Il principio fu la tattica
A Pescate un turista ha rimproverato a gesti una ragazza perché in shorts e maglietta corta. Episodio serio, da condannare senza se e senza ma: nessuno ha titolo per dire a una donna come vestirsi. Poi parla il sindaco De Capitani, e il quadro si complica. Invece di limitarsi a stigmatizzare il gesto, si lancia in un comizio in cui rivendica per sé il diritto di dire come le "sue" cittadine debbano vestirsi - solo al contrario, incoraggiandole a mettere shorts, minigonne e pure un bel "décolleté". È lo stesso meccanismo, ribaltato di segno: un uomo, sindaco per giunta, che si sente autorizzato a parlare del corpo delle donne. Il paternalismo non cambia natura solo perché cambia verso.
A questo si aggiunge la nota della Conferenza delle Donne Democratiche che richiama un principio sacrosanto: nessun uomo ha il diritto di parlare a nome delle donne o di farne terreno di scontro identitario. Parole giuste, sottoscrivibili riga per riga
Ma qui viene il problema di coerenza. Solo pochi mesi fa, in campagna elettorale, la stessa area politica aveva speso parole durissime, e sacrosante, in difesa di una giovane candidata insultata sui social per il velo che indossava. Anche quello era un episodio sul corpo di una donna e sul diritto di vestirsi secondo coscienza. Solo che allora la vicenda fu usata, legittimamente si dirà, come clava elettorale contro l'avversario politico. OGGI lo stesso principio viene richiamato per colpire un sindaco di segno opposto, colpevole di aver preso posizione in modo goffo e con parole discutibili contro un episodio di reale prevaricazione.
IL PUNTO non è se il principio sia giusto: lo è sempre.
IL PUNTO è che un principio invocato solo quando è comodo per la propria parte, e accantonato quando lo era per l'avversario, non è più un principio: è tattica.
Se il velo bersaglio di insulti è terreno sacro dell'autodeterminazione femminile anche in chiave elettorale, lo stesso terreno resta sacro quando a parlare di scollature è un sindaco di centrodestra - e non si può denunciare la strumentalizzazione altrui nel momento stesso in cui la si ripropone, cambiando solo bersaglio. Da che pulpito, verrebbe da dire.
IL RISCHIO è che una vicenda che parla di un uomo convinto di poter commentare il corpo delle donne diventi, per mano di chi oggi giustamente lo contesta, l'ennesimo terreno di scontro tra fazioni politiche locali - proprio quello che la stessa nota dice di voler evitare. E le donne, quelle vere, restano sullo sfondo, mentre in primo piano c'è ancora una polemica tra schieramenti. Si può, anzi si deve, condannare la volgarità paternalista di certi sindaci senza per questo usare il primo episodio utile per sistemare un conto elettorale rimasto aperto da mesi.
Le due cose non sono in contraddizione: sono la stessa esigenza di coerenza, applicata a tutti, senza sconti di appartenenza.
A questo si aggiunge la nota della Conferenza delle Donne Democratiche che richiama un principio sacrosanto: nessun uomo ha il diritto di parlare a nome delle donne o di farne terreno di scontro identitario. Parole giuste, sottoscrivibili riga per riga
Ma qui viene il problema di coerenza. Solo pochi mesi fa, in campagna elettorale, la stessa area politica aveva speso parole durissime, e sacrosante, in difesa di una giovane candidata insultata sui social per il velo che indossava. Anche quello era un episodio sul corpo di una donna e sul diritto di vestirsi secondo coscienza. Solo che allora la vicenda fu usata, legittimamente si dirà, come clava elettorale contro l'avversario politico. OGGI lo stesso principio viene richiamato per colpire un sindaco di segno opposto, colpevole di aver preso posizione in modo goffo e con parole discutibili contro un episodio di reale prevaricazione.
IL PUNTO non è se il principio sia giusto: lo è sempre.
IL PUNTO è che un principio invocato solo quando è comodo per la propria parte, e accantonato quando lo era per l'avversario, non è più un principio: è tattica.
Se il velo bersaglio di insulti è terreno sacro dell'autodeterminazione femminile anche in chiave elettorale, lo stesso terreno resta sacro quando a parlare di scollature è un sindaco di centrodestra - e non si può denunciare la strumentalizzazione altrui nel momento stesso in cui la si ripropone, cambiando solo bersaglio. Da che pulpito, verrebbe da dire.
IL RISCHIO è che una vicenda che parla di un uomo convinto di poter commentare il corpo delle donne diventi, per mano di chi oggi giustamente lo contesta, l'ennesimo terreno di scontro tra fazioni politiche locali - proprio quello che la stessa nota dice di voler evitare. E le donne, quelle vere, restano sullo sfondo, mentre in primo piano c'è ancora una polemica tra schieramenti. Si può, anzi si deve, condannare la volgarità paternalista di certi sindaci senza per questo usare il primo episodio utile per sistemare un conto elettorale rimasto aperto da mesi.
Le due cose non sono in contraddizione: sono la stessa esigenza di coerenza, applicata a tutti, senza sconti di appartenenza.
Paolo Trezzi




















