Tracce Libere/3: il giro di boa di Alizé Piana, campionessa dopo l'incidente

Track #3 – “Alive” – Sia

Il wakeboard è uno sport fatto di tanti piccoli frammenti: una run si compone di due tratte, andata e ritorno, separate da una boa; ogni tratta è fatta di cinque trick, per un totale di dieci figure eseguite in acqua. Eppure, non è mai il singolo salto a dare la certezza del punteggio finale: a differenza di altri sport (come la ginnastica artistica, dove ogni figura ha un valore preciso) nel wakeboard tutto è relativo, dipende dalla difficoltà dell'esibizione, dalla performance degli avversari, dal quadro complessivo della run. 
È una lezione che vale per l'acqua tanto quanto fuori: puoi aver eseguito il salto migliore della tua vita oppure aver commesso un errore che sembra pesare come un macigno. In entrambi i casi, quando arrivi alla boa, la storia è ancora tutta da scrivere.
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Alizé Piana, lecchese classe 2003, questa lezione la conosce meglio di chiunque altro. Per lei il vero giro di boa non è arrivato in gara, ma il 20 aprile 2021, il giorno in cui la sua vita si è divisa in un prima e un dopo. Da una parte una carriera sportiva in crescita costante. Dall'altra un incidente che ha rischiato di costarle tutto, e che l'ha messa di fronte alla scelta più difficile: fermarsi, o ripartire da zero.
Prima di quel giorno, però, c'è tutta una vita costruita sull’adrenalina, sullo sport e sull'acqua. “Fin da piccola ho sempre praticato sport estremi: ho fatto quad, motocross, go-kart, arrampicata, sci, snowboard” racconta Alizé, che a soli quattro anni inizia a correre in kart a livello agonistico, per poi continuare fino ai quattordici anni. 
Il wakeboard, invece, arriva quasi per caso. In barca con i genitori, sul lago, un guasto li costringe ad attraccare al Moregallo, sede della Sambuca Wakeboard School, il club a cui Alizé è ancora oggi affiliata e con cui è cresciuta. Lì conosce Claudio Dal Lago, il suo attuale istruttore: per tenerla occupata, le fa provare una tavola, quasi per gioco. È amore a prima vista.
I primi due anni sono amatoriali, ma ben presto allenatori e compagni si accorgono che, come si dice in gergo tecnico, la giovanissima lecchese “aveva piede”. A undici anni arrivano le prime gare, a dodici il primo Europeo in Olanda, a quattordici entra nella nazionale italiana e dal suo secondo anno in under 14 vince tutti gli Europei disputati. “Sono una persona che se non ha un obiettivo davanti a sé, difficilmente riesce a fare una cosa”, spiega, ripercorrendo anche il suo primo mondiale, disputato in Messico sempre a quattordici anni, dove si posiziona quinta. “Anche da piccola, se mi si diceva di fare uno sport solo per il gusto di farlo non mi sentivo abbastanza spronata. Avevo bisogno di un obiettivo da raggiungere”.
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Ma la strada per raggiungere il traguardo, qualsiasi esso sia, non è mai una linea retta. Nel 2019 un infortunio al ginocchio le costa la partecipazione al mondiale, e con la lesione fisica arriva anche una crisi più silenziosa. “Era come se il wakeboard non mi divertisse più. Penso possa accadere a chi fa uno sport per tanti anni e fin da piccolo. Ti chiedi: perché lo faccio? Perché voglio o perché ho iniziato a nove anni e ora non so fare altro?”.
Mentre quei pensieri continuano a galleggiare nella mente di Alizé, un'altra passione ricomincia a correre in parallelo a quella per l'acqua: i motori, eredità diretta del padre e del suo team di rally raid. A sedici anni Alizé si allena con le vetture da fuoristrada, tra deserti e sterrati, sognando Dakar, mentre continua a fare wakeboard e a studiare. Davanti a lei un nuovo, sfidante obiettivo: partecipare, a diciotto anni, al World Rally Raid Championship.
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È nell'attesa di questa ennesima sfida personale che tutto cambia. Ad aprile 2021 parte con il padre per allenarsi su un circuito nel sud della Francia. Durante un test, a bordo come passeggera, arriva l'inaspettato giro di boa: l'auto si guasta, si ribalta e prende fuoco. Senza guanti né balaclava, nell'istinto di sopravvivenza Alizé mette mani e testa fuori dal finestrino — ed è lì che le fiamme la investono, ustionandole mani e viso. Il pilota rompe a calci il parabrezza: escono prima che l'auto esploda. Solo allora Alizé guarda le proprie mani, e l'adrenalina lascia il posto a un dolore lancinante. Quando arrivano i soccorsi, il dolore è così forte che prega di essere sedata.
La portano d'urgenza a Montpellier, in un centro specializzato in grandi ustioni: un giorno e mezzo di coma farmacologico, poi la prima di quattro operazioni. Le mani, ustionate in profondità, hanno bisogno di un trapianto di pelle; il viso, colpito più in superficie, guarirà con bendaggi e creme. Venti giorni in ospedale, poi altre tre settimane di riabilitazione in una clinica specializzata.
“Col trapianto di pelle non muovevo più le mani” racconta. “Mentalmente ero a pezzi: piangevo, mi svegliavo la notte per gli incubi, non riuscivo a dormire né a mangiare. È stato devastante, a livello fisico e mentale”. Ha solo diciotto anni, e accanto a lei - chi fisicamente vicino a quel letto d'ospedale, chi a distanza - ci sono i genitori, il fidanzato, gli amici, tutta la squadra.
Tornata in Italia, inizia una fisioterapia lunga e complicata. “Le mani, dopo il trapianto di pelle, mi sembravano quelle di un'ottantenne su una ragazza di vent'anni” ricorda ripensando ai guanti compressivi che l’hanno accompagnata per mesi, e che spesso sono stati un modo per difendersi da sguardi invadenti. Ma la questione estetica è quasi secondaria: le sue mani sono anche quelle che tengono il bilancino del wakeboard, e i medici, all'uscita dalla clinica, le avevano detto che non avrebbe potuto fare sport per un anno intero. 

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Ma, come insegna questa disciplina, dopo il giro di boa si è solo a metà strada. “In quel periodo andavo spesso al club a vedere i miei compagni di squadra allenarsi. Un giorno mi son detta: ci provo, se mi fa male mi fermo. Alla fine non ho dovuto fermarmi: sono rimasta in piedi sulla tavola, e da lì si è aperto un mondo”. Con il fisioterapista scoprono che tenere stretto il bilancino è di per sé una forma di riabilitazione per le sue mani: un movimento che diventa, insieme, terapia e ritorno alla vita. È passato solo un mese dall'incidente, ed Alizé è già tornata con i piedi e la mente sul filo dell’acqua. 
Ricomincia da zero — "come se fossi tornata quella bambina di nove anni che entra in acqua per la prima volta" — ed è ancora periodo di pandemia: senza gare in calendario, ha tutto il tempo per farlo senza pressione. Ma la cosa più importante che ritrova non è tecnica: è mentale. “In quel momento ho avuto uno switch che ha cambiato completamente la mia performance, perché il problema del nostro sport è soprattutto psicologico, anche se non sembra. Noi abbiamo una percentuale di caduta altissima: se mentalmente non ci sei, il corpo non ti segue”. Ora il suo corpo - cambiato, ma anche ritrovato - la segue di nuovo.
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Nel wakeboard nulla è scritto fino all'ultima run, all'ultimo avversario, all'ultimo trick. È luglio 2022: è passato un anno da quando Alizé è tornata in piedi sulla tavola. I mondiali si disputano a Rieti, sulle acque di casa: ha appena concluso la sua performance nella categoria Junior Women. Se un anno prima le avessero detto che non solo avrebbe rimesso piede in acqua, ma sarebbe arrivata a un altro mondiale, non ci avrebbe creduto. Ma come dicevamo all'inizio, in questo sport è impossibile sapere come andrà finché non ci si trova in quel punto preciso: quello dell'ultimo salto, quando i piedi si staccano dall’acqua e riatterrano sulla superficie increspata; quello in cui il suo nome appare sul tabellone, in cima a una lista senza nessuno sopra. "Quel giorno penso di aver provato le emozioni più forti della mia vita, tutte insieme: l'incidente, la tragedia più grande, ma anche la medaglia d'oro al mondiale, la soddisfazione più grande" racconta oggi, ancora con un brivido nella voce. "Se non mi fosse capitato quello che mi è capitato, non sarei stata così grata di quel momento, non l'avrei assaporato appieno. Ho vinto tante gare prima di quella, ma nulla sarà mai paragonabile: è stata più di una competizione, è stata una rinascita”.
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Oggi Alizé ha 23 anni, e per una strana coincidenza del destino ci racconta questa storia proprio dal Lago del Salto di Rieti, dove pochi giorni fa ha disputato un nuovo Campionato del Mondo, questa volta gareggiando nella categoria Open. Sullo stesso specchio d'acqua dove, quattro anni fa, la sua storia ha preso una piega che nessuno avrebbe potuto immaginare. Il giro di boa, quella volta, l'ha superato. Per continuare a scrivere la sua storia.
Francesca Amato, volontaria di Telefono Donna
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