Nameless/1: l'esperienza inizia... con il viaggio. Pareri fuori dai cancelli
Arrivano le prime impressioni di questa edizione tutta lecchese del Nameless, a partire... dall'accessibilità e dunque dalla logistica pre-ingresso: treni, navette, auto, code, parcheggi, sgambate sotto il sole.
Ai cancelli, nel bel mezzo del pomeriggio odierno, il primo dei tre dell'evento, a casse accesse solo da qualche ora e in attesa dunque del clou della sera, mentre le persone aspettano di entrare, le prime battute sono tutte relative... al viaggio.


C’è chi ha scelto la strada più diretta (ed è stato fortunato): “macchina e parcheggio trovato in 15 minuti”, racconta un comasco, al suo quarto Festival. C'è chi, residente in zona, dice di essere comunque uscito di casa presto, per poi camminare 20 minuti per raggiungere il Bione.
Per molti, l’auto è stata la soluzione più semplice, ma non necessariamente la più comoda: il tema ricorrente è quello dell’ultimo tratto, quando bisogna comunque macinare chilometri a piedi e orientarsi in un’area nuova, con il caldo scoppiato improvvisamente in questi ultimi giorni a rendere il tutto meno piacevole.


Chi arriva dalla stazione porta con sé un racconto più frammentato: coincidenze, tratte diverse, ritardi. C'è che parla di un viaggio "caotico soprattutto, da Torino a Milano, poi più scorrevole verso Lecco"; per chi è venuto dall’estero, invece, il treno diventa quasi un rito collettivo. C’è chi dice di aver soggiornato a Milano e di essersi spostato "su quel ramo del Lago di Como" in giornata, apposta per il Nameless, con i biglietti d'ingresso acquistati per tempo. Dagli Stati Uniti d’America, un gruppo di ragazze taglia corto: “siamo qui per divertirci e la vista è meravigliosa”. Come dar loro torto, con il Festival ospitato letteralmente tra Lario e monti, dopo il "ritorno" a casa da Annone Brianza, sede delle ultime edizioni.


Nel mezzo, tornando al tema "come ci arrivo?", la soluzione ibrida: auto e treno oppure alloggio in città e poi navetta. È la scelta di chi è venuto da più lontano e non se l'è sentita di fare la tirata in giornata: si dorme a Lecco e ci si aggancia ai trasporti organizzati, confindando sull'efficenza degli stessi. In molti la definiscono una strategia che “funziona”, ma che richiede pianificazione: partire presto, incastrare orari, non improvvisare.


Poi ci sono le storie più fisiche, quelle che trasformano il percorso in una prova di... resistenza. Qualcuno racconta di essere arrivato a piedi da Calolziocorte procurandosi “tante belle vesciche”, senza drammatizzare, come fosse un dettaglio inevitabile di una giornata che vale comunque lo sforzo.
Il Festival comincia qui: non sul palco, ma nel tragitto con il proprio gruppo di amici e nei chilometri che diventano parte dell’esperienza. Per tanti già con il bicchiere in mano, bisogna aggiungere.



Inevitabile, infine, il confronto con le edizioni passate, in particolare quelle alla Poncia. Su questo i pareri si dividono, ma tutti sembrano avere un metro di giudizio chiaro: parcheggi, traffico, comfort. C’è chi sostiene che ad Annone “la coda era lunghissima” e che qui, il cambio sia un vantaggio evidente. Altri, invece, rimpiangono la “logistica imbattibile di prima” per quanto riguarda gli ampissimi spazzi verdi. E chi, col tempo si è fatto furbo, optando per la moto per scansare il traffico.


Alla fine, la conclusione è sorprendentemente simile, indipendentemente dal mezzo scelto: chi è alla prima esperienza parla di Festival “organizzato e bello”; chi torna da anni misura le differenze, ma cerca lo stesso elemento di sempre: l’atmosfera piena e coinvolgente. E mentre ai cancelli si intrecciano accenti italiani e lingue diverse, la sensazione è che il Nameless sia un punto d’arrivo: raggiunto con fatica, ma carico di aspettativa.
Continua/2
Ai cancelli, nel bel mezzo del pomeriggio odierno, il primo dei tre dell'evento, a casse accesse solo da qualche ora e in attesa dunque del clou della sera, mentre le persone aspettano di entrare, le prime battute sono tutte relative... al viaggio.


C’è chi ha scelto la strada più diretta (ed è stato fortunato): “macchina e parcheggio trovato in 15 minuti”, racconta un comasco, al suo quarto Festival. C'è chi, residente in zona, dice di essere comunque uscito di casa presto, per poi camminare 20 minuti per raggiungere il Bione.
Per molti, l’auto è stata la soluzione più semplice, ma non necessariamente la più comoda: il tema ricorrente è quello dell’ultimo tratto, quando bisogna comunque macinare chilometri a piedi e orientarsi in un’area nuova, con il caldo scoppiato improvvisamente in questi ultimi giorni a rendere il tutto meno piacevole.


Chi arriva dalla stazione porta con sé un racconto più frammentato: coincidenze, tratte diverse, ritardi. C'è che parla di un viaggio "caotico soprattutto, da Torino a Milano, poi più scorrevole verso Lecco"; per chi è venuto dall’estero, invece, il treno diventa quasi un rito collettivo. C’è chi dice di aver soggiornato a Milano e di essersi spostato "su quel ramo del Lago di Como" in giornata, apposta per il Nameless, con i biglietti d'ingresso acquistati per tempo. Dagli Stati Uniti d’America, un gruppo di ragazze taglia corto: “siamo qui per divertirci e la vista è meravigliosa”. Come dar loro torto, con il Festival ospitato letteralmente tra Lario e monti, dopo il "ritorno" a casa da Annone Brianza, sede delle ultime edizioni.


Nel mezzo, tornando al tema "come ci arrivo?", la soluzione ibrida: auto e treno oppure alloggio in città e poi navetta. È la scelta di chi è venuto da più lontano e non se l'è sentita di fare la tirata in giornata: si dorme a Lecco e ci si aggancia ai trasporti organizzati, confindando sull'efficenza degli stessi. In molti la definiscono una strategia che “funziona”, ma che richiede pianificazione: partire presto, incastrare orari, non improvvisare.


Poi ci sono le storie più fisiche, quelle che trasformano il percorso in una prova di... resistenza. Qualcuno racconta di essere arrivato a piedi da Calolziocorte procurandosi “tante belle vesciche”, senza drammatizzare, come fosse un dettaglio inevitabile di una giornata che vale comunque lo sforzo.
Il Festival comincia qui: non sul palco, ma nel tragitto con il proprio gruppo di amici e nei chilometri che diventano parte dell’esperienza. Per tanti già con il bicchiere in mano, bisogna aggiungere.



Inevitabile, infine, il confronto con le edizioni passate, in particolare quelle alla Poncia. Su questo i pareri si dividono, ma tutti sembrano avere un metro di giudizio chiaro: parcheggi, traffico, comfort. C’è chi sostiene che ad Annone “la coda era lunghissima” e che qui, il cambio sia un vantaggio evidente. Altri, invece, rimpiangono la “logistica imbattibile di prima” per quanto riguarda gli ampissimi spazzi verdi. E chi, col tempo si è fatto furbo, optando per la moto per scansare il traffico.


Alla fine, la conclusione è sorprendentemente simile, indipendentemente dal mezzo scelto: chi è alla prima esperienza parla di Festival “organizzato e bello”; chi torna da anni misura le differenze, ma cerca lo stesso elemento di sempre: l’atmosfera piena e coinvolgente. E mentre ai cancelli si intrecciano accenti italiani e lingue diverse, la sensazione è che il Nameless sia un punto d’arrivo: raggiunto con fatica, ma carico di aspettativa.
Continua/2
M.E.




















