«Uomo grande e semplice». L’addio a Carlo Borlenghi. Chiesa gremita di Bellano
Chiesa parrocchiale gremita, questa mattina a Bellano, per l’addio a Carlo Borlenghi, morto improvvisamente lunedì mattina all’età di 70 anni: era il fotografo della grande vela, anzi, il più celebre fotografo di vela, come ha scritto l’agenzia Ansa annunciandone il decesso, l’uomo di mare che non sapeva nuotare.
C’erano dunque i grandi nomi di quel mondo velistico così glamour e dorato, i campioni internazionali, una foltissima rappresentanza di “Luna Rossa” (il team velistico nato nel 1987 e per il quale Borlenghi ha a lungo collaborato). E c’era la gente di Bellano, la gente del paese, del “suo” paese che, nonostante i viaggi per il mondo e le lunghe assenze, non l’aveva mai visto allontanarsi, ma rimanere sempre “uno di qui”. Oltre naturalmente ai famigliari – la moglie Alessandra, la mamma Rosa, il fratello Luciano, i nipoti – e ai tanti amici. A piedi dell’altare le corone di fiori: di “Luna Rossa”, di “Azzurra”, dello yacht club di Montecarlo, tutti ad augurargli “Buon Vento”.
Avrebbe potuto tirarsela, Borlenghi - ahinoi, quanti ne conosciamo che, per molto meno, la mettono giù dura come padreterni – e invece era sempre di un’umiltà e di una generosità senza pari, rispettoso di chiunque, pronto al passo indietro. E di questo tenore sono state l’omelia del parroco don Emilio Sorte e le testimonianze portate al termine della liturgia.

Don Emilio ha infatti definito Carlo «un uomo semplice, un poeta, di poche parole e sempre fedele a se stesso e cioè il ragazzo cresciuto a Bellano, che aveva girato il mondo, raggiunto fama e successo, ma tutta questa luce sulla sua persona sembra non lo toccasse: lui era solo il Carlo. È questo che l’ha reso grande, che l’ha fatto ammirare, che ha fatto aprire il cuore di tutti. Proprio come dice Gesù: i più grandi sono i più semplici. È stato un uomo che ha amato il suo lavoro, ne parlava ancora nelle ultime ore prima di morire. Gli si diceva che fosse venuto il momento di riposare, pensare a curare i malanni e lui che rispondeva: “Se mi togliete il lavoro, io non duro un’ora”.»

Il parroco ha poi proseguito immaginandosi Borlenghi nel paradiso accanto al papà Andrea e alla sorella Barbara, ma soprattutto a sbizzarrirsi a immortalare tutto quanto vede lassù, continuando in quella ricerca di infinito che è stato il suo lavoro fotografico.

Le testimonianze hanno ricordato i vari aspetti di Borlenghi come uomo e come fotografo, il fotografo che ha saputo catturare il mare nel contrasto tra la fragilità umana alla potenza dell’oceano, ma che soprattutto lascia «a noi bellanesi» la sua grande umanità per la quale Bellano gli sarà sempre grata.
È stato ricordato come il suo viaggiare, il suo frequentare ilo “bel mondo” non gli avevamo mai fatto distogliere dal suo paese si origine al quale era sempre pronto a dare un contributo, a infiammarsi per ogni iniziativa. Come il progetto del “Ritratto di Bellano”, nato in tempo di Covid: forse nemmeno lui si sarebbe aspettato di scattare complessivamente ottomila fotografie, ma mentre il progetto cresceva andava entusiasmandosi sempre di più. Ancora oggi, molti bellanesi postano sui social le foto di quel progetto.

Una nipote ha portato il messaggio dello scrittore Andrea Vitali secondo cui Carlo Borlenghi si trova ora sull’isola di Ogigia a fumare una sigaretta, negando nel contempo di fumare, mentre l’ultimo sbuffo di fumi gli esce dalla bocca. E poi il pensiero di quello che fu un suo giovane assistente ormai una ventina di anni fa, ricordando come pretendesse sempre l’eccellenza, ma anche di come fosse tollerante nei confronti delle iniziative dei più giovani che amava «perché era giovane dentro».

Dopo la cerimonia funebre, la salma è stata avviata alla cremazione.

Carlo Borlenghi
Avrebbe potuto tirarsela, Borlenghi - ahinoi, quanti ne conosciamo che, per molto meno, la mettono giù dura come padreterni – e invece era sempre di un’umiltà e di una generosità senza pari, rispettoso di chiunque, pronto al passo indietro. E di questo tenore sono state l’omelia del parroco don Emilio Sorte e le testimonianze portate al termine della liturgia.
Don Emilio ha infatti definito Carlo «un uomo semplice, un poeta, di poche parole e sempre fedele a se stesso e cioè il ragazzo cresciuto a Bellano, che aveva girato il mondo, raggiunto fama e successo, ma tutta questa luce sulla sua persona sembra non lo toccasse: lui era solo il Carlo. È questo che l’ha reso grande, che l’ha fatto ammirare, che ha fatto aprire il cuore di tutti. Proprio come dice Gesù: i più grandi sono i più semplici. È stato un uomo che ha amato il suo lavoro, ne parlava ancora nelle ultime ore prima di morire. Gli si diceva che fosse venuto il momento di riposare, pensare a curare i malanni e lui che rispondeva: “Se mi togliete il lavoro, io non duro un’ora”.»
Il parroco ha poi proseguito immaginandosi Borlenghi nel paradiso accanto al papà Andrea e alla sorella Barbara, ma soprattutto a sbizzarrirsi a immortalare tutto quanto vede lassù, continuando in quella ricerca di infinito che è stato il suo lavoro fotografico.
Il saluto della mamma
Le testimonianze hanno ricordato i vari aspetti di Borlenghi come uomo e come fotografo, il fotografo che ha saputo catturare il mare nel contrasto tra la fragilità umana alla potenza dell’oceano, ma che soprattutto lascia «a noi bellanesi» la sua grande umanità per la quale Bellano gli sarà sempre grata.
Il vicepresidente della Provincia Mattia Micheli e il sindaco Antonio Rusconi in fascia
Una nipote ha portato il messaggio dello scrittore Andrea Vitali secondo cui Carlo Borlenghi si trova ora sull’isola di Ogigia a fumare una sigaretta, negando nel contempo di fumare, mentre l’ultimo sbuffo di fumi gli esce dalla bocca. E poi il pensiero di quello che fu un suo giovane assistente ormai una ventina di anni fa, ricordando come pretendesse sempre l’eccellenza, ma anche di come fosse tollerante nei confronti delle iniziative dei più giovani che amava «perché era giovane dentro».
Dopo la cerimonia funebre, la salma è stata avviata alla cremazione.
D.C.




















