'Il volto della Palestina' visto da dentro in mostra a Palazzo delle Paure
La mostra inaugurata ieri sera al Palazzo delle paure apre il ciclo di proposte dell’associazione “Les Cultures” sulla Palestina che prevede anche due conferenze e la proiezione di un film.

“Il volto della Palestina” è il titolo dell’iniziativa illustrata in apertura dell’incontro alle “Paure” da parte del presidente di “Les Cultures” Giorgio Redaelli.
Esposta una serie di fotografie scattate tra Gaza e la Cisgiordania da alcuni reporter italiani – Samuele Pellecchia, Pietro Masturzo e Francesco Giusti - che hanno lavorato per molti anni in Palestina, ma anche da operatori locali che ancora operano sul territorio sotto attacco da parte di Israele.

«L’anno scorso – ha spiegato Pellecchia – abbiamo organizzato una mostra a Milano, ma siamo stati insoddisfatti. Ci siamo detti che dovevamo fare di più e cioè mostrare il lavoro di chi continua a lavorare a Gaza visto che noi non possiamo entrarci perché gli ingressi ai giornalisti stranieri sono ormai proibiti. E allora la frustrazione per la chiusura di Gaza e per l’uccisione di 260 giornalisti, ci ha portati a chiedere di collaborare a chi continua lavorare laggiù. Abbiamo trovato questo gruppo che si chiama “Activestills”, che dà il titolo alla mostra che si arricchisce continuamente di nuove immagini. La situazione, tra Gaza e Cisgiordania, è sempre più difficile. Con questa mostra vogliamo quindi sostenere il lavoro dei nostri colleghi e la resistenza dei palestinesi.»

Uno dei collaboratori palestinesi è Mohammed Zaanoun, che dopo una serie di intimidazioni, ha lasciato Gaza con la famiglia, la moglie e quattro figli, prima andando in Egitto e poi ad Amsterdam da dove si è collegato in video con l’inaugurazione lecchese. Zaanoun appartiene a una famiglia di giornalisti: tali sono infatti anche i sei fratelli e le sei sorelle. Già nel 2006 era stato colpito da un drone israeliano e ha rischiato di morire dissanguato lungo una strada, perché chiunque si fosse avvicinato per soccorrerlo veniva a sua volta colpito. È poi rimasto in coma un anno, prima di riprendersi e di rimettersi a fare il proprio lavoro. Finché ha potuto: «Sono scappato perché ormai era diventato troppo pericoloso, ero diventato un obiettivo, ricevevo telefonate intimidatorie in continuazione.»

Telefonate, com’è ormai diventata prassi consolidata, in cui l’anonimo interlocutore chiedeva se avrebbe preferito morire da solo o con la famiglia. «Ma anche dall’estero – ha aggiunto - continuo il mio lavoro.»

Pietro Masturzo ha spiegato la decisione di «attivarci come esseri umani prima che come professionisti. La cosa immediata che avremmo potuto fare era di sostenere chi continuava a fare il nostro lavoro laggiù che ormai è diventato pericoloso. I giornalisti palestinesi ormai non indossano più il giubbotto antiproiettile con la scritta “Press” che una volta era un salvacondotto e ora invece è un rischio. Il nostro sostegno è economico, ma non solo: l’impegno è quello di diffondere il loro lavoro. Così è nato il “Prospekt Palestine Project”. È una maniera di continuare la nostra presenza. La prima fase è questa mostra, allestita prima a Milano e poi a Bergamo, ora a Lecco, mentre altre richieste ci arrivano da ogni parte d’Italia segno che la gente vuole sapere cosa succede senza filtri. Perché la stampa in generale, a parte qualche eccezione, non solo parla poco di quanto accade ma fornisce una narrativa fuorviante.»

La seconda parte del progetto è un corso di formazione per insegnare ai giovani l’utilizzo dei mezzi audiovisivi per continuare a documentare la realtà «perché – ha sottolineato Pellecchia – è una delle poche forme di autodifesa rimaste al popolo palestinese. Ancora adesso riceviamo molti video, perché gli attacchi continuano. Del resto, ci siamo scandalizzati per il video di Ben Gvir, ma quelle scene noialtri le avevamo già viste. E ben prima del “7 ottobre”. Non sappiamo quando, ma prima o poi queste immagini diventeranno importanti.»

Infine, Francesco Giusti ha detto: «Non ci sentiamo coraggiosi. Facciamo quanto ci sembra giusto. Un’altra delle iniziative sono tre piccole pubblicazioni con la nostre foto, ma è una collana che vuole aprirsi ai fotografi palestinesi e infatti le prossime ospiteranno il loro lavoro. È un progetto in divenire che si nutre di diverse collaborazioni.»
La mostra resterà aperta fino al 14 giugno con gli orari tradizionali di Palazzo delle paure (martedì dalle 14 alle 18, da mercoledì a domenica dalle 10 alle 18; ingresso libero).
Oltre alla mostra, come detto, vi sono altri appuntamenti: mercoledì 3 giugno alle 21 allo Spazio Teatro Invito verrà proiettato il film “The Sea” (ingresso, 7 euro); giovedì 4 giugno alle 21 a Palazzo delle paure incontro con Zlad Khaddash (“Le ferite raccontano”) e giovedì 11 giugno sempre alle 21 alle “Paure” con Matteo Maschiari che presenterà “Mappe di Palestina”.
Info: www.lescultures.it
“Il volto della Palestina” è il titolo dell’iniziativa illustrata in apertura dell’incontro alle “Paure” da parte del presidente di “Les Cultures” Giorgio Redaelli.
Esposta una serie di fotografie scattate tra Gaza e la Cisgiordania da alcuni reporter italiani – Samuele Pellecchia, Pietro Masturzo e Francesco Giusti - che hanno lavorato per molti anni in Palestina, ma anche da operatori locali che ancora operano sul territorio sotto attacco da parte di Israele.
«L’anno scorso – ha spiegato Pellecchia – abbiamo organizzato una mostra a Milano, ma siamo stati insoddisfatti. Ci siamo detti che dovevamo fare di più e cioè mostrare il lavoro di chi continua a lavorare a Gaza visto che noi non possiamo entrarci perché gli ingressi ai giornalisti stranieri sono ormai proibiti. E allora la frustrazione per la chiusura di Gaza e per l’uccisione di 260 giornalisti, ci ha portati a chiedere di collaborare a chi continua lavorare laggiù. Abbiamo trovato questo gruppo che si chiama “Activestills”, che dà il titolo alla mostra che si arricchisce continuamente di nuove immagini. La situazione, tra Gaza e Cisgiordania, è sempre più difficile. Con questa mostra vogliamo quindi sostenere il lavoro dei nostri colleghi e la resistenza dei palestinesi.»
Uno dei collaboratori palestinesi è Mohammed Zaanoun, che dopo una serie di intimidazioni, ha lasciato Gaza con la famiglia, la moglie e quattro figli, prima andando in Egitto e poi ad Amsterdam da dove si è collegato in video con l’inaugurazione lecchese. Zaanoun appartiene a una famiglia di giornalisti: tali sono infatti anche i sei fratelli e le sei sorelle. Già nel 2006 era stato colpito da un drone israeliano e ha rischiato di morire dissanguato lungo una strada, perché chiunque si fosse avvicinato per soccorrerlo veniva a sua volta colpito. È poi rimasto in coma un anno, prima di riprendersi e di rimettersi a fare il proprio lavoro. Finché ha potuto: «Sono scappato perché ormai era diventato troppo pericoloso, ero diventato un obiettivo, ricevevo telefonate intimidatorie in continuazione.»
Telefonate, com’è ormai diventata prassi consolidata, in cui l’anonimo interlocutore chiedeva se avrebbe preferito morire da solo o con la famiglia. «Ma anche dall’estero – ha aggiunto - continuo il mio lavoro.»
Pietro Masturzo ha spiegato la decisione di «attivarci come esseri umani prima che come professionisti. La cosa immediata che avremmo potuto fare era di sostenere chi continuava a fare il nostro lavoro laggiù che ormai è diventato pericoloso. I giornalisti palestinesi ormai non indossano più il giubbotto antiproiettile con la scritta “Press” che una volta era un salvacondotto e ora invece è un rischio. Il nostro sostegno è economico, ma non solo: l’impegno è quello di diffondere il loro lavoro. Così è nato il “Prospekt Palestine Project”. È una maniera di continuare la nostra presenza. La prima fase è questa mostra, allestita prima a Milano e poi a Bergamo, ora a Lecco, mentre altre richieste ci arrivano da ogni parte d’Italia segno che la gente vuole sapere cosa succede senza filtri. Perché la stampa in generale, a parte qualche eccezione, non solo parla poco di quanto accade ma fornisce una narrativa fuorviante.»
La seconda parte del progetto è un corso di formazione per insegnare ai giovani l’utilizzo dei mezzi audiovisivi per continuare a documentare la realtà «perché – ha sottolineato Pellecchia – è una delle poche forme di autodifesa rimaste al popolo palestinese. Ancora adesso riceviamo molti video, perché gli attacchi continuano. Del resto, ci siamo scandalizzati per il video di Ben Gvir, ma quelle scene noialtri le avevamo già viste. E ben prima del “7 ottobre”. Non sappiamo quando, ma prima o poi queste immagini diventeranno importanti.»
Infine, Francesco Giusti ha detto: «Non ci sentiamo coraggiosi. Facciamo quanto ci sembra giusto. Un’altra delle iniziative sono tre piccole pubblicazioni con la nostre foto, ma è una collana che vuole aprirsi ai fotografi palestinesi e infatti le prossime ospiteranno il loro lavoro. È un progetto in divenire che si nutre di diverse collaborazioni.»
Oltre alla mostra, come detto, vi sono altri appuntamenti: mercoledì 3 giugno alle 21 allo Spazio Teatro Invito verrà proiettato il film “The Sea” (ingresso, 7 euro); giovedì 4 giugno alle 21 a Palazzo delle paure incontro con Zlad Khaddash (“Le ferite raccontano”) e giovedì 11 giugno sempre alle 21 alle “Paure” con Matteo Maschiari che presenterà “Mappe di Palestina”.
Info: www.lescultures.it
D.C.




















