SCAFFALE LECCHESE/319: in un crepaccio del K2 la tomba di Mazzoleni

In questi giorni si è ricordato Lorenzo Mazzoleni, l’alpinista lecchese morto sul K2 il 29 luglio 1996. Giusto trent’anni fa. Lui, di anni ne aveva 29 ed era uno dei più forti alpinisti della nuova generazione, Già da dieci indossava il maglione rosso dei Ragni della Grignetta. E fu proprio durante la più significativa spedizione di quell’anno del gruppo alpinistico che Mazzoleni trovò la morte.
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Un giovanissimo Mazzoleni al Caminetto Pagani in Grignetta

In quell’estate del 1996, i “Ragni” celebravano il cinquantesimo della loro fondazione e per coronare l’anniversario organizzarono la spedizione sul K2 in collaborazione con il Cnr, il Consiglio nazionale delle ricerche: l’obiettivo era una misurazione più precisa dell’altezza della montagna, Già quattro anni prima, l’Everest era stato abbassato di due metri con la quota fissata a 8846 metri, Ora toccava al K2: rilevazioni e calcoli gli avrebbero restituito tre metri, innalzando l’altezza ufficiale a 8614 metri sul livello del mare. Anche se poi le cifre sarebbero state ulteriormente riviste negli anni seguenti e vai a sapere quella giusta!
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Della spedizione lecchese c’è un racconto a più voci nel libro “Ragni sul K2. Cronaca della K2 Geoexpedition”, pubblicato dall’editrice bergamasca Ferrari nello stesso ’96.
Il diario dell’impresa, alla data 30 luglio, registra: «Ieri, alle 13.30 circa (orario italiano), sono arrivati in vetta al K2 Giulio Maggioni, Lorenzo Mazzoleni e i fratelli Mario e Salvatore Panzeri, assieme al giapponese Masafuni Tadaka, portando con loro gli strumenti necessari alla rimisurazione della vetta. Oggi, alle ore 22.30, risultano rientrati al campo III (quota 7550 metri) tutti tranne Lorenzo Mazzoleni.»
A quell’ora, arrivava al campo Salvatore Panzeri, convinto d’essere raggiunto di lì a poco da Lorenzo con il quale era sceso chiudendo la comitiva. I due si erano distanziati in un passaggio chiamato “collo di bottiglia” attrezzato con una corda di circa 160 metri posizionata durante la salita. Completata la discesa, Panzeri aveva visto Mazzoleni agganciarsi alla corda ed era proseguito verso il campo. Al quale il compagno non sarebbe però arrivato. E verso le 23 cominciarono le ricerche. Soltanto il giorno dopo, verso le 14, Gianpietro Verza e Aldo Verzaroli individuarono degli indumenti gialli e rossi che raggiunsero calandosi per venti minuti e constatando trattarsi proprio del corpo di Lorenzo.
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«Fin da piccolo – leggiamo in uno dei diari lasciati dal giovane alpinista - sono stato invogliato ad appassionarmi alla montagna, intesa come passeggiate, escursioni. Ho trovato di grande aiuto i corsi di alpinismo del Cai Lecco; dapprima partecipai a quelli per i più piccoli, in seguito frequentai quelli un po’ più impegnativi. Si finiva la scuola elementare, o media, alle 12.30-12.45 e alle 13.15-13.25 si partiva dopo avere mangiato e preparato lo zaino per delle passeggiate intorno alla splendida città di Lecco. Nel momento della salita si formavano sempre i gruppi di bambini con a capo il “boss”. Si faceva la gara per le prime posizioni, ma bisognava stare attenti a non sorpassare il “capo-guida”, perché altrimenti si riceveva una sonora lezione.»
Primi passi di una passione che l’avrebbe portato a grandi vette e chissà dove altro ancora non fosse mancato così presto. Le pagine del diario di Mazzoleni corredano il ricordo consegnatoci da un altro alpinista, il valtellinese Oreste Forno, nel libro “Namasté. Lorenzo vive” edito da Bellavite nel 2006, dunque a dieci anni dalla scomparsa. Titolo, come vedremo, che ha un suo senso.
Forno ripercorre i momenti importanti della breve vita di Lorenzo: i corsi di alpinismo, appunto, il campeggio estivo con l’oratorio dei frati cappuccini di viale Turati, l’escursione al rifugio Gianetti in Valtellina che lo portò ad affrontare per la prima volta passaggi su roccia. E poi l’ascesa: nel 1981, la vetta del Gran Paradiso. Ma anche la prima tragedia: nel 1985 una scarica di sassi uccideva il compagno di cordata Alessandro Caporale, L’anno seguente entra nei “ragni” e a cavallo tra ’86 e ’87 partecipa alla spedizione al Sarmiento per celebrare i quarant’anni del gruppo. Nel 1989 è già nel Club alpino accademico, il gotha del Cai.
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«Andare in roccia – leggiamo ancora nel diario di Mazzoleni - non significa solo arrampicare: in un certo senso si può imparare ad arrampicare sugli alberi del proprio giardino. Se fosse così, l’alpinismo sarebbe solo uno sport, non una “religione”. Andare in roccia ha un significato vasto e profondo. È conoscere la montagna, rispettarla, apprezzarla, amarla in tutti i suoi aspetti»: le valanghe, i tramonti, i ruscelli, la cucina di un rifugio e poi le fate, gli gnomi e i folletti che vivono ancora negli occhi attoniti di vecchi pastori. «È amare tutte le creature che le appartengono. (…) È conoscere il valore di un’amicizia vera. (…) È apprezzare fino al parossismo il grande dono della vita. (…) È sentire amiche le stelle.» Inchinarsi all’immensità del Creato e al suo creatore.»
Era uno dei più forti alpinisti del Lecchese – ci dice Oreste Forno -, ma era pure un bel ragazzo ed era corteggiatissimo dalle ragazze anche per i suoi modi di fare, quell’allegria che lo contraddistingueva e che lo portava ad animare tutti i gruppi coi quali si trovava. Dopo gli studi aveva fatto il cuoco e poi era andato a lavorare con un altro nome importante dell’alpinismo lecchese, quell’Aldo Anghileri che con Fabrizio Dell’Oro aveva avviato l’azienda di abbigliamento e attrezzatura sportiva “Ande”.
Nel 1988, ventiduenne, conquistò il suo primo ottomila, il Cho Oyu in Nepal. E l’anno seguente, con Fabio Lenti e i fratelli Mario e Salvatore Panzeri, lanciò la sfida all’Everest: Recita il diario: «Perché non realizzare una spedizione tutta nostra, decidendo con quali persone andare, dove andare, una spedizione senza etichette e doveri da svolgere. Montagne, pareti, Settemila, Ottomila, non c’è che scegliere per il nostro sogno. Ma il nostro “sogno” doveva essere grande, come la nostra amicizia, la nostra forza, la nostra gioia di vivere e fantasticare; il suo nome è Everest, la Dea Madre della Terra.».
Il tentativo fallì, ma già nel 1990 gli si presentò una nuova occasione con un’altra spedizione: per l’attacco alla vetta – ci racconta Forno - «Lorenzo potrebbe partire con i tre alpinisti che raggiungeranno la cima, ma accetta di ritardare un giorno per dare modo a un altro componente di recuperare un po’ di forma e quindi dargli modo di salire. È un gesto generoso che però pagherà perché nemmeno il girono dopo il suo compagno è pronto per salire, anzi rinuncia definitivamente e a lui non resta che tentare solo. È una salita dura che Lorenzo affronta con grande caparbietà, con quella voglia di andare fino in fondo che l’aveva già contraddistinto sul Cho Oyu, ma quando raggiunge la Cima Sud, a ormai 90 metri di dislivello dalla vetta, si trova a un bivio. Si trova a dover decidere se andare avanti e rischiare la vita, come un coreano che l’ha persa solo il giorno prima o se tornare indietro, Non è una scelta facile, ma alla fine decide per ciò che ritiene giusto, di certo pensando anche a chi l’aspetta a casa, e torna indietro.»
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Verso la vetta

Non è il caso di stendere qui l’elenco delle imprese e facciamo quindi quel salto di sei anni che ci porta sul K2 in quella notte del 29 luglio in cui Mazzoleni scomparve nella notte, In “Ragni sil K2”, ricostruisce Gianpietro Verza, il compilatore ufficiale della cronaca dell’impresa: «Arrivarono uno alla volta, sfiancati, con principi di congelamenti, in stato di leggera confusione mentale; Mario rantolava, cercammo di rifocillarli come possibile, chiesi di Lorenzo, era dietro di loro, doveva arrivare presto. Poi divenni impaziente, non si vedeva nessuna luce, non ci fu nessuna risposta ai nostri richiami, il vento gelido disperdeva le nostre grida. Mi immaginai Lorenzo stanco e freddo ritardare il suo arrivo, sedersi nella neve, raffreddarsi di più, preso nella morsa dell’ipossia. Non potei più attendere, divenne impellente uscire dal tepore della tenda dove solo tre dei quattro amici avevano ritrovato la vita. In un attimo furono pronti il thermos e due frontali; dal walkie talkie uscirono delle frasi di incoraggiamento che udii lontane, agganciai i ramponi e fui solo una figura ansimante nella notte. (…) Urlavo nella notte, speravo in una risposta, volevo trovarlo accoccolato e tremante: quante sagome mi hanno illuso, fino a trovarmi all’imbocco del canale del “collo di bottiglia”. (…) Ad 8200 metri di quota cominciai ad esaurire le speranze di trovare Lorenzo, rinnovai l’energia dei miei richiami senza ottenere altro che gli echi della notte e l’esaurimento del mio fiato.» 
Il rientro al campo base e il giorno dopo la ripresa delle ricerche: «Una tuta gialla è distesa in mezzo alla conca; ma non basta un triste dubbio, è necessaria una devastante certezza. (…) Raggiungiamo la tuta gialla, riconosco i braccialetti di Lorenzo, non ho il coraggio di guardare a lungo il corpo dell’amico, il senso della precarietà della nostra esistenza è lì schiacciante. Tutta la grande vitalità del nostro compagno è divenuta memoria, i momenti felici appartengono ai ricordi.»
Ricorda il capospedizione Agostino Da Polenza; «Crediamo che Lorenzo abbia raggiunto la fine delle corde fisse e nell’accingersi a scendere gli ultimi cento metri di pendio verso la spalla, forse ingannato dalla particolare luce tra il crepuscolo ed il sorgere della Luna, sia scivolato su una placca di neve ventata precipitando nel canale alla sua destra.»
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La scuola di Dhiulikel

A ritrovare il corpo, come detto, sono stati lo stesso Verza e Aldo Verzaroli, mentre una spedizione alpinistica giapponese, impegnata su una via lì vicina, «si è offerta di tumulare i suoi resti sul fondo di un piccolo crepaccio individuato ieri dai suoi amici. Un gesto di grande pietà e solidarietà tra alpinisti e di rispetto umano. Alle 16 al campo base, tutti gli uomini di diversa nazionalità presenti, si riuniranno davanti alla tenda di Lorenzo per delle brevi individuali testimonianze che saranno affidate, nelle molteplici lingue, al vento del Baltoro perché con l’affetto e l’amore di noi tutti, raggiungano lui, i suoi genitori e tutti coloro che lo amano.»
La notizia giunse naturalmente anche a Lecco. Racconta Forno: «Alle sette del mattino, in Roncola, diluvia. Mamma Dina, che si è alzata presto per l’ansia di poter parlare alle 8 con Lorenzo, sente dei suoni simili a lamenti. Forse è il tempo, pensa, mentre il suo pensiero fisso è per Lorenzo. Ma quando si ritrova sulle scale il genero Roberto, comparso in quel luogo all’improvviso, intuisce che qualcosa non sta andando per il verso giusto. Già le tremano le gambe mentre chiede spiegazioni; suo marito che già sa è di là in cucina, da dove proviene il pianto. (…) La notizia è già arrivata anche a Lecco, come una pugnalata a tradimento. (…) I giornalisti che ben conoscono Lorenzo sono presi dall’emozione e dal dolore, ma si affrettano a parlare di lui, magari sperando anche di poter alleviare un po’ il dolore.»
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Il dispensario di Askole

Ecco come, nella presentazione del libro di Forno, il giornalista Giorgio Spreaficco ricorda quei momenti: «La voce la sento ancora. Giovane, fresca, familiare, all’improvviso impigliata in un’esitazione – un breve, ma lunghissimo silenzio, a respiro trattenuto – che la vela, la copre di rughe, la invecchia di dieci o vent’anni. È strano: di quella ragazza che allora chiamavo quasi ogni giorno, andando in cerca di notizie e anche più di buone notizie, adesso non ricordo il nome. Ricordo bene le sue parole spente, però, quelle sì: “Ciao… Aspetta, c’è un problema… Ti passo Silvana…” Un altro silenzio, il vuoto della comunicazione smistata e poi eccola, Silvana, il capocordata gentile del campo base rimasto in questa nostra parte di mondo. Deve dire, deve dirmi, la cosa che cambierà tutto: “Sì, c’è un problema…” Anche lei si ferma, a volte la salita è davvero troppo ripida. Riprende, sa che le tocca: “È Lorenzo… Purtroppo Lorenzo non è rientrato al campo. Lo stiamo cercando…»
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Dalla morte di Lorenzo sono germogliati progetti di solidarietà, in particolare una scuola in Nepal realizzata con l’associazione “Namasté” (una forma di saluto orientale: ecco il titolo del libro di Forno) e un dispensario medico in Pakistan promosso dall’associazione “Amici di Lorenzo” costituita per raccogliere fondi da destinare a iniziative sociali in ricordo dell’alpinista lecchese.
Ricorda Maria Assunta Lenotti, medico della spedizione al K2: ««La morte di Loreenzo colpì profondamente noi tutti compagni di spedizione. (…) Si fece strada via via un’idea che poteva essere particolarmente adatta a ricordarlo e a sentirlo ancora vivo e presente tra noi. Durante l’avvicinamento al campo base del K2 ci eravamo imbattuti nelle persone che vivevano nei villaggi di quest’area ancora così isolata e primitiva, e avevamo potuto constatare quanto precaria, o meglio inesistente, fosse l’assistenza sanitaria per queste popolazioni. Lorenzo stesso mi aveva chiesto di portare delle medicine supplementari per loro, oltre a quelle della spedizione. Ci demmo subito da fare per dare vita a un fondo di solidarietà, il Fondo Lorenzo Mazzoleni, che raggiunse ben presto una quota che sembrò sufficiente per iniziare a perseguire il nostro intento. (…) Come luogo per avviare le attività medico sanitarie, scegliemmo il villaggio di Askole, l’ultimo sulla via che conduce al K2. (…) Nel 1999, constatato che le persone accorrevano numerose a farsi visitare e ad esporre i propri bisogni di salute, decidemmo di iniziare la costruzione di un ambulatorio dedicato a Lorenzo. Nacque l’associazione “Amci di Lorenzo”.»
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L’ambulatorio venne ultimato nel 2003 e nel 2004 attrezzato e arredato.
Nel frattempo, si mosse anche l’associazione Namasté di Bulciago che nel 1991 aveva avviato la realizzazione di una scuola nel villaggio nepalese di Dhiulikel, inaugurata nel 1994: «Dopo la morte di Lorenzo – sono le partole del presidente Giuseppe Camorani -, esattamente a inizio 1997, l’associazione entrò in contatto con la sua famiglia che, a nome e ricordo del congiunto, aderì con grande slancio all’iniziativa, apportando un notevole numero di soci e benefattori.» La “Namasté Primary School” di Dhiulikel è così cresciuta: dalla trentina di alunni dei primi tempi, nel volgere di dieci anni è arrivata a contarne circa seicento.»
Nel 2013, Agostino Da Polenza ipotizzò il recupero del corpo di Lorenzo, ma la famiglia volle che lo si lasciasse nel ghiaccio himalayano. L’anno successivo, il 2014, a ricordare la tragedia del K2 è stato il ritrovamento dello zaino di Mazzoleni.
Dario Cercek
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