In viaggio a tempo indeterminato/441: in Kirghizistan nessuno viene lasciato a piedi
"Cin cin. In Italia si fa così" e avviciniamo tutti e tre le scodelline di ceramica del tè.
Siamo seduti in un ristorante su un topchan, la pedana rialzata con un tavolino basso dove ci si accomoda per bere il tè.
Fuori c'è la Torre Eiffel ma siamo su una strada tra i monti del Kirghizistan e stiamo per fare una scorpacciata di manti, i ravioli al vapore tipici di questa parte di mondo.
Io e Paolo non saremmo mai entrati in uno di questi immensi ristoranti per famiglie ma non abbiamo avuto scelta.
Mirbek, che ci sta dando un passaggio da qualche chilometro, si è fermato qui per pranzo. Non ha voluto saperne quando gli abbiamo proposto di pagare noi e ha fatto la stessa identica "mossa da ninja" che fa la nonna di Paolo: ha saldato il conto senza che ce ne accorgessimo.
Mentre addento il primo dei 15 ravioli nel cestino davanti a me, penso a quanto sia incredibilmente meravigliosa questa situazione. E non perché i manti siano deliziosi (anche se devo dire che a prelibatezza non deludono!) ma perché essere in questo posto in questo momento è qualcosa che fino a poche ore fa non avrei nemmeno immaginato.
Fare autostop, me ne rendo sempre più conto, vuol dire non sapere. Non sapere chi si fermerà. Non sapere quando si arriverà. Non sapere dove si arriverà. Non sapere come si arriverà.
Ogni giornata inizia con un gigantesco punto di domanda che però piano piano cambia forma. Ed è proprio quello il bello anche se, a tutta questa incertezza, è difficile abituarsi.
Come è impossibile fare l'abitudine a gesti di generosità e ospitalità come quelli che stiamo vivendo in Kirghizistan.
Negli ultimi giorni, spostandoci tra i monti, abbiamo percorso strade isolate e remote. Pensavamo sarebbe stato complicato riuscire a trovare dei passaggi e invece il Kirghizistan ci ha dimostrato che nessuno viene lasciato a piedi in mezzo al nulla.
Abbiamo dovuto prendere fino a 8 passaggi in una sola giornata ma ognuno ci ha permesso di aggiungere un tassello al puzzle di questo Paese.
Per non dimenticarmi di nessuna delle persone che ci ha accompagnato, ho appuntato nelle note del telefono alcune parole chiave. A rileggerle sembrano senza senso, quasi avessi scritto una filastrocca senza capo né coda.
Nel tratto di strada tra Naryn e Suusamir ho segnato questo:
- CAMIONISTA DIAS DETTO DESPACITO + CANZONI ALEXIA E LOLLIPOP.
È stato il primo passaggio della giornata e ci ha dato una grande mano. Nonostante il nome spagnoleggiante, ci ha parlato per tutto il tempo in russo. Particolarmente interessato alla distanza chilometrica tra le città in Europa, ha dovuto assistere al pietoso spettacolo di me e Paolo che cantiamo ad alta voce le canzoni di Alexia e delle Lollipop che sono comparse come per magia dalla compilation che sta ascoltando.
Mi sono rivista quindicenne, davanti alla TV, mentre ballavo seguendo quella melodia "forte e inesorabile" con mia sorella, entrambe a piedi scalzi sul tappeto persiano in salotto.

- COPPIA CON MACCHINA ORO CHE FA BENZINA CON TANICA
Mia mamma, quando ero piccola, aveva una macchina color oro. Era una Ford Fiesta con un motore così rombante e un look così poco sobrio, da farsi notare in tutto il paese. Quanto mi vergognavo quando mi veniva a prendere a scuola con quella macchina improbabile! Ora eccomi qui, seduta sul sedile posteriore di una macchina oro esattamente come quella di mia mamma. C'è un silenzio bizzarro dentro l'abitacolo. Io e Paolo non parliamo. Il ragazzo alla guida e la ragazza accanto a lui non si dicono una parola. Dopo pochi chilometri di silenzio rilassante, ci fermiamo in uno spiazzo sterrato a lato della strada. Io e Paolo pensiamo di essere già arrivati è così facciamo per aprire le portiere.
"No no" ci dice il guidatore, indicando un signore che si sta avvicinando all'auto. Ha in mano un boccione di plastica e un imbuto. "Ahhh benzina" diciamo noi in coro. Il silenzio si rompe, facciamo una risata, raccontiamo da dove veniamo e ripartiamo tornando in quel tranquillo silenzio.
-CAMIONISTA CHE FA INVERSIONE A U + CI COMPRA GELATI + CI SCRIVE FOGLIETTO
Finora l'esperienza di viaggio in autostop più intensa, profonda e illuminante che abbiamo fatto è stata in Iran. Sono passati esattamente 4 anni da quel capitolo del nostro viaggio ma, a volte, ancora non mi sembra vero di averlo vissuto. È stata talmente totalizzante e ha ribaltato così tante convinzioni da aver stravolto ogni classifica: generosità, accoglienza, bellezza, identità.
Il Kirghizistan però, in alcune occasioni, mi ha ricordato l'esperienza iraniana. Questa nota, per esempio, avrei potuto tranquillamente scriverla dopo aver raggiunto Teheran in autostop. E invece il protagonista oggi è Samir, un camionista che ha fatto addirittura inversione di marcia con il suo gigantesco camion, solo per poterci dare un passaggio. Tra noi si è creata una connessione, pur non dicendoci una parola. Si è fermato per una pausa e ci ha comprato due gelati con stampata la faccia di un cammello sulla confezione.
Ho fatto un morso e immediatamente sono tornata con la mente alla prima volta nella mia vita in cui sono salita su un camion. Eravamo in Iran e anche in quel caso l'autista si era fermato e ci aveva comprato due gelati facendoci capire a gesti che lui non avrebbe potuto mangiarli perché non aveva i denti.
Un gelato, due mondi, una generosità senza confini.
- SIGNORE CON LUNGA BARBA BIANCA " YOU MUSLIM??"
Il Kirghizistan è un Paese a maggioranza islamica ma le moschee non cantano il richiamo alla preghiera e molte donne non indossano il velo. Questo signore, però, credo sia un imam (colui che guida la preghiera in moschea) e così Paolo decide di giocarsi ben due carte. La prima è il tradizionale saluto musulmano "Salam Aleikum" e la seconda è la parola "Alhamdulillah". Non ricordo chi ci abbia insegnato questa espressione ma non posso dimenticarmi la fatica che abbiamo fatto per ricordarci come si pronunciasse.
In arabo questa parola significa letteralmente "grazie a Dio" ma in realtà si utilizza quando succede qualcosa di molto positivo per rendere grazie. Bizzarramente si pronuncia anche dopo che qualcuno ha starnutito.
Per noi queste due espressioni sono un modo per rompere una barriera e far capire che rispettiamo il credo della persona che ci troviamo di fronte.
Con il signore in macchina hanno avuto un effetto immediato. Dopo aver sentito Paolo pronunciare quelle parole, si è voltato di scatto e con quello sguardo così genuino e dolce ha tirato fuori la prima frase in inglese che abbiamo sentito pronunciare in tutta la giornata: "You Muslim?"

Viaggiare in autostop vuol dire non sapere. Non sapere chi si fermerà. Non sapere quando si arriverà. Non sapere dove si arriverà. Non sapere come si arriverà.
Ma vuol dire anche condividere un pezzo di strada, una canzone, un momento che diventa un ricordo indelebile e ti ricorda un pezzetto di te.
Non so se il Kirghizistan mi sarebbe piaciuto allo stesso modo se non avessimo deciso di girarlo in autostop. Probabilmente da sole le montagne altissime o i paesaggi sconfinati non avrebbero lasciato lo stesso segno che questi incontri improbabili hanno scolpito nei miei ricordi.
Adesso, invece, ogni volta che mangerò un gelato confezionato, vedrò una macchina oro o sentirò una canzone trash anni '90, ripenserò a questa avventura, a questo Paese e alla sua gente così generosa e accogliente.
Siamo seduti in un ristorante su un topchan, la pedana rialzata con un tavolino basso dove ci si accomoda per bere il tè.
Fuori c'è la Torre Eiffel ma siamo su una strada tra i monti del Kirghizistan e stiamo per fare una scorpacciata di manti, i ravioli al vapore tipici di questa parte di mondo.
Io e Paolo non saremmo mai entrati in uno di questi immensi ristoranti per famiglie ma non abbiamo avuto scelta.
Mirbek, che ci sta dando un passaggio da qualche chilometro, si è fermato qui per pranzo. Non ha voluto saperne quando gli abbiamo proposto di pagare noi e ha fatto la stessa identica "mossa da ninja" che fa la nonna di Paolo: ha saldato il conto senza che ce ne accorgessimo.
Mentre addento il primo dei 15 ravioli nel cestino davanti a me, penso a quanto sia incredibilmente meravigliosa questa situazione. E non perché i manti siano deliziosi (anche se devo dire che a prelibatezza non deludono!) ma perché essere in questo posto in questo momento è qualcosa che fino a poche ore fa non avrei nemmeno immaginato.
Fare autostop, me ne rendo sempre più conto, vuol dire non sapere. Non sapere chi si fermerà. Non sapere quando si arriverà. Non sapere dove si arriverà. Non sapere come si arriverà.
Ogni giornata inizia con un gigantesco punto di domanda che però piano piano cambia forma. Ed è proprio quello il bello anche se, a tutta questa incertezza, è difficile abituarsi.
Come è impossibile fare l'abitudine a gesti di generosità e ospitalità come quelli che stiamo vivendo in Kirghizistan.
Negli ultimi giorni, spostandoci tra i monti, abbiamo percorso strade isolate e remote. Pensavamo sarebbe stato complicato riuscire a trovare dei passaggi e invece il Kirghizistan ci ha dimostrato che nessuno viene lasciato a piedi in mezzo al nulla.
Abbiamo dovuto prendere fino a 8 passaggi in una sola giornata ma ognuno ci ha permesso di aggiungere un tassello al puzzle di questo Paese.
Per non dimenticarmi di nessuna delle persone che ci ha accompagnato, ho appuntato nelle note del telefono alcune parole chiave. A rileggerle sembrano senza senso, quasi avessi scritto una filastrocca senza capo né coda.
Nel tratto di strada tra Naryn e Suusamir ho segnato questo:
- CAMIONISTA DIAS DETTO DESPACITO + CANZONI ALEXIA E LOLLIPOP.
È stato il primo passaggio della giornata e ci ha dato una grande mano. Nonostante il nome spagnoleggiante, ci ha parlato per tutto il tempo in russo. Particolarmente interessato alla distanza chilometrica tra le città in Europa, ha dovuto assistere al pietoso spettacolo di me e Paolo che cantiamo ad alta voce le canzoni di Alexia e delle Lollipop che sono comparse come per magia dalla compilation che sta ascoltando.
Mi sono rivista quindicenne, davanti alla TV, mentre ballavo seguendo quella melodia "forte e inesorabile" con mia sorella, entrambe a piedi scalzi sul tappeto persiano in salotto.

- COPPIA CON MACCHINA ORO CHE FA BENZINA CON TANICA
Mia mamma, quando ero piccola, aveva una macchina color oro. Era una Ford Fiesta con un motore così rombante e un look così poco sobrio, da farsi notare in tutto il paese. Quanto mi vergognavo quando mi veniva a prendere a scuola con quella macchina improbabile! Ora eccomi qui, seduta sul sedile posteriore di una macchina oro esattamente come quella di mia mamma. C'è un silenzio bizzarro dentro l'abitacolo. Io e Paolo non parliamo. Il ragazzo alla guida e la ragazza accanto a lui non si dicono una parola. Dopo pochi chilometri di silenzio rilassante, ci fermiamo in uno spiazzo sterrato a lato della strada. Io e Paolo pensiamo di essere già arrivati è così facciamo per aprire le portiere.
"No no" ci dice il guidatore, indicando un signore che si sta avvicinando all'auto. Ha in mano un boccione di plastica e un imbuto. "Ahhh benzina" diciamo noi in coro. Il silenzio si rompe, facciamo una risata, raccontiamo da dove veniamo e ripartiamo tornando in quel tranquillo silenzio.
-CAMIONISTA CHE FA INVERSIONE A U + CI COMPRA GELATI + CI SCRIVE FOGLIETTO
Finora l'esperienza di viaggio in autostop più intensa, profonda e illuminante che abbiamo fatto è stata in Iran. Sono passati esattamente 4 anni da quel capitolo del nostro viaggio ma, a volte, ancora non mi sembra vero di averlo vissuto. È stata talmente totalizzante e ha ribaltato così tante convinzioni da aver stravolto ogni classifica: generosità, accoglienza, bellezza, identità.
Il Kirghizistan però, in alcune occasioni, mi ha ricordato l'esperienza iraniana. Questa nota, per esempio, avrei potuto tranquillamente scriverla dopo aver raggiunto Teheran in autostop. E invece il protagonista oggi è Samir, un camionista che ha fatto addirittura inversione di marcia con il suo gigantesco camion, solo per poterci dare un passaggio. Tra noi si è creata una connessione, pur non dicendoci una parola. Si è fermato per una pausa e ci ha comprato due gelati con stampata la faccia di un cammello sulla confezione.
Ho fatto un morso e immediatamente sono tornata con la mente alla prima volta nella mia vita in cui sono salita su un camion. Eravamo in Iran e anche in quel caso l'autista si era fermato e ci aveva comprato due gelati facendoci capire a gesti che lui non avrebbe potuto mangiarli perché non aveva i denti.
Un gelato, due mondi, una generosità senza confini.
- SIGNORE CON LUNGA BARBA BIANCA " YOU MUSLIM??"
Il Kirghizistan è un Paese a maggioranza islamica ma le moschee non cantano il richiamo alla preghiera e molte donne non indossano il velo. Questo signore, però, credo sia un imam (colui che guida la preghiera in moschea) e così Paolo decide di giocarsi ben due carte. La prima è il tradizionale saluto musulmano "Salam Aleikum" e la seconda è la parola "Alhamdulillah". Non ricordo chi ci abbia insegnato questa espressione ma non posso dimenticarmi la fatica che abbiamo fatto per ricordarci come si pronunciasse.
In arabo questa parola significa letteralmente "grazie a Dio" ma in realtà si utilizza quando succede qualcosa di molto positivo per rendere grazie. Bizzarramente si pronuncia anche dopo che qualcuno ha starnutito.
Per noi queste due espressioni sono un modo per rompere una barriera e far capire che rispettiamo il credo della persona che ci troviamo di fronte.
Con il signore in macchina hanno avuto un effetto immediato. Dopo aver sentito Paolo pronunciare quelle parole, si è voltato di scatto e con quello sguardo così genuino e dolce ha tirato fuori la prima frase in inglese che abbiamo sentito pronunciare in tutta la giornata: "You Muslim?"

Viaggiare in autostop vuol dire non sapere. Non sapere chi si fermerà. Non sapere quando si arriverà. Non sapere dove si arriverà. Non sapere come si arriverà.
Ma vuol dire anche condividere un pezzo di strada, una canzone, un momento che diventa un ricordo indelebile e ti ricorda un pezzetto di te.
Non so se il Kirghizistan mi sarebbe piaciuto allo stesso modo se non avessimo deciso di girarlo in autostop. Probabilmente da sole le montagne altissime o i paesaggi sconfinati non avrebbero lasciato lo stesso segno che questi incontri improbabili hanno scolpito nei miei ricordi.
Adesso, invece, ogni volta che mangerò un gelato confezionato, vedrò una macchina oro o sentirò una canzone trash anni '90, ripenserò a questa avventura, a questo Paese e alla sua gente così generosa e accogliente.
Angela (e Paolo)




















