Lecco: un sudario con migliaia di nomi di vittime di Gaza attraversa il centro

Lecco si è ritrovata in piazza per un presidio che è stato insieme rito civile, denuncia politica e gesto di lutto. Nel cuore della città, la performance teatrale ‘Il loro grido è la mia voce’, a cura di Diego Pileggi e Pietro Rigamonti, ha messo subito a fuoco il senso della mobilitazione. “Quanto sta accadendo a Gaza non deve percepito come un fatto circoscritto dal 7 ottobre”, ma come un massacro continuato, una cancellazione sistematica di vite, case, ospedali, memoria”.
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A dare corpo a questa indignazione è stata anche la lettura di un estratto da ‘Sudari: elegia per Gaza’ di Paola Caridi: parole che, più che spiegare, hanno costretto ad ascoltare con il cuore. Perché la crudeltà di ciò che avviene non è un concetto astratto, ma “è fatta di notti senza sonno, di madri costrette a controllare il buio, di bambini che diventano numeri e poi svaniscono perfino dalla possibilità di essere pianti”. È una violenza che non si limita a colpire: sfinisce, umilia, disintegra.
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Il presidio ha poi preso la forma di un corteo: un sudario lungo, carico di migliaia di nomi è stato portato per le vie del centro come si porta una bara collettiva. Un gesto semplice e tremendo: restituire dignità a chi viene trasformato in statistica, riaffermare che ogni vittima aveva un volto, una storia, una famiglia. La marcia è partita da piazza Cermenati e ha attraversato le strade cittadine (Via Pietro Nava, Via Giuseppe Parini, Giuseppe Ongania, Via Giuseppe Resinelli, Via Alessandro Volta, via Cavour, via Mascari, via Giuseppe Bovara) fino a piazza XX Settembre; lungo il percorso, l’invito esplicito rivolto agli studenti del liceo Grassi a non restare spettatori, ma protestare, sottolineando quanto questa non sia una notizia lontana, ma una responsabilità che arriva fin qui, dove “il privilegio bianco ci fa sentire impuniti”.
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Tra gli interventi, quello di Gennaro Giudetti, operatore umanitario, ha inciso come una ferita aperta. “Nove mesi a Gaza - ha raccontato - bastano per capire dal primo giorno che lì si è oltre ogni soglia. Nei miei quindici anni di esperienza all’estero, i quattordici precedenti non arrivano al livello drammatico di Gaza”. E poi il punto che più smonta le difese di chi ascolta da lontano: “ciò che passa sui social e sui giornali, per quanto scioccante, è solo una piccola parte”.

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La crudeltà, nelle sue parole, ha dettagli concreti: operatori umanitari che piangono perché non reggono più; ospedali senza spazio fisico per curare; il numero più alto al mondo di bambini mutilati; richieste che cambiano con la disperazione prima i pennarelli, poi i vestiti, fino al bisogno primario di sopravvivere un giorno ancora. E ancora, bombardamenti che non risparmiano nulla, nemmeno i cimiteri; tonnellate di esplosivo scaricate su un territorio già senza via di fuga; città intere cancellate nello spazio e nella storia. “Una crudeltà che arriva a colpire perfino ciò che dovrebbe restare intangibile: la pietà, i diritti, l’infanzia”.
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Giudetti ha parlato anche di ciò che manca, e che pesa come un’ulteriore condanna: anestesia che non entra, latte in polvere bloccato, sedie a rotelle, stampelle, protesi. Quando perfino l’aiuto minimo viene impedito, la sofferenza non è più un effetto collaterale, ma diventa parte del meccanismo in cui “noi Europei siamo uno degli ingranaggi”. In questo scenario, ha detto, “Gaza è un cimitero a cielo aperto”. Un’immagine che non cerca retorica, ma una fotografa cruda e reale delle atrocità che si stanno attuando tutt’oggi in quei territori.
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Il presidio di Lecco non è stato soltanto una manifestazione. È stato un tentativo di non normalizzare l’orrore. Di dire che l’abitudine alle immagini non può diventare assuefazione morale, che la crudeltà non è solo nelle bombe, ma anche nell’indifferenza, nella distanza comoda, nel voltarsi dall’altra parte mentre un’intera popolazione, in gran parte composta da bambini e adolescenti, viene schiacciata.
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Portare un sudario con migliaia di nomi per le vie del centro significa costringere la città a fare i conti con una domanda che non si può più rimandare: “Quante volte ancora servirà ripetere che quelle vite contano, prima che il mondo smetta di trattarle come una parentesi?”
Margherita Elgani
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