Abbadia: Vittoria pubblica 'I gigli di Sarajevo', romanzo di formazione ambientato dopo la guerra

A Sarajevo, tra le ferite ancora aperte lasciate dalla guerra nei Balcani, un gruppo di bambini cresce in un orfanotrofio sognando una famiglia e un futuro diverso.
È da qui che prende avvio “I gigli di Sarajevo”, il nuovo romanzo di Vittoria Silvestrini, 28 anni, originaria di Abbadia Lariana, che torna in libreria con la sua nona opera, disponibile su Amazon insieme ai precedenti otto titoli. Dietro questa storia c’è un’intuizione nata quasi per caso, ascoltando musica.
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«L’idea del libro è nata ascoltando “Children” di Robert Miles» racconta l’autrice. «Quel brano venne composto dopo che il musicista aveva visto le immagini dei bambini profughi della guerra nell’ex Jugoslavia. Da lì ho iniziato a chiedermi cosa fosse successo a quei bambini dopo la fine del conflitto». Una domanda che si è trasformata in romanzo. Non una storia ambientata durante la guerra, ma negli anni successivi, quando i riflettori si sono ormai spenti e restano da affrontare le conseguenze più silenziose.
Al centro della vicenda c’è Ante, un bambino croato che vive nell’orfanotrofio di Bjelave, una struttura realmente esistente di Sarajevo. Intorno a lui si muovono altri bambini serbi, croati e bosniaci musulmani, tutti accomunati dalla perdita della famiglia e dalla ricerca di un nuovo equilibrio.
«È un romanzo di formazione» spiega Silvestrini. «Si segue la crescita dei personaggi dall’infanzia fino all’età adulta. C’è un protagonista, ma è anche una storia corale perché ogni bambino porta con sé una prospettiva diversa».
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La svolta arriva quando i ragazzi partecipano a un soggiorno estivo in Italia, a Vimercate. Una scelta che non è casuale. «Ho scelto Vimercate perché è il paese dove vivono i miei nonni materni e dove ho trascorso una parte della mia infanzia. È un luogo a cui sono molto legata». Da quel momento la vicenda si allarga e accompagna i protagonisti lungo percorsi differenti. Alcuni vengono adottati in Europa, altri negli Stati Uniti, costruendo vite lontane tra loro ma conservando un legame che il tempo non riesce a cancellare. Nel titolo, i gigli richiamano uno dei simboli più rappresentativi della Bosnia. Un riferimento che si intreccia con l’identità stessa dei protagonisti e con il loro rapporto con Sarajevo, una città che nel romanzo diventa quasi un personaggio.
«Sarajevo è un luogo particolare, dove convivono culture e tradizioni diverse» osserva l’autrice. «Mi interessava raccontare proprio questa pluralità attraverso gli occhi dei ragazzi». Tra i temi affrontati emergono la memoria, l’inclusione e la ricerca delle proprie radici.
Non a caso Silvestrini ha scelto di evitare alcuni elementi spesso presenti nella narrativa contemporanea. «Non volevo costruire la storia attorno a una vicenda sentimentale. Mi interessavano soprattutto i percorsi personali dei personaggi, la loro crescita e il modo in cui affrontano il passato».
Per documentarsi, l’autrice ha lavorato a lungo sui luoghi reali descritti nel romanzo. «Mi piace osservare i dettagli. Anche attraverso fotografie e mappe si possono cogliere particolari che aiutano a immaginare una scena o un personaggio. Quando scrivo ho sempre molto presente la dimensione visiva dei luoghi».
Quello che emerge dalle pagine de “I gigli di Sarajevo” è quindi un racconto che parla di guerra senza raccontare direttamente la guerra, concentrandosi piuttosto sulle vite di chi ne eredita le conseguenze. «Un romanzo non sostituisce un libro di storia» conclude Silvestrini. «Però può aiutare a immedesimarsi nelle persone e nelle loro esperienze. È questo che cerco di fare quando scrivo».
G.D.
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