Tracce Libere/3: il giro di boa di Alizé Piana, campionessa dopo l'incidente
Track #3 – “Alive” – Sia
Il wakeboard è uno sport fatto di tanti piccoli frammenti: una run si compone di due tratte, andata e ritorno, separate da una boa; ogni tratta è fatta di cinque trick, per un totale di dieci figure eseguite in acqua. Eppure, non è mai il singolo salto a dare la certezza del punteggio finale: a differenza di altri sport (come la ginnastica artistica, dove ogni figura ha un valore preciso) nel wakeboard tutto è relativo, dipende dalla difficoltà dell'esibizione, dalla performance degli avversari, dal quadro complessivo della run.È una lezione che vale per l'acqua tanto quanto fuori: puoi aver eseguito il salto migliore della tua vita oppure aver commesso un errore che sembra pesare come un macigno. In entrambi i casi, quando arrivi alla boa, la storia è ancora tutta da scrivere.

Prima di quel giorno, però, c'è tutta una vita costruita sull’adrenalina, sullo sport e sull'acqua. “Fin da piccola ho sempre praticato sport estremi: ho fatto quad, motocross, go-kart, arrampicata, sci, snowboard” racconta Alizé, che a soli quattro anni inizia a correre in kart a livello agonistico, per poi continuare fino ai quattordici anni.
Il wakeboard, invece, arriva quasi per caso. In barca con i genitori, sul lago, un guasto li costringe ad attraccare al Moregallo, sede della Sambuca Wakeboard School, il club a cui Alizé è ancora oggi affiliata e con cui è cresciuta. Lì conosce Claudio Dal Lago, il suo attuale istruttore: per tenerla occupata, le fa provare una tavola, quasi per gioco. È amore a prima vista.
I primi due anni sono amatoriali, ma ben presto allenatori e compagni si accorgono che, come si dice in gergo tecnico, la giovanissima lecchese “aveva piede”. A undici anni arrivano le prime gare, a dodici il primo Europeo in Olanda, a quattordici entra nella nazionale italiana e dal suo secondo anno in under 14 vince tutti gli Europei disputati. “Sono una persona che se non ha un obiettivo davanti a sé, difficilmente riesce a fare una cosa”, spiega, ripercorrendo anche il suo primo mondiale, disputato in Messico sempre a quattordici anni, dove si posiziona quinta. “Anche da piccola, se mi si diceva di fare uno sport solo per il gusto di farlo non mi sentivo abbastanza spronata. Avevo bisogno di un obiettivo da raggiungere”.

Mentre quei pensieri continuano a galleggiare nella mente di Alizé, un'altra passione ricomincia a correre in parallelo a quella per l'acqua: i motori, eredità diretta del padre e del suo team di rally raid. A sedici anni Alizé si allena con le vetture da fuoristrada, tra deserti e sterrati, sognando Dakar, mentre continua a fare wakeboard e a studiare. Davanti a lei un nuovo, sfidante obiettivo: partecipare, a diciotto anni, al World Rally Raid Championship.

La portano d'urgenza a Montpellier, in un centro specializzato in grandi ustioni: un giorno e mezzo di coma farmacologico, poi la prima di quattro operazioni. Le mani, ustionate in profondità, hanno bisogno di un trapianto di pelle; il viso, colpito più in superficie, guarirà con bendaggi e creme. Venti giorni in ospedale, poi altre tre settimane di riabilitazione in una clinica specializzata.
“Col trapianto di pelle non muovevo più le mani” racconta. “Mentalmente ero a pezzi: piangevo, mi svegliavo la notte per gli incubi, non riuscivo a dormire né a mangiare. È stato devastante, a livello fisico e mentale”. Ha solo diciotto anni, e accanto a lei - chi fisicamente vicino a quel letto d'ospedale, chi a distanza - ci sono i genitori, il fidanzato, gli amici, tutta la squadra.
Tornata in Italia, inizia una fisioterapia lunga e complicata. “Le mani, dopo il trapianto di pelle, mi sembravano quelle di un'ottantenne su una ragazza di vent'anni” ricorda ripensando ai guanti compressivi che l’hanno accompagnata per mesi, e che spesso sono stati un modo per difendersi da sguardi invadenti. Ma la questione estetica è quasi secondaria: le sue mani sono anche quelle che tengono il bilancino del wakeboard, e i medici, all'uscita dalla clinica, le avevano detto che non avrebbe potuto fare sport per un anno intero.
Ricomincia da zero — "come se fossi tornata quella bambina di nove anni che entra in acqua per la prima volta" — ed è ancora periodo di pandemia: senza gare in calendario, ha tutto il tempo per farlo senza pressione. Ma la cosa più importante che ritrova non è tecnica: è mentale. “In quel momento ho avuto uno switch che ha cambiato completamente la mia performance, perché il problema del nostro sport è soprattutto psicologico, anche se non sembra. Noi abbiamo una percentuale di caduta altissima: se mentalmente non ci sei, il corpo non ti segue”. Ora il suo corpo - cambiato, ma anche ritrovato - la segue di nuovo.

Nel wakeboard nulla è scritto fino all'ultima run, all'ultimo avversario, all'ultimo trick. È luglio 2022: è passato un anno da quando Alizé è tornata in piedi sulla tavola. I mondiali si disputano a Rieti, sulle acque di casa: ha appena concluso la sua performance nella categoria Junior Women. Se un anno prima le avessero detto che non solo avrebbe rimesso piede in acqua, ma sarebbe arrivata a un altro mondiale, non ci avrebbe creduto. Ma come dicevamo all'inizio, in questo sport è impossibile sapere come andrà finché non ci si trova in quel punto preciso: quello dell'ultimo salto, quando i piedi si staccano dall’acqua e riatterrano sulla superficie increspata; quello in cui il suo nome appare sul tabellone, in cima a una lista senza nessuno sopra. "Quel giorno penso di aver provato le emozioni più forti della mia vita, tutte insieme: l'incidente, la tragedia più grande, ma anche la medaglia d'oro al mondiale, la soddisfazione più grande" racconta oggi, ancora con un brivido nella voce. "Se non mi fosse capitato quello che mi è capitato, non sarei stata così grata di quel momento, non l'avrei assaporato appieno. Ho vinto tante gare prima di quella, ma nulla sarà mai paragonabile: è stata più di una competizione, è stata una rinascita”.

Francesca Amato, volontaria di Telefono Donna




















