Nameless/4: banane, sirene e pantere rosa. Anche il look è divertimento
Archiviato anche il giorno 2 del Nameless 2026, con John Summit, HALŌ e Pendulum. Ma domenica è stata anche la volta di Bello Figo e Tony Pitony. E se quest’ultimo anche a Lecco ha indossato la sua maschera d’ordinanza, in tanti tra i 30.000 del Festival hanno scelto di mettersi… un costume. Da bagno. O… da Babbo Natale, per esempio.

C’è infatti chi arriva al Bione con una semplice maglietta nera e chi invece si presenta vestito da banana, da Pantera Rosa, da sirena, da antico romano o persino da Gesù. Al Nameless la musica resta il cuore di tutto, ma basta fare qualche passo nell’area “incorniciata” da Lago e montagne per accorgersi che anche l’abbigliamento è diventato parte integrante dell’esperienza.


Non si tratta di seguire una moda precisa o di sfoggiare l’outfit più costoso. Qui la parola d’ordine sembra essere una sola: divertirsi. E così, accanto a look studiati nei minimi dettagli, compaiono tutù colorati, costumi improbabili, ali da fata, cappelli giganti e travestimenti che trasformano il pubblico in uno spettacolo nello spettacolo.


Le motivazioni sono le più disparate. Ci sono componenti di gruppi che scelgono di vestirsi tutti allo stesso modo semplicemente per divertimento. Altri puntano tutto sulla praticità. «Quando perdiamo gli amici è facilissimo ritrovarsi: basta cercare la Pantera Rosa», scherza un ragazzo. Una risposta che, sorprendentemente, è stata tra le più frequenti della giornata.


C’è chi ha scelto il giallo acceso e un costume da papera perché «così ci vedono da lontano», chi ha optato per un tutù solo perché «faceva ridere» e chi ammette candidamente di non avere un motivo particolare: «Perché no? Siamo a un festival, dobbiamo divertirci».

In molti raccontano anche un altro aspetto curioso. Un travestimento diventa spesso un modo per rompere il ghiaccio. «La gente si ferma, chiede una foto, attacca bottone. Alla fine conosci persone che altrimenti non avresti mai incontrato». Un meccanismo semplice che, tra una risata e una fotografia, contribuisce a creare quel senso di comunità che da sempre caratterizza il Festival. Perché se sul palco sono gli artisti a catturare l’attenzione, tra il pubblico ciascuno trova il proprio modo per lasciare il segno. E allora, per un giorno, essere una banana, una fata o una papera gigante diventa perfettamente normale.
Anzi, forse è proprio questo il bello.


C’è infatti chi arriva al Bione con una semplice maglietta nera e chi invece si presenta vestito da banana, da Pantera Rosa, da sirena, da antico romano o persino da Gesù. Al Nameless la musica resta il cuore di tutto, ma basta fare qualche passo nell’area “incorniciata” da Lago e montagne per accorgersi che anche l’abbigliamento è diventato parte integrante dell’esperienza.


Non si tratta di seguire una moda precisa o di sfoggiare l’outfit più costoso. Qui la parola d’ordine sembra essere una sola: divertirsi. E così, accanto a look studiati nei minimi dettagli, compaiono tutù colorati, costumi improbabili, ali da fata, cappelli giganti e travestimenti che trasformano il pubblico in uno spettacolo nello spettacolo.


Le motivazioni sono le più disparate. Ci sono componenti di gruppi che scelgono di vestirsi tutti allo stesso modo semplicemente per divertimento. Altri puntano tutto sulla praticità. «Quando perdiamo gli amici è facilissimo ritrovarsi: basta cercare la Pantera Rosa», scherza un ragazzo. Una risposta che, sorprendentemente, è stata tra le più frequenti della giornata.


C’è chi ha scelto il giallo acceso e un costume da papera perché «così ci vedono da lontano», chi ha optato per un tutù solo perché «faceva ridere» e chi ammette candidamente di non avere un motivo particolare: «Perché no? Siamo a un festival, dobbiamo divertirci».


In molti raccontano anche un altro aspetto curioso. Un travestimento diventa spesso un modo per rompere il ghiaccio. «La gente si ferma, chiede una foto, attacca bottone. Alla fine conosci persone che altrimenti non avresti mai incontrato». Un meccanismo semplice che, tra una risata e una fotografia, contribuisce a creare quel senso di comunità che da sempre caratterizza il Festival. Perché se sul palco sono gli artisti a catturare l’attenzione, tra il pubblico ciascuno trova il proprio modo per lasciare il segno. E allora, per un giorno, essere una banana, una fata o una papera gigante diventa perfettamente normale.
Anzi, forse è proprio questo il bello.
G.D.




















