viene chiesta come commemorazione dei defunti. Del resto, noi non possiamo né vogliamo impedire il ricordo di persone che sono morte. Non abbiamo mai pensato che, nella Storia, a fare la differenza sia la morte. La differenza sta nella vita e cioè nelle scelte nelle scelte che ognuno ha fatto, nelle azioni che ha compiuto e nelle responsabilità che ne conseguono. I militi delle Brigate Nere non erano patrioti, ma piuttosto mercenari, al servizio di un esercito di occupazione ed alleati a un Paese - la Germania nazista - contro cui il legittimo governo italiano aveva dichiarato guerra. Per questo quei militi sul piano storico, etico e politico non possono e non potranno mai essere equiparati ai partigiani, che combattevano invece per un'Italia libera e democratica".
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Citate poi le "idee di evidente derivazione nazista, che hanno provocato uccisioni, deportazioni e altri crimini contro persone innocenti" attribuite ai repubblichini, ricordando come alcuni tra i fucilati allo stadio avessero, tra il marzo e l'agosto 1944, preso parte al "Corso di cultura politico-razziale" tenuto a Fontanellato.

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"Ecco perché non possiamo accettare una commemorazione che vada oltre i sentimenti famigliari e diventi, nella sostanza se non nelle parole, un atto di giustificazione o persino elogio delle azioni che quegli ufficiali avevano compiuto, prima come milizia armata agli ordini del partito fascista e poi - durante la battaglia per la liberazione di Lecco - con l'uccisione a tradimento di tre partigiani dopo aver esposto la bandiera bianca. Per questo motivo e non per altro vennero fucilati, in base alle leggi di guerra che allora vigevano, perché c'era una guerra combattuta dal fascismo contro gli italiani".
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Ricostruita la storia, citando anche il costo umano, per Lecco ed il territorio della guerra di Liberazione, Avagnina è arrivato al presente, prendendo anche le distanze - a margine del discorso preparato - da chi accusa, dopo quanto successo a Milano il 25 Aprile, l'associazione di antisemitismo. "Altra cosa è l'oggi. Noi, eredi ideali della Resistenza, possiamo dire, anche con orgoglio, che oggi quei militi fascisti, per quanto colpevoli, avrebbero avuto una pena diversa, perché la nostra Costituzione, con l'art. 27, ha abolito la pena di morte e perché l'Italia democratica, nel 1994, l'ha cancellata anche dal codice penale militare di guerra. Non sono molti i Paesi che hanno saputo fare queste scelte e l'Anpi vuole sottolineare che l'Italia, quella fedele alla Costituzione, è un Paese di riferimento per chi considera giusto: bandire dagli ordinamenti ogni pena inumana e degradante, ripudiare la guerra come mezzo di relazione tra gli Stati, rifiutare l'uso di mezzi violenti nella lotta politica. Coerentemente con questi valori oggi scegliamo di essere qui, di rinunciare a ogni azione di forza e di testimoniare con la presenza in piazza la nostra scelta antifascista e la nostra fedeltà al dettato costituzionale. L'Anpi andrà avanti su questa strada, segnalando una contraddizione evidente nelle scelte dei nostri avversari: coloro che oggi chiedono di onorare i fascisti fucilati, sono gli stessi che non condannano il genocidio in corso contro il popolo palestinese, vogliono reintrodurre la pena di morte, riaprono, nascondendoli all'estero, campi di prigionia per gli immigrati, introducono nel codice penale nuovi reati per impedire l'espressione del dissenso. Costoro devono sapere che l'Anpi non lascerà il campo libero e che, con i mezzi democratici e non violenti, continuerà a difendere la libertà e la democrazia conquistate dai partigiani".
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Bella Ciao, intonata a cappella dai presenti, ha chiuso una manifestazione "intima", rispetto ai grandi numeri dell'anno scorso in concomitanza con l'omaggio in corso allo stadio, ma assolutamente determinata nell'intento.
A.M.
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