PAROLE CHE PARLANO/286

Parola

Questo termine deriva dal latino parabola, che a sua volta viene dal greco parabol, composto da para-, accanto, presso e da -bállein, gettare, lanciare. La parabol, quindi, è letteralmente "ciò che viene gettato accanto".

In greco, parabol indicava sia la parabola geometrica sia, in retorica, il paragone, la similitudine, l’accostamento fra due realtà. Nel latino cristiano e tardo, parabola comincia a significare semplicemente "discorso", "detto". Il termine, però, un po’ alla volta venne pronunciato più rapidamente: la b intervocalica si indebolì progressivamente fino a scomparire, mentre la seconda sillaba si contrasse e nacque la nostra "parola". 

Bállein ha una radice indoeuropea gwel- ("gocciolare, gettare, colpire"). Da essa discendono anche il nostro ballare (originariamente "gettarsi nella danza") e problema ("ciò che si getta davanti", da pro- + bállein). La parola è quindi un getto, un lancio che esce da noi e va verso l'altro.

 Il latino classico usava verbum per "parola" (da cui i nostri verbo e verbale). Ma il latino tardo e le lingue romanze hanno preferito parabola, non solo in italiano ma anche nel francese parole, e nello spagnolo palabra. Perché? Probabilmente perché parabola portava con sé l'idea di un racconto vivo, non solo un suono, ma un ponte tra le persone. 

L'uso evangelico ha fissato il termine: le parabole di Gesù sono brevi storie in cui qualcosa di quotidiano (un seminatore, un figlio lontano, un tesoro nascosto) viene gettato accanto a una verità spirituale per illuminarla. La parola, in questa tradizione, non è mai solo informazione: è accostamento che rivela.

 Dire una parola è sempre un movimento verso l'altro. Ogni volta che parliamo, cerchiamo di inviare il nostro pensiero a qualcuno, l'ascoltatore. Ma dovremmo sempre usare cautela: le parole potrebbero essere dardi che feriscono.

Chi parla getta un seme. Chi ascolta lo raccoglie. E tra loro, nell'aria, vola ancora l'ombra di una parabola.

Rubrica a cura di Dino Ticli
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