In viaggio a tempo indeterminato/434: Rio de Janeiro, calcio, spiagge e...
Rio de Janeiro basta nominarla.
La sua fama la precede.
Le spiagge, il calcio, il carnevale, la caipiriña, la statua di Cristo sulla montagna.
Sembrano tutti stereotipi, immagini da mettere su una cartolina. Ma solo finché non arrivi a Rio e davvero così: una città da vivere in infradito di gomma.
Per noi questa metropoli è stata una delle ultime tappe del viaggio in Sudamerica.
L'abbiamo raggiunta la mattina presto, dopo ben 2 autobus notturni che, dalle cascate di Iguazu, ci hanno portato sull'Oceano Atlantico.
La prima cosa che ho capito, dopo esserci fatti una doccia nella casa della signora che ci ospitava in un quartiere fuori dal centro, è che il portoghese non c'entra nulla con lo spagnolo.
Dopo più di 7 mesi a cercare di capire lo spagnolo, eccoci catapultati a decifrare una nuova lingua, parlata a una velocità sconvolgente e piuttosto subdola. Nel portoghese alcune parole suonano come l'italiano e ti ingannano. Ti fanno pensare che riuscirai a capire i concetti a grandi linee e invece... il buio totale. Tipo la parola "frango". Sembra la storpiatura di un nome proprio ma in realtà significa pollo.
Dopo aver fatto pace con il fatto che avremmo comunicato a gesti, abbiamo iniziato discorsi lunghissimi con la padrona di casa. Tifosa sfegatata del Flamengo, una delle squadre di calcio di Rio, la signora Aparecida non si limitava a guardare le partite in TV, ma era anche un'assidua frequentatrice dello stadio: il Maracanà.
Un nome che richiama alla mente grandi campioni, persino a una come me che di calcio ne sa pochissimo. Talmente poco che all'inizio avevo capito che la signora Aparecida fosse un'appassionata di flamenco, la danza!
Dopo aver assaggiato una tazza di caffè bollente preparata apposta per noi, ci siamo buttati a scoprire la "beach life" (detta in inglese rende più l'idea) per cui questa città è famosa.
Ipanema e Copacabana... non credo serva aggiungere altro.
Piedi nella sabbia, onde alte, bikini striminziti e persone di tutte le età che giocano a calcio in una maniera così tecnica e di alto livello, da tenere fede a tutti quegli stereotipi sul Brasile e i brasiliani.
In questa zona di mondo è appena iniziato l'inverno ma nessuno sembra associarlo a cappellini di lana e giacche pesanti, direi più a onde alte e crema solare.
Ovviamente, in questa parte della città, gli unici due con le scarpe siamo io e Paolo, come ci fa notare un signore incontrato sulla metro. Ha vissuto tanti anni in Italia e parla perfettamente italiano. "Si vede subito che non siete brasiliani" ci dice sorridendo. "Qui si mettono solo infradito, nessuno porta la scarpe!".
In effetti, il marchio di ciabattine di gomma più famoso nel mondo (le Havaianas) arriva proprio da qui. Le vendono persino al supermercato e i prezzi, giustamente, sono molto più bassi che in Europa.
L'outfit perfetto per camuffarsi sulle spiagge di Copacabana e Ipanema è indubbiamente un costume con i colori della bandiera brasiliana verde, oro e blu, e un paio di flip-flop di gomma. Meglio ancora se il tutto viene accompagnato da una caipiriña servita fresca sotto l'ombrellone da uno dei venditori ambulanti che camminano sulla spiaggia.
Vabbè ma Rio de Janeiro non sarà solo quello!
Direbbe qualcuno.
E in effetti c'è molto di più. In una città di 6,7 milioni di abitanti, non ci si può aspettare che tutto giri intorno a un pallone e a una spiaggia (anche se devo ammettere che non mi dispiacerebbe se fosse così!).
Il centro di Rio è un susseguirsi di grattacieli alti che si incastrano in mezzo ad edifici storici. Grandi strade a più corsie che corrono accanto a "brutali" cattedrali di cemento.
Poi ci sono le montagne che si tuffano nel mare. Il Pan di Zucchero, una delle rocce più iconiche del Brasile, con quel nome che sa di dolce e la funivia che sembra sospesa tra cielo e terra.
E proprio su uno sperone di roccia che si trova uno dei simboli indiscussi di Rio e del Brasile: la statua del Cristo Redentore.
Braccia aperte a proteggere la città, è lui che ha la vista migliore di tutti.
Sarò sincera, appena l'ho visto ho pensato: "ma non è un po' troppo piccolo?".
Me lo aspettavo decisamente più alto, più imponente, più massiccio... più!
Non che sia in miniatura e nemmeno brutto. Solo che dopo aver visto immagini su immagini di questa meraviglia del mondo, uno si aspetta l'effetto shock che, nel mio caso, non c'è stato. Non posso dire lo stesso del panorama che, invece, mi ha completamente stregata. Mi ha fatto emozionare quella vista dall'alto di Rio e quando ho assistito anche a una proposta di matrimonio, il mio cuore ha sussultato.

Quelle che ho descritto finora sono le luci e i colori di Rio de Janeiro, la città che i portoghesi hanno chiamato "fiume", anche se qui un fiume non c'è.
Ma ci sono anche delle ombre, inutile negarlo. Rio purtroppo è una metropoli con alti tassi di criminalità.
Noi, per fortuna, non abbiamo vissuto episodi di violenza o assistito a crimini. La scelta di dormire dalla signora Aparecida a 20 km dal centro, si è rivelata vincente in questo.
Ma abbiamo capito che dovevamo mantenere l'attenzione molto alta quando abbiamo letto delle recensioni.
Dopo mesi e mesi di trekking sudamericani ad alta quota ci era balenata l'idea di salire a piedi alla statua del Cristo. Ci sembrava di "conquistarcela" e quindi darle ancora più valore, raggiungendola dopo una salita.
Per prepararci al sentiero, abbiamo aperto la mappa e letto le recensioni del percorso per arrivare alla statua.
Praticamente ogni giorno, qualcuno segnalava di essere stato derubato proprio su quel tragitto. I più fortunati se ne erano andati via con uno spavento e qualche real in meno, i più sfortunati in mutande. L'idea di vederci puntare un coltello (o peggio) ci ha fatto desistere dal trekking e abbiamo preso il trenino per salire alla statua.
Un piccolo episodio che ci ha aperto gli occhi e fatto capire che Rio non è solo spiagge, calcio, carnevale, caipiriña, statua di Cristo sulla montagna.
La sua fama la precede.
Le spiagge, il calcio, il carnevale, la caipiriña, la statua di Cristo sulla montagna.
Sembrano tutti stereotipi, immagini da mettere su una cartolina. Ma solo finché non arrivi a Rio e davvero così: una città da vivere in infradito di gomma.
Per noi questa metropoli è stata una delle ultime tappe del viaggio in Sudamerica.
L'abbiamo raggiunta la mattina presto, dopo ben 2 autobus notturni che, dalle cascate di Iguazu, ci hanno portato sull'Oceano Atlantico.
La prima cosa che ho capito, dopo esserci fatti una doccia nella casa della signora che ci ospitava in un quartiere fuori dal centro, è che il portoghese non c'entra nulla con lo spagnolo.
Dopo più di 7 mesi a cercare di capire lo spagnolo, eccoci catapultati a decifrare una nuova lingua, parlata a una velocità sconvolgente e piuttosto subdola. Nel portoghese alcune parole suonano come l'italiano e ti ingannano. Ti fanno pensare che riuscirai a capire i concetti a grandi linee e invece... il buio totale. Tipo la parola "frango". Sembra la storpiatura di un nome proprio ma in realtà significa pollo.
Dopo aver fatto pace con il fatto che avremmo comunicato a gesti, abbiamo iniziato discorsi lunghissimi con la padrona di casa. Tifosa sfegatata del Flamengo, una delle squadre di calcio di Rio, la signora Aparecida non si limitava a guardare le partite in TV, ma era anche un'assidua frequentatrice dello stadio: il Maracanà.
Un nome che richiama alla mente grandi campioni, persino a una come me che di calcio ne sa pochissimo. Talmente poco che all'inizio avevo capito che la signora Aparecida fosse un'appassionata di flamenco, la danza!
Dopo aver assaggiato una tazza di caffè bollente preparata apposta per noi, ci siamo buttati a scoprire la "beach life" (detta in inglese rende più l'idea) per cui questa città è famosa.
Ipanema e Copacabana... non credo serva aggiungere altro.
Piedi nella sabbia, onde alte, bikini striminziti e persone di tutte le età che giocano a calcio in una maniera così tecnica e di alto livello, da tenere fede a tutti quegli stereotipi sul Brasile e i brasiliani.
In questa zona di mondo è appena iniziato l'inverno ma nessuno sembra associarlo a cappellini di lana e giacche pesanti, direi più a onde alte e crema solare.
Ovviamente, in questa parte della città, gli unici due con le scarpe siamo io e Paolo, come ci fa notare un signore incontrato sulla metro. Ha vissuto tanti anni in Italia e parla perfettamente italiano. "Si vede subito che non siete brasiliani" ci dice sorridendo. "Qui si mettono solo infradito, nessuno porta la scarpe!".
In effetti, il marchio di ciabattine di gomma più famoso nel mondo (le Havaianas) arriva proprio da qui. Le vendono persino al supermercato e i prezzi, giustamente, sono molto più bassi che in Europa.
L'outfit perfetto per camuffarsi sulle spiagge di Copacabana e Ipanema è indubbiamente un costume con i colori della bandiera brasiliana verde, oro e blu, e un paio di flip-flop di gomma. Meglio ancora se il tutto viene accompagnato da una caipiriña servita fresca sotto l'ombrellone da uno dei venditori ambulanti che camminano sulla spiaggia.

Direbbe qualcuno.
E in effetti c'è molto di più. In una città di 6,7 milioni di abitanti, non ci si può aspettare che tutto giri intorno a un pallone e a una spiaggia (anche se devo ammettere che non mi dispiacerebbe se fosse così!).
Il centro di Rio è un susseguirsi di grattacieli alti che si incastrano in mezzo ad edifici storici. Grandi strade a più corsie che corrono accanto a "brutali" cattedrali di cemento.
Poi ci sono le montagne che si tuffano nel mare. Il Pan di Zucchero, una delle rocce più iconiche del Brasile, con quel nome che sa di dolce e la funivia che sembra sospesa tra cielo e terra.
E proprio su uno sperone di roccia che si trova uno dei simboli indiscussi di Rio e del Brasile: la statua del Cristo Redentore.
Braccia aperte a proteggere la città, è lui che ha la vista migliore di tutti.
Sarò sincera, appena l'ho visto ho pensato: "ma non è un po' troppo piccolo?".
Me lo aspettavo decisamente più alto, più imponente, più massiccio... più!
Non che sia in miniatura e nemmeno brutto. Solo che dopo aver visto immagini su immagini di questa meraviglia del mondo, uno si aspetta l'effetto shock che, nel mio caso, non c'è stato. Non posso dire lo stesso del panorama che, invece, mi ha completamente stregata. Mi ha fatto emozionare quella vista dall'alto di Rio e quando ho assistito anche a una proposta di matrimonio, il mio cuore ha sussultato.

Quelle che ho descritto finora sono le luci e i colori di Rio de Janeiro, la città che i portoghesi hanno chiamato "fiume", anche se qui un fiume non c'è.
Ma ci sono anche delle ombre, inutile negarlo. Rio purtroppo è una metropoli con alti tassi di criminalità.
Noi, per fortuna, non abbiamo vissuto episodi di violenza o assistito a crimini. La scelta di dormire dalla signora Aparecida a 20 km dal centro, si è rivelata vincente in questo.
Ma abbiamo capito che dovevamo mantenere l'attenzione molto alta quando abbiamo letto delle recensioni.
Dopo mesi e mesi di trekking sudamericani ad alta quota ci era balenata l'idea di salire a piedi alla statua del Cristo. Ci sembrava di "conquistarcela" e quindi darle ancora più valore, raggiungendola dopo una salita.
Per prepararci al sentiero, abbiamo aperto la mappa e letto le recensioni del percorso per arrivare alla statua.
Praticamente ogni giorno, qualcuno segnalava di essere stato derubato proprio su quel tragitto. I più fortunati se ne erano andati via con uno spavento e qualche real in meno, i più sfortunati in mutande. L'idea di vederci puntare un coltello (o peggio) ci ha fatto desistere dal trekking e abbiamo preso il trenino per salire alla statua.
Un piccolo episodio che ci ha aperto gli occhi e fatto capire che Rio non è solo spiagge, calcio, carnevale, caipiriña, statua di Cristo sulla montagna.
Angela (e Paolo)




















