SCAFFALE LECCHESE/314: quel monsignore che fu l'anima della ''Sacra Famiglia''

Una lapide in via Fiumicella nel rione lecchese di Castello ricorda la casa natale di monsignor Luigi Moneta. Al quale è intitolata anche una via poco distante. Direttore per oltre trent’anni della “Sacra Famiglia” di Cesano Boscone nel Milanese, il sacerdote lecchese fu l’artefice dell’espansione e del consolidamento dell’istituto, reso punto di riferimento nell’ambito dell’assistenza sociale e sanitaria.
A fondare la “Sacra Famiglia” nel 1896 era stato don Domenico Pogliani, prete milanese nato nel 1853, ordinato sacerdote nel 1861. Per una suggestiva coincidenza, dopo avere esercitato i suoi primi anni di ministero in provincia di Milano, nel 1869 venne inviato a Lecco. Don Moneta, naturalmente, era di là dal nascere: sarebbe venuto al mondo soltanto 17 anni dopo. Da parte sua, don Pogliani si fermò in riva al Lario ben poco tempo, solo quattro mesi: di salute cagionevole fin da giovane, il clima lacustre non gli giovava e chiese dunque di essere assegnato ad altro incarico. Venne quindi inviato prima a Trenno e nel 1884 appunto a Cesano Boscone.
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Due anni dopo, il 19 agosto 1886 a Castello di Lecco, nasceva Luigi Moneta, figlio di papà Alessandro e di mamma Serafina Scola, «famiglia assai modesta, ma profondamente cristiana e dedita al lavoro». Nel 1898 entrò in seminario e il 21 maggio venne ordinato sacerdote. 
A raccontarcene la vita e l’impegno sociale, l’indissolubile legame tra il prete lecchese e la “Sacra Famiglia” c’è un libro pubblicato nel 1996 da “Vita e Pensiero”, la casa editrice dell’Università Cattolica di Milano: “Luigi Moneta. Un prete ambrosiano per un miracolo di carità”, Curato da Edoardo Bressan, il volume raccoglie scritti di diversi autori: Amelia Belloni Sonzogno, Antonio Autieri, Stefania Foltran e Floria Galbusera.
Vestito l’abito talare, don Moneta venne assegnato alla casa lavoro per sordoparlanti, emanazione di quello che si chiamava “Istituto San Vincenzo per l’educazione dei deficienti” (denominazione che la dice lunga sul destino delle parole), dove rimase fino al 1919.
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La casa natale in una foto d'epoca

Nel frattempo, don Pogliani aveva cominciato «a guardarsi intorno – scrive Antonio Autieri – per cercare di individuare quale potesse essere il proprio successore prima di morire. La scelta cadde sul giovane Lugi Moneta [che] iniziò a frequentare la Sacra Famiglia nel 1915 con cadenza settimanale, per aiutare Pogliani nell’assistenza spirituale ai ricoverati (si occupava soprattutto della confessione)».
La Sacra Famiglia, come detto, aveva cominciato a funzionare nel 1896. Don Pogliani – ci dice Amelia Belloni Sonzogni - «si era reso conto della drammatica situazione in cui si trovava la campagna milanese “martirizzata dalla povertà” e priva di una confacente assistenza» e nel corso del tempo aveva quindi offerto un ricovero «per persone considerate incurabili, “idioti, paralitici, sordomuti, epilettici, vecchi, impotenti.»
«Inizialmente – aggiunge Autieri – il lugo non dovette ispirare simpatia a Moneta, che non aveva alcuna intenzione di restare all’ospizio più del tempo necessario.» Andava dicendo che là non sarebbe rimasto «nemmeno dipinto sul muro».
Tuttavia - continua Autieri – monsignor Pogliani non ebbe dubbi sulla qualità di Moneta, nominato direttore dell’istituto nel 1919. (…) L’ingresso ufficiale del nuovo direttore, accolto con simpatia dai ricoverati, ormai più di cinquecento, avvenne il 31 ottobre dello stesso anno. Moneta arrivava in un momento delicato: la “grande guerra” (…) rovesciava sulle opere pie le conseguenze del disagio sociale e delle sofferenze che un così grave conflitto non poteva non provocare. “Il periodo turbinoso che ha attraversato in questi anni la nostra Italia ed il mondo tutto, ha aumentato a dismisura il numero degli sventurati che formano il peso più grave e desolante della società”, scriveva Moneta nel marzo 1920».
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La lapide a Castello, in Via Fiumicella

È lo stesso Moneta ricordava così il suo ingresso: «Giornata grigia dentro e fuori. Il prevosto presidente e fondatore dell’ospizio attendeva a casa sua l’arrivo della carrozza che lo doveva portare in clinica. (…) Abbozzò qualche parola di conforto, tradita da copiose lacrime, mi consegnò cinquecento lire, mi disse che altre duemila erano sul conto corrente del Banco Ambrosiano e partì… Il giovane coadiutore mi guardava con occhio interrogativo, come per dire: “Cosa facciamo?”. “Coraggio – risposi io -, confidiamo nel Signore”. Veramente distribuivo un coraggio che non sapevo di avere».
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L'ospizio negli anni Venti

Mentre don Domenico Pogliani andava aggravandosi per morire nel 1921, per la “Sacra Famiglia” cominciava l’era di don Luigi Moneta. Che qui non stiamo a ricostruire nei dettagli, Basti ricordare che l’istituto aumentò le proprie attività, ampliò la sede principale («Un padiglione ogni anno» era lo slogan) e costruì centri distaccati a Intra (oggi provincia di Verbania) e Cocquio nel Varesotto. Nel 1946, l’ospizio era diventato – parole dello stesso Moneta - «un vero villaggio della carità»: dai primi duecento ospiti si era arrivati ormai a tremila. Oggi, si legge sul sito ufficiale, la Sacra Famiglia «gestisce oltre sessanta servizi sociosanitari per persone con disabilità, anziane, minori o con altre fragilità, situati in venti sedi tra Lombardia, Piemonte e Liguria.
Già dai primi momenti del suo operato alla testa dell’istituto, l’intuizione fu che si dovesse creare una rete di sensibilità diffusa sul territorio che fosse anche utile per raccogliere i fondi necessari al sostentamento dell’ospizio e alla promozione di tutte le varie iniziative delle quali si ravvisava di volta in volta la necessità. Nacque anche per questo un bollettino con il quale si informava una vasta platea di lettori del funzionamento della struttura, offrendo anche momenti di approfondimento e riflessione, oltre a stimolare le coscienze, a sensibilizzare la popolazione ma anche a convincere i più abbienti ad aprire il portafoglio.
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Monsignor Polvara con Monsignor Pogliani

Intanto andava plasmando quello che è stato chiamato lo “spirito” dell’ospizio, Scriveva don Moneta nel 1931 proprio su un numero del bollettino: «Palazzi chiusi da una mura inaccessibile, persone rette da una legge inflessibile, una campana che periodicamente richiama i diversi punti di regola e ne esige l’osservanza, tutto farebbe pensare ad una reclusione, se non ad una vera prigione o peggio ad un manicomio. Non è questo lo spirito dell’Ospizio, non è questa la vita che si svolge qua dentro: il nostro Fondatore ha voluto che l’Ospizio prendesse nome dalla Famiglia Divina perché della famiglia doveva avere le doti ed i pregi, elevati all’imitazione del modello di tutte le famiglie: la Sacra Famiglia».
Osserva Stefania Foltran: «Questo è il tipo di convivenza umana stabilito da Luigi Moneta e dai suoi collaboratori a Cesano Boscone, basato su un modello e su un clima appunto famigliare che favorisse anche un eventuale recupero, seppur parziale, dei disabili ospitati, al fine di reinserirli nella società.» Obiettivo allora decisamente all’avanguardia. 
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La Sacra Famiglia a Perledo

Momento drammatico fu naturalmente il periodo della seconda guerra mondiale e dell’occupazione nazista dopo l’armistizio. A Cesano Boscono venne anche aperto quello che è definito un “carcere provvisorio” dove – avrebbe scritto in seguito don Luigi - «abbiamo potuto fare entrare i nostri amici che languivano nelle prigioni di Como, di Milano, di Bergamo, ecc., ed altri che avrebbero potuto provare le sofferenze e le decimazioni dei campi di concentramento». Si accoglievano anche sinistrati, orfani, derelitti, colpiti dalla sventura e vittime della guerra, sacerdoti e laici «che avevano il solo torto di predicare la verità e di comportarsi in conformità».
Nel 1944 si cominciò ad accogliere «i nuovi poveri, figli della difficile situazione all’indomani dell’8 settembre. (…) La maggior parte dei prigionieri erano quasi tutte alte personalità, baroni, conti, marchesi, consoli, prefetti…) colpevoli di non condividere le idee del partito. E poi preti…» Sappiamo che a Cesano Boscono trovò riparo anche don Giovanni Ticozzi, arrestato nel febbraio 1945 per le sue attività nella Resistenza lecchese e rinchiuso a San Vittore, da dove venne liberato su intercessione dell’arcivescovo Ildefonso Schuster.
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I funerali

Dopo il 25 aprile, «coloro che erano stati persecutori divennero perseguitati e presero il posto dei primi. Intere famiglie rimasero nascoste per anni negli abbaini dell’ospizio».
Il periodo bellico fu duro e difficile anche per don Monetta, diventato nel frattempo monsignore. Cominciò ad avvertire i primi sintomi della stanchezza. Avrebbe comunque diretto la struttura per altri dieci anni dalla Liberazione, fino al 6 marzo 1955, quando venne stroncato da una trombosi cerebrale: «Era da poco entrato nel suo ufficio, quando alle 8,30 accusava un improvviso mal di capo che si aggravava in pochi minuti. Alle 17,20 moriva».
Dario Cercek
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