Galbiate, Villa Serena: Antonietta Valea taglia il traguardo dei cento anni
Oggi pomeriggio presso la RSA Villa Serena di Galbiate è stata festeggiata la signora Antonietta Valea, giunta al traguardo dei 100 anni.

Presenti al bel momento conviviale, i suoi parenti, gli ospiti e il personale della struttura assistenziale. La signora Antonietta ha ringraziato tutti per la festa svelando il suo segreto per arrivare questo traguardo: la fede in Dio e la preghiera.

Di seguito la sua storia:

Presenti al bel momento conviviale, i suoi parenti, gli ospiti e il personale della struttura assistenziale. La signora Antonietta ha ringraziato tutti per la festa svelando il suo segreto per arrivare questo traguardo: la fede in Dio e la preghiera.

Di seguito la sua storia:
I SACRIFICI SI FANNO PER I FIGLI
Sono nata il 25 giugno del 1926 a Botricello un paesino sul mare di Calabria. Ero la prima di cinque figli. Mia mamma Immacolata Mirarchi era fornaia e mio padre Gregorio lavorava la terra. Una famiglia semplice, dignitosa nella quale crescere significava anche imparare presto il peso della responsabilità.
Fin da piccina ero la prima ad alzarmi e l’ultima ad andare a letto. Dalle prime luci dell’alba si preparava in cucina per poi passare alle faccende domestiche. Dopo cena, invece, con la nonna si preparava la pasta fresca e siccome non raggiungevo la giusta altezza per impastare sul tavolo mi mettevano uno sgabello sotto i piedi.
Ho frequentato per pochi mesi la prima elementare poi le necessità famigliari mi hanno costretta ad occuparmi dei fratelli più piccoli, sacrificando così la possibilità di imparare. Tante ragazze come me hanno dovuto rinunciare a studiare perché era più necessario lavorare per mettere qualcosa in tavola con tante bocche da sfamare.
Da ragazza con altre mie coetanee si andava anche nei campi a raccogliere le olive o a mietere il grano. Il lavoro della terra era un lavoro duro e pesante. Durante questi anni abbiamo conosciuto la realtà della guerra. Spesso ho raccontato anche ai miei nipoti che la mattina mi sedevo con i miei fratelli sui gradini di casa per consumare la colazione fatta di poco e mentre si godeva di quel momento contavamo gli aerei militari che partivano. La stessa scena si ripeteva la sera e contavamo gli aerei tornare. La sera erano sempre in numero inferiore.
Prima che la guerra portasse via tutto soprattutto i nostri uomini, avevo conosciuto Luigi: un ragazzo di Gioiosa Ionica che lavorava nel nostro paese.
Di lì a poco sarebbe partito per il militare ma mi lasciò con una promessa in tasca: sarebbe tornato e ci saremmo sposati.
Al suo ritorno convolammo a nozze.
Insiemi abbiamo costruito la nostra famiglia e da questo matrimonio sono nati quattro figli; una bimba però ci morì di tifo a soli due anni.
Una madre non dovrebbe mai provare un dolore così grande che ho portato nel cuore con una forza silenziosa con la quale insieme a mio marito abbiamo tirato avanti per la famiglia.
Siamo sempre stati uniti e affiatati. Luigi proveniva anche lui da una famiglia contadina ma tutti lo conoscevano come gentiluomo e uomo di parola.
Nel 1963 abbiamo deciso di lasciare la Calabria e di cercare fortuna in Svizzera, un paese molto diverso dal nostro con la speranza di dare un futuro migliore ai nostri figli.
Dopo qualche anno faticoso ci siamo spostati in Italia, nel Veneto, senza Luigi che rimase a lavorare in Svizzera. Ricongiunti dopo anni siamo tornati in Calabria. In tutto nove traslochi. Per nove volte abbiamo disfatto e rifatto casa e ci siamo riadattati, abbiamo sempre ricominciato, dovunque avessimo abitato abbiamo accettato ogni lavoro: dai campi alla fabbrica, nelle cucine dei ristoranti. Non abbiamo mai avuto il lusso di fermarci e di godere di qualcosa, abbiamo sempre lavorato sempre per i figli.
In quegli anni mentre diventavano grandi presi il coraggio, supportata e spronata da loro, di iscrivermi alle scuole serali per imparare a leggere e scrivere. Mi vergognavo come spesso si vergognano le persone più forti quando devono chiedere aiuto. Allora i miei figli mi accompagnavano ogni sera per non farmi sentire sola. Imparai a leggere e scrivere in stampatello. Una vittoria per me enorme. Luigi mi ha sempre chiamata: “ la mia signora” e lui era tutto per me.
Ci siamo sempre rispettati in quel modo antico, profondo che non ha bisogno di tante parole ma di gesti concreti. La famiglia intanto si allargava, i tre figli si sono sposati e sono arrivati sei nipoti.
Da loro sono chiamata: “il generale” per la mia forza di carattere. Il poliziotto buono della coppia era il nonno!
Nel 1998 Luigi si ammalò di Alzheimer. Lo accudimmo per cinque anni con dedizione. Se ne andò nel 2003. Avevo 78 anni e mi trasferii a Galbiate vicino ai miei figli e a una sorella. Poi gli anni passano e una caduta con rottura di femore mi fece smettere di camminare. Ancora una volta non mi sono arresa e ho ricominciato in sella alla mia carrozzina e adesso sono arrivata a 100, poi si vedrà…
Quel che Dio vuole!Dai ricordi di Valea Antonietta 1926




















