L’arte sacra deve rinnovarsi. Don Polvara lo aveva capito. Incontro a Lecco su design e religione

La Scuola del Beato Angelico fondata nel 1921 a Milano dal lecchese don Giuseppe Polvara (1884-1950) è stata argomento, ieri sera all’oratorio San Luigi, nell’ultimo dei tre incontri promossi dalla comunità pastorale Madonna del Rosario dedicati a “Design e sacro: il progetto come ricerca estetica e spirituale”. Relatore, lo stesso direttore della Scuola, Luigi Codemo.
incontroartesacra__2_.JPG (1.19 MB)
incontroartesacra__3_.JPG (980 KB)
L’incontro è stato aperto dal prevosto don Bortolo Uberti che ha parlato del rapporto travagliato tra arte e sacro negli ultimi secoli e di come la scuola Beato Angelico sia stata antesignana di un processo di aggiornamento durato a lungo: «I fondatori della scuola, tra cui monsignor Polvara, una mente illuminata, hanno tentato un riavvicinamento tra arte e sacro sotto diverse forme molto prima del Concilio Vaticano II e del pontificato di Paolo VI.  La Scuola nasceva come qualcosa che stava tra la bottega e l’università e non dimentichiamoci che sempre nel 1921 nasceva a Milano anche l’Università Cattolica. Polvara era figlio di un pescatore di Pescarenico, una figura straordinaria che Lecco ha un po’ dimenticato. E allora questa potrebbe essere un’occasione per portare alla sua riscoperta.»
1_Don_Bortolo_Uberti.JPG (593 KB)
incontroartesacra__5_.JPG (458 KB)
Lo stesso monsignor Uberti ha inoltre sottolineato come sia necessario la creazione di arte nuova: «Noi abbiamo un grande patrimonio artistico che ci è arrivato da chi ci ha preceduto. Ma noi cosa consegneremo a chi verrà dopo? Certo, potremmo dire d’aver conservato il passato. Ma non è sufficiente, come del resto ci suggerisce la parabola dei talenti.»
2_Prasanth_Cattaneo.JPG (595 KB)
3_Isabella_Maggioni.JPG (502 KB)
Sono poi intervenuti i curatori del ciclo, Prasanth Cattaneo e Isabella Maggioni. Cattaneo ha ricordato tra le altre cose come quella del “Beato Angelico” sia diventata un’esperienza internazionale con l’avvio di tanti progetti anche in Africa.
Maggioni ha prima ricordato la figura di don Polvara, laureatosi in architettura al Politecnico di Milano per poi specializzarsi in Belle Arti a Bologna dove ha conosciuto alcuni esponenti europei interessati al rinnovamento dell’arte sacra; poi, ha offerto una piccola mappa della presenza del “Beato Angelico” nel nostro territorio: la cappella affrescata dell’ex collegio Madonnina di Campo de’ Buoi che sembra avviata a una riconversione di tipo alberghiero, gli arredi liturgici della cappella del Coe di Barzio, l’altare maggiore del Santuario della Vittoria di Lecco. Senza dimenticare, naturalmente, i restauri della basilica di San Pietro al Monte sopra Civate.
La_ferula_di_don_Assi__1_.JPG (321 KB)
La_ferula_di_don_Assi__6_.JPG (457 KB)
La_ferula_di_don_Assi__7_.JPG (333 KB)
E a proposito di legami lecchesi, ancora don Bortolo ha mostrato la ferula cesellata dalla scuola Beato Angelico che la città di Lecco nel 1963 donò a monsignor Enrico Assi, prevosto di Lecco dal 1962 al 1975: vi sono incisi la Torre Viscontea, il Ponte Vecchio, il Resegone, la basilica e il Matitone, il campanile della Vittoria, un palazzo che dovrebbe essere la Banca Popolare di Lecco («Sarà che ha finanziato», la battuta) e poi il lago solcato dalle “lucie”.
4_Luigi_Codemo__2_.JPG (542 KB)
incontroartesacra__4_.JPG (915 KB)
Luigi Codemo ha ripreso l’accenno iniziale del prevosto, ricordando come l’arte cristiana abbia vissuto un periodo di crisi per tutto l’Ottocento. Già nel Settecento la forza artistica della Chiesa che aveva dominato per secoli era andata esaurendosi e si decideva di andare sul sicuro con una sorta di revival dei canoni consolidati: il neoromanico, il neogotico, l’eclettismo, una miscela di stili perché non c’era una linea. Nell’Ottocento cominciò a prendere forma un movimento liturgico che sarebbe arrivato a compimento con il Concilio Vaticano II e i cui esponenti erano accomunati dal rifiuto dell’accademismo, del barocco e del manierismo e ne fece le spese anche Michelangelo, seppure si riconosceva fosse stato geniale. Si cercava qualcosa di nuovo, si ravvisava la necessità di confrontarsi con l’estetica moderna. 
La_Scuola_Beato_Angelico__1_.JPG (265 KB)
incontroartesacra__7_.JPG (426 KB)
È in questo clima – ha proseguito – che è nata la Scuola del Beato Angelico, con tre direzioni di attività: la scuola vera e propria che univa una scuola artigiana e un liceo artistico, unendo il sapere e il fare sull’esempio delle corporazioni medievali in cui vi era un rapporto diretto tra maestro e allievo; la comunicazione perché subito Polvara si rese conto che fosse necessario allargarsi, promuovere riflessioni e dibattiti e allora nel 1923 assunse la direzione, forse con un colpo di mano, della rivista “Arte Cristiana” che era stata fondata dieci anni prima da monsignor Celso Costantini, una famiglia religiosa con una sezione maschile di sacerdoti e una femminile formata da suore.
«Qual era l’urgenza? – si è chiesto Codemo – Offrire alternative agli arredi liturgici in un periodo in cui si andavano prendendo piede quelli industriali di scarsa qualità, un fenomeno durato a lungo e che ancora nel 1964 papa Paolo VI avrebbe criticato.
incontroartesacra__11_.JPG (548 KB)
incontroartesacra__12_.JPG (563 KB)
Secondo Polvara anche l’arta sacra doveva essere plasmata secondo i linguaggi artistici del momento per avvicinarsi maggiormente alla sensibilità delle comunità. E ne diede prova egli stessi nelle chiese che progettò. Andò contro l’essenzialità del razionalismo, ma egli stesso si definiva razionalista, ma di un razionalismo “temperato” e ciò aggiungendo la cultura della tradizione cristiana alla ricerca dell’essenzialità. E l’attenzione si volse anche alle vesti rituali, alle pianete e alle casule.» Oltre ai calici e alle pissidi e ad altri arredi.
La Scuola proseguì lungo questa linea di confronto con la modernità anche dopo la morte del suo fondatore arrivando fino a oggi. Se negli anni Sessanta vi fu una stretta collaborazione con l’architetto Gio Ponti, più recentemente vi è quella con l’artista Mimmo Paladino.
incontroartesacra__9_.JPG (620 KB)
incontroartesacra__10_.JPG (491 KB)
Il direttore Codemo ha poi ricordato come l’archivio della scuola custodisca un patrimonio inestimabile di progetti, alcuni falliti e altri realizzati, che sono fonte continua di ispirazione. Ha poi ricordato come dalla “bottega” del Beato Angelico nel 1963 uscì la tiara di Paolo VI, l’ultima tiara, visto che i pontefici successivi non la indossarono più. Fu realizzata in cinque giorni lavorando senza interruzione, secondo turni che coinvolsero diverse specializzazioni «e fu un esempio di lavoro corale. E anonimo, perché le opere non riportano il nome dell’autore: si lavora per la gloria di Dio e non la propria.»
Dal 2008 il “Beato Angelico” è cambiato. Non ci sono più studenti ed è nata la Fondazione articolata in due laboratori per il ricamo delle vesti e la realizzazione degli arredi collaborando con esterni e lavorando secondo progetti di architetti o designer o su commissione. Viene inoltre mantenuta la parte accademia con la rivista “Arte Cristiana” e vi è inoltre il settore che si occupa degli interventi di restauro.

E parlando di restauro, non può essere dimenticata la basilica di San Pietro al Monte, recuperata in decenni di cantiere su impulso di don Vincenzo Gatti che della “Beato Angelico” fu direttore. 
5_Giacomo_Luzzana.JPG (425 KB)
È grazie all’insegnamento di Gatti, per esempio, che Giacomo Luzzana sarebbe diventato il restauratore oggi conosciuto da tutti e che è intervenuto su molti monumenti lecchesi.
Luzzana era in sala, ieri sera, e don Bortolo lo ha invitato a dire la sua: «Ho imparato che ero già adulto – ha detto il restauratore – proprio sotto la spinta di don Vincenzo. Io avevo cominciato a lavorare che avevo solo nove anni e quindi nessuno studio. Frequentai la scuola “Beato Angelico” ed ero un po’ imbarazzato, avendo quindici anni più dei miei compagni di classe. Certo, se non avessi incontrato don Gatti non avrei fatto questo lavoro. Ed è cominciato proprio a San Pietro al Monte dove don Gatti ha fatto tanto. È stato un cantiere lungo, durato quarant’anni. Ma questo non è un male perché ci fa capire che il restauro è un intervento d’emergenza. È meglio invece fare manutenzione continua. Perché se un’opera è rovinata non la recuperi più.»
D.C.
Invia un messaggio alla redazione

Il tuo indirizzo email ed eventuali dati personali non verranno pubblicati.