In viaggio a tempo indeterminato/431: dall'Argentina, è quiiiiii

"Tuo fratello Antonio, dopo 20 anni, dall'Argentina, è quiiiiiiii"
Siamo cresciuti con frasi come questa e il jingle musicale "tanana na na naaaa".
La Carrà con quella sua risata fragorosa e il caschetto inconfondibile.
Lacrime, abbracci, frasi in itagnolo tra parenti che non si vedevano da molto tempo.
Prima dei social, dei cellulari, di WhatsApp e delle videochiamate.
Quando un viaggio in Argentina voleva dire attraversare il mondo e non sapere se e quando si sarebbe tornati.
Erano gli anni '90 e mentre in TV c'era quella trasmissione, non pensavo di certo a dove fosse l'Argentina, perché così tanta gente avesse parenti in quella terra lontana e come facesse la Carrà a trovarli tutti.

Ora che sono qui, tutto assume un significato diverso. Mi sembra di intravedere quelle navi piene di italiani con valigie piene di sogni, speranze, tristezza e paura.
Era la seconda metà del XIX secolo e chi arrivava a Buenos Aires sbarcava con tanta voglia di costruirsi un destino migliore e con l'amarezza di aver lasciato la propria casa e i propri affetti.
Desiderio e malinconia, i sentimenti che accompagnano i migranti di ieri e di oggi.
Le cause della migrazione italiana erano tante. In Italia, la crisi economica, la povertà diffusa nelle campagne del Sud, l’esplosione demografica e la scarsità di terre coltivabili spinsero milioni di persone a cercare fortuna all’estero. Contemporaneamente, l’Argentina stava attraversando un periodo di forte sviluppo economico, con una crescente domanda di manodopera per le sue industrie, per l’agricoltura e per la costruzione di infrastrutture. Il governo argentino, per attirare europei per “modernizzare” il Paese, offriva incentivi come terre da coltivare e trasporti agevolati.
Gli immigrati provenivano sia dal Nord che dal Sud Italia: piemontesi, lombardi e veneti da una parte, calabresi, siciliani e campani dall’altra. La maggior parte erano contadini, artigiani e operai, ma non mancavano anche professionisti, commercianti e piccoli imprenditori. 
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Gli italiani facevano i lavori più disparati: nelle città erano artigiani, muratori, falegnami, commercianti o lavoratori nei trasporti pubblici e nelle ferrovie. Nelle campagne lavoravano come braccianti o piccoli coltivatori. Con il tempo, alcuni riuscirono ad aprire anche attività in proprio, cosa che in Italia per loro sarebbe stata impensabile.
Tra il 1870 e il 1920 circa 2 milioni di italiani emigrarono in Argentina. Un numero enorme che, ovviamente, andò ad influenzare la società argentina.
Ancora oggi l'influenza è molto evidente. Prima di tutto nel linguaggio colloquiale e nel cosiddetto "lunfardo", un gergo popolare nato proprio in quegli anni.
Ecco alcuni esempi di parole derivate dall'italiano che in spagnolo sono molto diverse:
Laburo= lavoro
Fiaca = fiacca (pigrizia, mancanza di voglia)
Atenti = attenti
Facha = faccia
E di termini che richiamano l'italiano ce ne sono anche molti altri.
Persino la pronuncia dello spagnolo argentino è stata influenzata dagli immigrati italiani. Molti linguisti hanno notato che l'intonazione del parlato di Buenos Aires ricorda quella dei dialetti italiani, soprattutto napoletani e genovesi. Per questo si dice spesso scherzosamente: "Gli argentini parlano spagnolo con un accento italiano."
L'influenza italiana si vede anche nei cognomi: milioni di argentini portano cognomi come Maradona, Messi, Rossi, Bianchi, Colombo, Ferrero, Gallo o Mancini, che testimoniano l'origine italiana di una grande parte della popolazione del Paese.
Ma non è finita qui. Basta infatti leggere il menù di un ristorante in Argentina per vedere l'influenza italiana. Ravioli, gnocchi (ñoquis in spagnolo), milanesa, napolitana, polenta... tutti serviti con quantità imbarazzanti di formaggio grattugiato, sugo e olio.
E poi pizza, pasta, gelato. Nella nostra storia non avremo mai colonizzato alcun Paese, ma con la nostra cucina siamo arrivati praticamente in ogni angolo del Pianeta. Non solo pietanze però, molti riti italiani legati alla convivialità del cibo, sono parte integrante della tradizione argentina.
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Ma come fu la reazione degli argentini all'arrivo degli italiani?
Difficile trovare un'unica risposta. Se da una parte la manodopera era benvenuta, dall’altra la presenza massiccia di immigrati spaventò gli argentini. La competizione economica (il famoso"vogliono rubarci il lavoro") e la paura per una trasformazione culturale, erano timori molto diffusi.
Succedeva più di un secolo fa ma suona tutto così maledettamente attuale.
C'è chi scappa da povertà, guerre, condizioni difficili di vita.
E c'è chi urla all'invasione.
Valigie piene di sogni, speranze, tristezza e paura, ieri come oggi.
In Sudamerica come in Europa.

"Guardo i profughi.
Sono lì. Spossati dalla fatica, vinti, silenziosi, lo sguardo impaurito di chi sa come vanno le cose ma non si aspetta di trovare l’inferno. Quando camminano ognuno dei loro passi ci racconta mille storie di dolore, ognuno dei loro gesti è pieno di rinunce e sogni smarriti."
(Fabrizio Caramagna)
Angela (e Paolo)
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