In viaggio a tempo indeterminato/437: la regina dei frutti

C'è un frutto che rappresenta il bene e il male, la scienza e la fiaba, la bellezza e il peccato.
È diventata un'icona, un vero e proprio simbolo universale che attraversa religione, mitologia, fiabe, scienza e cultura pop.
È forse uno dei frutti più "semplici" di cui magari non senti la mancanza,  finché non ti trovi in Paesi dove non esiste e allora ti viene da dire: "sai che quasi quasi ne addenterei una?"
Sto parlando di lei, la regina indiscussa: la mela.
La storia più famosa che riguarda una mela è quella del Giardino dell'Eden. Dio proibisce ad Adamo ed Eva di mangiare il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male. Il serpente convince Eva ad assaggiarlo, lei lo offre ad Adamo e i due vengono cacciati dal Paradiso.
La cosa curiosa è che nella Bibbia non viene mai detto che il frutto fosse una mela. Si parla semplicemente di "frutto". Ma nel corso della storia quel frutto è stato identificato con una mela a cui da secoli e secoli si danno colpe che magari nemmeno aveva. Io se fossi stata al posto di Eva magari ad una mela avrei anche resistito, ma vuoi mettere a una pesca gialla, matura, dolce e succosa?
Poi c'è la mela di Biancaneve, probabilmente la più famosa delle fiabe.
La regina cattiva offre a Biancaneve una mela rossa, lucida e apparentemente perfetta. Ma è avvelenata, lei cade in un sonno profondo, arriva il principe ecc...
Anche qui la mela è associata a una tragedia, al peccato, al desiderio.
Poi per rivalutare l'immagine del frutto ecco che arriva Isaac Newton.
Lo scienziato stava riposando sotto un albero quando vide cadere una mela. Qualcuno dice che gli cadde in testa, qualcuno che la osservo cascare di fronte a lui, fatto sta che questo episodio lo spinse a riflettere sulla forza di gravità.
Per poi arrivare a tempi più recenti quando Steve Jobs scelse la mela come simbolo dell'azienda produttrice di PC e telefoni che tutti conosciamo.
La mela è un frutto comune, bello da vedere, facile da trasportare e presente da migliaia di anni in Europa e in Asia. Per questo è diventata il simbolo perfetto per raccontare grandi idee.
Ma nulla di tutto quello di cui ho parlato finora sarebbe stato possibile senza la città di Almaty nel sud del Kazakistan.

La parola Almaty significa, infatti, "padre delle mele". Secondo la tradizione tutte le mele che addentiamo oggi deriverebbero dal frutto cresciuto e coltivato proprio nei boschi che circondano la città. Malus sieversii è il nome di quella che viene considerata dagli studiosi l'antenata della maggior parte delle mele del mondo e si trova proprio qui.
In pratica se qui non fossero cresciute mele, Biancaneve non sarebbe stata circuita da una strega perché ti voglio vedere ad addentare un kiwi. Probabilmente Newton non avrebbe parlato di gravità, distratto dagli schizzi viola sui vestiti provocati dalla prugna spiaccicata a terra per la caduta. E magari sui famosi computer adesso ci sarebbe un'arancia sbucciata invece di una mela addentata.
Senza dimenticare il fatto che il detto più diffuso sarebbe "Un pomelo al giorno, toglie il medico di torno".
Almaty insomma ci ha salvato e ci ha permesso di goderci torte di mele, strudel e biscotti cuor di mela. Sarà per questo che per secoli è stata la capitale del Kazakistan?
Ok, forse il motivo reale è che la città si trova proprio su quella che è chiamata la Via della Seta. Si tratta di una serie di itinerari che venivano percorsi dalle carovane che trasportavano merci dall'Asia centrale alla Cina e viceversa.
Mercanti, spezie, tessuti, cavalli e naturalmente semi di mela, sono passati dalle montagne del Tien Shan, la catena montuosa che sovrasta la città.
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Tutta la questione Almaty=mela, io l'ho scoperta leggendo la guida scaricata sul telefono, durante le 18 ore di viaggio in treno da Astana ad Almaty. Di treni da quando viaggiamo ne abbiamo frequentati parecchi, ma di così scomodi devo dire pochi. L'inganno è stato pensare che il sedile imbottito fosse morbido e pensato per la schiena di umani, salvo poi scoprire che evidentemente hanno usato dei manichini come tester.
Messa da parte l'idea di dormire decentemente, mi sono data alla lettura delle attrazioni di Almaty ed ecco che mi ha colpito la questione mela.
Sbarcata dal treno, però, mi sono presto accorta che avrei rivissuto un altro "momento Bronte".
Mi spiego meglio.
Per tutta la mia vita la parola "pistacchio" è sempre stata associata alla cittadina di Bronte, tanto da farmi pensare che tutti i pistacchi del mondo venissero da lì.
L'anno scorso, durante il nostro giro della Sicilia in macchina, siamo capitati proprio a Bronte.
E io mi aspettavo di trovare pistacchi ovunque nel paesino. Statue di pistacchi giganti in piazza, un pistacchio come stemma della bandiera comunale, pistacchi al posto dei sassi nei sentieri, edifici rivestiti di gusci di pistacchio, fontane a forma di pistacchio da cui sgorga crema di pistacchio. E invece... niente! Nessuna pacchianata pistacchiosa. Ammetterò di esserci rimasta un tantino male (dove "tantino" è un eufemismo dato che da allora per me esiste il "momento Bronte"!).
Ad Almaty ho rivissuto esattamente la stessa cosa e alla fine la famosa mela nemmeno l'ho assaggiata.
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La colpa è anche del fatto che le mele vengono raccolte a settembre e, a luglio, i frutti dell'anno prima ormai non ci sono più.
È svanita quindi la possibilità di assaggiare una mela che è, in realtà, parecchio diversa da quella che conosciamo perché all'interno la polpa è completamente rossa, proprio come la buccia esterna.
In compenso, al mercato ci siamo scofanati chili di dolci albicocche, succose ciliege, dolci pesche.
E anche se in città non ho trovato una gigantesca statua roteante a forma di mela, mi sono consolata con tutto il resto: una bellissima cattedrale ortodossa tutta in legno, una moschea dalle cupole blu, il pane caldo appena sfornato dal tandoori e quegli edifici squadrati di stampo sovietico che non sono belli ma hanno il loro fascino.
E poi Almaty me la ricorderò per sempre per essere stata la base perfetta per organizzare un'altra fase del viaggio, quella più adrenalinica, incosciente ed emozionante.
Ma di questo ne parliamo la prossima volta che adesso mi è venuta voglia di una buona mela. 

Angela (e Paolo)
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