SCAFFALE LECCHESE/325: Grossi “perduto” e dimenticato. E un monumento per forza
Un giorno, all’amico poeta Carlo Porta, scrisse di come gli fosse appena arrivata una «gran strapazzada» da parte dello zio prete «che rabbios e danaa pesg che n’è on scin», rabbioso e dannato peggio che un cane, lo dava per perduto, avendo saputo del suo scrivere versi: «E vers, Jesus Maria, in meneghin» e cioè in milanese.

Il mittente era un ancora giovane Tommaso Grossi. Lo zio prete in questione si chiamava egli pure Tommaso Grossi: parroco a Treviglio, si era fatto carico dell’educazione del nipote, non avendone la famiglia i mezzi sufficienti, e cercando di avviarlo alla vita religiosa. Inutilmente. Il giovane Tommaso avrebbe studiato legge, ma si sarebbe poi dedicato alla vita letteraria.
«La sua memoria – sono le parole dello studioso lecchese Gianfranco Scotti – è viva ancora oggi, benché sulla sua opera, un tempo celebrata e considerata fra le più significative dell’Ottocento italiano, sia in gran parte sceso il velo dell’oblio. Eppure, egli fu un protagonista del panorama delle lettere italiane del primo Ottocento ed ebbe la singolare ventura di trovarsi accompagnato a due nomi sommi, quelli di Carlo Porta e di Alessandro Manzoni, con i quali Grossi ebbe affettuosa e deferente consuetudine.»
È vanto di Bellano, dove nacque, anche se vi visse per ben pochi anni, salvo poi ritornarci periodicamente per qualche giorno di vacanza, quando ormai era milanese a tutti gli effetti. Se ne gloria anche Treviglio, per via dell’ospitalità ricevuta dal suddetto zio prete.

Questa rubrica lo ha già incontrato. A proposito del romanzo “Marco Visconti”, e di quella “Prineide” che gli creò qualche non trascurabile problema con l’autorità austriaca.
Tra le altre opere che non stiamo a elencare, va segnalata in particolare “I lombardi alla prima crociata”, il poema che, con l’adattamento librettistico di Temistocle Solera, sarebbe diventato un’opera tra le più celebri di Giuseppe Verdi.
Nonostante monumenti, toponomastica e intitolazioni varie, però, ormai oggi Tommaso Grossi è poco frequentato. In genere, lo si incrocia parlando appunto di Porta e Manzoni, che sono i due differenti punti di riferimento dello scrittore bellanese: da una parte la poesia dialettale, dall’altra il gran lavoro sulla nuova lingua italiana.
Il libro più recente che ci parla dello scrittore bellanese è “C’era una volta ‘I Lombardi’. Tommaso Grossi e il suo tempo” di Alessandra Cenni, autrice che i lettori lecchesi già conoscono per essersi occupata anche della poetessa Antonia Pozzi. Pubblicato dalla milanese Viennepierre edizioni, il libro di Cenni risale al 1999. Dunque, quasi trent’anni fa. E del resto, per l’intero XX secolo poco si è scritto sul Grossi. Chi si avventuri in qualche studio deve risalire addirittura alle opere ottocentesche dei fratelli Cantù, ancora oggi punto di appoggio fondamentale.
Il primo fu Ignazio con la memoria “Vita ed opere di Tommaso Grossi” pubblicato con gli editori milanesi Borroni e Scotti nel 1853, praticamente all’indomani della morte dello scrittore (10 dicembre). Un “instant-book”, si direbbe oggi: «Alle 3 ore pomeridiane del 10 dicembre 1853 – l’incipit - si spegneva in Milano un ingegno privilegiato, dopo aver per settimane tenuti gli amici divisi tra timore e speranza. È una di quelle glorie italiane che formeranno sempre un bell’ornamento della letteratura affettuosa. E poiché questo nome appartiene ad un tempo che ci è famigliare, e ci presenta fatti e persone a me note anche nelle particolarità più minute, e poiché il glorioso poeta, nell'abbandono del cuore, mi parlò più d'una volta, del primo stadio della sua vita, così spero non mi verrà meno la materia di ritrarre, anche nelle lievi particolarità, il compianto autore dell'Ildegonda e del Marco Visconti.»
Cesare se ne sarebbe occupato un decennio più tardi: fu nel 1862 che la torinese Unione tipografico-editrice pubblicò il suo “Tommaso Grossi”, presentato come una raccolta di lettere inviate dal Cantù al conte toscano Mario Carletti intenzionato a scrivere una biografia del Grossi poi rimasta nelle intenzioni.
Tommaso Grossi era nato il 20 gennaio 1791 a Bellano, «da onesti ma poco agiati parenti» annota lo stesso Ignazio Cantù. Nel paese lariano rimase fino all’età di quattro anni, quando venne appunto affidato allo zio prete che lo portò a Treviglio per gli studi.
Poco, dunque, il tempo trascorso sul Lario. Sufficiente, secondo Ignazio, per lasciare un segno indelebile nella personalità dello scrittore: «Le sue opere recano l’impronta di questa origine alpestre e lacuale, palesando a più tratti quell’affezione per la terra natia che noi, nati o cresciuti al piede e sul dorso dei monti, sentiamo forse più viva che non sentano coloro che nacquero al piano. Quante volte egli ritorna col pensiero a' suoi greppi, al suo lago, al suo orizzonte aperto, alla sua aria pura, ai suoi burroni, alle piante annose, sotto la cui ombra succhiò il latte materno, a quelle vallette, a quei torrenti tutti pieni delle memorie dell'età prima e che hanno un rumore, un nome, una sembianza dolce e soave come il volto, come il nome d'un amico! Bisognava che il suo cuore avesse vivamente sentito il desiderio della terra natale prima di saperlo trasfondere in quelle parole della sua vecchia Marta quando, sazia del soggiorno di Milano e d'un trambusto a cui ella non avea pratica, esclamava: «Oh le nostre montagne! quel lago che ti allarga il cuore, quegli ulivi, quei castagni, quel cielo bello, grande quanto tira la vista ché qui bisogna alzare il capo a guardare in su per vederne quattro palmi.»
Del resto – sostiene ancora Ignazio Cantù – per apprezzare il Grossi occorre anche «conoscere i suoi monti, esservi nato, starvi lontano e ricordarli con desiderio. Ed io quei monti li vidi tante volte.»
Come si sa Cesare e Ignazio Cantù erano originari di Brivio in Brianza, dunque lungo l’Adda. Pertanto «l’acqua che ha bagnato la sua patria discende poco dopo a bagnare la mia» e «i suoi primi diletti saranno stati anche i miei, gettarsi incautamente sulle acque, agitare un leggero battello, correre pei boschi a cogliere la mortella, l’alloro ed il muschio per gli archi trionfali nei dì solenni della chiesa villereccia…». E camminar sulle sponde e arrampicarsi sui monti, vivere le stagioni secondo la comune tradizione. Con la Bice del “Marco Visconti” che incarna la nostalgia dello scrittore per la propria terra natale.
«I suoi primi anni saranno passati presso a poco come passarono i nostri: girellare per le vie, scorrere lungo la riva del lago giocando a rimbalzello, gettare l'amo ai pesciolini dalla sponda del molo o dalla poppa di una barca, ambire il posto di servir la messa, sospirare come un dì di festa quello in cui i genitori l'avessero condotto fino al Santuario della Madonna di Lezzeno...»: così avrebbe detto anche don Luigi Vitali, in occasione dell’inaugurazione del monumento bellanese il 10 settembre 1876, perciò un secolo e mezzo fa (come s’usava all’epoca, il discorso divenne un opuscolo stampato dal milanese Stabilimento di Angelo Zanaboni: “Per l’inaugurazione del monumento a Tommaso Grossi in Bellano”).
Poco si sa dell’infanzia, dunque. Le nebbie cominciano a diradarsi quando, all’età di nove anni, il piccolo Tommaso entrò nel seminario di Lecco. Certo è – continua don Vitali – che «se i suoi parenti, e fra essi lo zio curato di Treviglio, che gli teneva luogo di padre, l'avevano posto nel Seminario coll’idea di farne un prete, dovettero tosto ricredersene». Non fu certo un allievo modello. Sintetizza Alessandra Cenni: «Organizza burle ai compagni, ai maestri; s’arrampica proditoriamente sugli alberi; sfida i pericoli e rimedia all’ultimo momento, gettandosi sui compiti per dare buona prova di sé. Spesso riceve punizioni anche dure: non solo la versione di latino da imparare a memoria, ma anche una condanna da carcere, pane acqua,»
Finché un giorno con un amico organizza addirittura una vera e propria fuga dall’esito naturalmente inglorioso.
In un librettino pubblicato dall’editore lecchese Ettore Bartolozzi nel 1953 (anno centenario della morte dello scrittore), Federica Fossati ci dice: «Il poeta conservò sempre un ricordo assai triste degli anni trascorsi in seminario, Vita assai grama: poco latino, scarsissimo pane, percosse e castighi senza fine.» E pare che, rievocando quell’esperienza, il Grossi raccontasse di un episodio risalente al 1799, quando in seminario entrò un plotone di cosacchi, all’epoca delle famose battaglie di Verderio e Lecco tra austro-russi e francesi: «I piccoli collegiali – racconta Fossati - si divertirono un mondo a quella inaspettata novità (…) Gli Oblati invece, si dimostravano contrariati e preoccupati e si affrettarono a placare e rabbonire i poco graditi ospiti con una ricca merenda. Il piccolo Grossi dovette credere che quegli acciaccatori fossero arrivati lì per impartire il giusto castigo ai suoi aguzzini. Perciò, a un certo momento, si attaccò alla falda della giacca di un cosacco e gli additò il più manesco e il più detestato dei suoi aguzzini, perché gli somministrasse una giusta dose di legnate. La richiesta fece ridere di gusto quell’ispido soldato della steppa. E qualche giorno dopo, il… piccolo terrorista ebbe rimorso del suo malvagio pensiero e andò a confessarsene con l’Oblato e a chiedergli perdono.»
Tolto dal seminario – ci racconta Cesare Cantù – è «allogato sotto un maestrucolo a Rezzonico, sul lago suo, quasi nel suo paese» e da dove «poteva vedere la sua patria – aveva scritto Ignazio – cercandola collo sguardo sulla riva opposta, alquanto in giù». Lo confermerebbe il poemetto “Ulrico e Lidia”: «Tosto a destra si volge, e di lontano/ Ravvisa palpitando il suo Bellano/ Bruna corrente a fil della Pioverna/ Sino alle falde della balza alpestre/ Tutta merlata la magion paterna/ Fissi gli occhi intendendo, la finestra/ Della madre par che si discerna,»
«Tengo queste particolarità – spiega Ignazio – dalla bocca stessa di lui, ed era notevole la vivacità e la compiacenza con cui le rammentava, Ed io le riferisco tanto più volentieri perché in questa vivacità puerile, unita a tanto ingegno e tanta bontà di cuore, si ravvisano i preludi di quella carriera che doveva dischiudersi a lui negli anni successivi.»
Nell’autunno del 1804, lo zio lo mandò alle scuole di Brera dove «approfittò meglio che non avesse fatto per l’innanzi – scrive Ignazio -, e cominciò già a mostrare una predilezione per tutto ciò che aveva un metro, un accento. (…) Aveva poi una singolare affezione ai versi in dialetto milanese che andava pubblicando Carlo Porta»
Dopo Brera, l’università. Scrive Cenni: «Si laurea nel 1815 all’Università di Pavia, dopo essersi segnalato anche qui per alcune celebri burle goliardiche (…) come la satira anonima contro i professori. (…) Nel frattempo, era diventato avvocato e faceva pratica legale a Milano, fintanto che i nuovi regolamenti comunali limitarono il numero degli avvocati residenti in Milano per inviare i giovani nelle province. (…) Passa, dunque, alla specializzazione notarile» e nel 1818 «venne ammesso all’Albo. Appena un anno dopo, con buona pace delle aspettative dello zio, dà però segno di voler rinunciare alla professione per dedicarsi completamente all’esercizio letterario.»
Nacque la grande amicizia con Carlo Porta, fu il periodo della celeberrima “Cameretta” e cioè gli «incontri nella casa del Porta per una vasta cerchia di amici e letterati che oltre a discutere di letteratura e a commentare l’attualità leggevano anche le proprie composizioni sottoponendole al giudizio degli amici»; così Gianfranco Scotti in un fascicolo pubblicato nel 1991dal Lions club della Riviera del Lario.
Dello stesso Scotti, tra l’altro, c’è un cd edito nel 2007 da Viennepierre: “La Cameretta degli amici di Gianfranco” in cui lo studioso lecchese recita brani di Carlo Porta, Tommaso Grossi, Delio Tessa e Giovanni Barrella.
La morte del Porta nel 1821 fu un trauma per il Grossi che cambiò la sua traiettoria. Abbandonò il dialetto e si mise a scrivere in quella lingua italiana alla quale Alessandro Manzoni stava dando una nuova struttura. E fu proprio il legame con il Manzoni a guidare il nuovo corso dell’amico. Del resto, nel 1822 il bellanese andò ad abitare in via del Morone, dove il don Lisander «gli cedette un par di camere in casa sua - ci informa Cesare Cantù - non separate dal suo studio che pel corridoio che mette al giardinetto. E là viveva modestissimo il giovane poeta, profittando de’ quotidiani colloqui coll’illustre e coi molti che andavan a visitarlo»
E furono appunto gli anni della “Ildegonda” (1820), dei “Lombardi” (182), del “Marco Visconti” (1834), romanzo che rappresenterebbe l’apice del suo lavoro: Cesare Cantù invero lo stronca; per evidente campanilismo bellanese, invece, don Luigi Vital lo dirà secondo solo ai “Promessi Sposi”.
«Dopo – sono ancora le parole di don Vitali -, egli mutò, come diceva, la “lira” nelle “lire”: era un modo faceto per esprimere l'adempimento di un sacro dovere pel nuovo stato in cui s'era posto di matrimonio. L'illustre poeta si trasformava in notaio.»
Sostanzialmente, il Grossi abbandonava le lettere. La non entusiasmante accoglienza al “Marco Visconti”, certo, ma anche la vita privata. Nel 1837, il Manzoni si sposava per la seconda volta con Teresa Stampa e il Grossi lasciava la casa di via Morone, ma l’anno seguente si sposava anch’egli con Giovannina Alfieri. C’era dunque da mantenere la famiglia.
«Congedata la giovanile bohème – scrive Cenni – conclusa la convivenza con Manzoni, recuperata nella villeggiatura estiva al Brusuglio, Grossi abbraccia in ogni modo la vita di un professionista di successo.»
Epperò, il Quarantotto non lo trova distratto. «A differenza di quasi tutti gli altri letterati del tempo -annota Fossati - non era mai atto un patriota militante. Ciò nonostante, nel 1848, quando Milano fu momentaneamente liberata dal giogo austriaco, proprio il Grossi fu scelto come legale, a redigere l’atto con cui fu proclamato il risultato del plebiscito per la annessione della Lombardia al Piemonte. Gli vennero anche conferiti incarichi dal governo provvisorio.»
Non solo. Cenni ricorda come Grossi offrì «alla causa tutta l’argenteria di casa (gli fu pagata a prezzo puramente nominale)».
Fatto sta che, al ritorno degli Austriaci, come altri scelse la via dell’esilio a Lugano, per rientrare poi a Milano con l’amnistia: «Da allora, la sua vita ricominciò a scorrere più tranquilla e riservata, attutiti gli ardori dei sentimenti della politica e dell’ispirazione poetica s’intende.»
Nel 1853, la morte per meningite.
Come per tutti gli illustri, iniziarono i tributi, le commemorazioni, i monumenti. Anche Bellano, come s’è visto, fece la sua parte, con l’erezione di una statua sul lungolago. Una statua diventata a sua volta protagonista della vita del paese, come ci racconta lo scrittore Andrea Vitali nella pubblicazione voluta dal Comune di Bellano in occasione del bicentenario della nascita di Tommaso Grossi, nel 1990: “La piazza del poeta”.
Vitali prende le mosse dalla notizia della morte che «si diffuse rapidamente negli ambienti intellettuali milanesi. (…) Maggior tempo impiegò a percorrere le tortuose strade di provincia per giungere sin nel borgo dove egli era nato. Il primo a parlare dell’evento fu il prevosto di allora: lo fece nel corso di una di un breve “pensiero di meditazione” durante la messa prima. All’annuncio i fedeli presenti mormorarono: fu un mormorio di smarrimento. Nessuno di loro sapeva chi fosse il defunto né di lui si conservava la benché minima memoria.»
E del resto anche il municipio andò cauto: «C’era la possibilità che passata la viva emozione seguita alla sua morte, ogni proposito di celebrazione del Grossi cadesse nel dimenticatoio, le sue opere non venissero più lette e di lui, insomma, non si facesse più parola. Trascorsero così cinque anni, nel corso dei quali andò prendendo corpo l’ipotesi che il destino post-mortem di Tommaso Grossi fosse quello di un silenzio davvero eterno. (…) Se nemmeno Milano, la grande Milano, stimava opportuno consacrare la memoria, non poteva essere un piccolo, sonnacchioso borgo quale Bellano a prendere l’iniziativa. Suonò così come un colpo basso, menato a tradimento, l’annuncio dell’anno 1858 secondo cui il comune di Milano, nel cortile di Brera aveva fatto erigere una statua raffigurante Tommaso Grossi» tant’è che anche a Bellano ci si diede una mossa…
Il mittente era un ancora giovane Tommaso Grossi. Lo zio prete in questione si chiamava egli pure Tommaso Grossi: parroco a Treviglio, si era fatto carico dell’educazione del nipote, non avendone la famiglia i mezzi sufficienti, e cercando di avviarlo alla vita religiosa. Inutilmente. Il giovane Tommaso avrebbe studiato legge, ma si sarebbe poi dedicato alla vita letteraria.


Questa rubrica lo ha già incontrato. A proposito del romanzo “Marco Visconti”, e di quella “Prineide” che gli creò qualche non trascurabile problema con l’autorità austriaca.
Tra le altre opere che non stiamo a elencare, va segnalata in particolare “I lombardi alla prima crociata”, il poema che, con l’adattamento librettistico di Temistocle Solera, sarebbe diventato un’opera tra le più celebri di Giuseppe Verdi.
Nonostante monumenti, toponomastica e intitolazioni varie, però, ormai oggi Tommaso Grossi è poco frequentato. In genere, lo si incrocia parlando appunto di Porta e Manzoni, che sono i due differenti punti di riferimento dello scrittore bellanese: da una parte la poesia dialettale, dall’altra il gran lavoro sulla nuova lingua italiana.


Tommaso Grossi era nato il 20 gennaio 1791 a Bellano, «da onesti ma poco agiati parenti» annota lo stesso Ignazio Cantù. Nel paese lariano rimase fino all’età di quattro anni, quando venne appunto affidato allo zio prete che lo portò a Treviglio per gli studi.
Poco, dunque, il tempo trascorso sul Lario. Sufficiente, secondo Ignazio, per lasciare un segno indelebile nella personalità dello scrittore: «Le sue opere recano l’impronta di questa origine alpestre e lacuale, palesando a più tratti quell’affezione per la terra natia che noi, nati o cresciuti al piede e sul dorso dei monti, sentiamo forse più viva che non sentano coloro che nacquero al piano. Quante volte egli ritorna col pensiero a' suoi greppi, al suo lago, al suo orizzonte aperto, alla sua aria pura, ai suoi burroni, alle piante annose, sotto la cui ombra succhiò il latte materno, a quelle vallette, a quei torrenti tutti pieni delle memorie dell'età prima e che hanno un rumore, un nome, una sembianza dolce e soave come il volto, come il nome d'un amico! Bisognava che il suo cuore avesse vivamente sentito il desiderio della terra natale prima di saperlo trasfondere in quelle parole della sua vecchia Marta quando, sazia del soggiorno di Milano e d'un trambusto a cui ella non avea pratica, esclamava: «Oh le nostre montagne! quel lago che ti allarga il cuore, quegli ulivi, quei castagni, quel cielo bello, grande quanto tira la vista ché qui bisogna alzare il capo a guardare in su per vederne quattro palmi.»
Del resto – sostiene ancora Ignazio Cantù – per apprezzare il Grossi occorre anche «conoscere i suoi monti, esservi nato, starvi lontano e ricordarli con desiderio. Ed io quei monti li vidi tante volte.»
Come si sa Cesare e Ignazio Cantù erano originari di Brivio in Brianza, dunque lungo l’Adda. Pertanto «l’acqua che ha bagnato la sua patria discende poco dopo a bagnare la mia» e «i suoi primi diletti saranno stati anche i miei, gettarsi incautamente sulle acque, agitare un leggero battello, correre pei boschi a cogliere la mortella, l’alloro ed il muschio per gli archi trionfali nei dì solenni della chiesa villereccia…». E camminar sulle sponde e arrampicarsi sui monti, vivere le stagioni secondo la comune tradizione. Con la Bice del “Marco Visconti” che incarna la nostalgia dello scrittore per la propria terra natale.

Poco si sa dell’infanzia, dunque. Le nebbie cominciano a diradarsi quando, all’età di nove anni, il piccolo Tommaso entrò nel seminario di Lecco. Certo è – continua don Vitali – che «se i suoi parenti, e fra essi lo zio curato di Treviglio, che gli teneva luogo di padre, l'avevano posto nel Seminario coll’idea di farne un prete, dovettero tosto ricredersene». Non fu certo un allievo modello. Sintetizza Alessandra Cenni: «Organizza burle ai compagni, ai maestri; s’arrampica proditoriamente sugli alberi; sfida i pericoli e rimedia all’ultimo momento, gettandosi sui compiti per dare buona prova di sé. Spesso riceve punizioni anche dure: non solo la versione di latino da imparare a memoria, ma anche una condanna da carcere, pane acqua,»
Finché un giorno con un amico organizza addirittura una vera e propria fuga dall’esito naturalmente inglorioso.

Tolto dal seminario – ci racconta Cesare Cantù – è «allogato sotto un maestrucolo a Rezzonico, sul lago suo, quasi nel suo paese» e da dove «poteva vedere la sua patria – aveva scritto Ignazio – cercandola collo sguardo sulla riva opposta, alquanto in giù». Lo confermerebbe il poemetto “Ulrico e Lidia”: «Tosto a destra si volge, e di lontano/ Ravvisa palpitando il suo Bellano/ Bruna corrente a fil della Pioverna/ Sino alle falde della balza alpestre/ Tutta merlata la magion paterna/ Fissi gli occhi intendendo, la finestra/ Della madre par che si discerna,»
«Tengo queste particolarità – spiega Ignazio – dalla bocca stessa di lui, ed era notevole la vivacità e la compiacenza con cui le rammentava, Ed io le riferisco tanto più volentieri perché in questa vivacità puerile, unita a tanto ingegno e tanta bontà di cuore, si ravvisano i preludi di quella carriera che doveva dischiudersi a lui negli anni successivi.»
Nell’autunno del 1804, lo zio lo mandò alle scuole di Brera dove «approfittò meglio che non avesse fatto per l’innanzi – scrive Ignazio -, e cominciò già a mostrare una predilezione per tutto ciò che aveva un metro, un accento. (…) Aveva poi una singolare affezione ai versi in dialetto milanese che andava pubblicando Carlo Porta»
Dopo Brera, l’università. Scrive Cenni: «Si laurea nel 1815 all’Università di Pavia, dopo essersi segnalato anche qui per alcune celebri burle goliardiche (…) come la satira anonima contro i professori. (…) Nel frattempo, era diventato avvocato e faceva pratica legale a Milano, fintanto che i nuovi regolamenti comunali limitarono il numero degli avvocati residenti in Milano per inviare i giovani nelle province. (…) Passa, dunque, alla specializzazione notarile» e nel 1818 «venne ammesso all’Albo. Appena un anno dopo, con buona pace delle aspettative dello zio, dà però segno di voler rinunciare alla professione per dedicarsi completamente all’esercizio letterario.»
Nacque la grande amicizia con Carlo Porta, fu il periodo della celeberrima “Cameretta” e cioè gli «incontri nella casa del Porta per una vasta cerchia di amici e letterati che oltre a discutere di letteratura e a commentare l’attualità leggevano anche le proprie composizioni sottoponendole al giudizio degli amici»; così Gianfranco Scotti in un fascicolo pubblicato nel 1991dal Lions club della Riviera del Lario.

La morte del Porta nel 1821 fu un trauma per il Grossi che cambiò la sua traiettoria. Abbandonò il dialetto e si mise a scrivere in quella lingua italiana alla quale Alessandro Manzoni stava dando una nuova struttura. E fu proprio il legame con il Manzoni a guidare il nuovo corso dell’amico. Del resto, nel 1822 il bellanese andò ad abitare in via del Morone, dove il don Lisander «gli cedette un par di camere in casa sua - ci informa Cesare Cantù - non separate dal suo studio che pel corridoio che mette al giardinetto. E là viveva modestissimo il giovane poeta, profittando de’ quotidiani colloqui coll’illustre e coi molti che andavan a visitarlo»
E furono appunto gli anni della “Ildegonda” (1820), dei “Lombardi” (182), del “Marco Visconti” (1834), romanzo che rappresenterebbe l’apice del suo lavoro: Cesare Cantù invero lo stronca; per evidente campanilismo bellanese, invece, don Luigi Vital lo dirà secondo solo ai “Promessi Sposi”.
«Dopo – sono ancora le parole di don Vitali -, egli mutò, come diceva, la “lira” nelle “lire”: era un modo faceto per esprimere l'adempimento di un sacro dovere pel nuovo stato in cui s'era posto di matrimonio. L'illustre poeta si trasformava in notaio.»
Sostanzialmente, il Grossi abbandonava le lettere. La non entusiasmante accoglienza al “Marco Visconti”, certo, ma anche la vita privata. Nel 1837, il Manzoni si sposava per la seconda volta con Teresa Stampa e il Grossi lasciava la casa di via Morone, ma l’anno seguente si sposava anch’egli con Giovannina Alfieri. C’era dunque da mantenere la famiglia.
«Congedata la giovanile bohème – scrive Cenni – conclusa la convivenza con Manzoni, recuperata nella villeggiatura estiva al Brusuglio, Grossi abbraccia in ogni modo la vita di un professionista di successo.»
Epperò, il Quarantotto non lo trova distratto. «A differenza di quasi tutti gli altri letterati del tempo -annota Fossati - non era mai atto un patriota militante. Ciò nonostante, nel 1848, quando Milano fu momentaneamente liberata dal giogo austriaco, proprio il Grossi fu scelto come legale, a redigere l’atto con cui fu proclamato il risultato del plebiscito per la annessione della Lombardia al Piemonte. Gli vennero anche conferiti incarichi dal governo provvisorio.»
Non solo. Cenni ricorda come Grossi offrì «alla causa tutta l’argenteria di casa (gli fu pagata a prezzo puramente nominale)».
Fatto sta che, al ritorno degli Austriaci, come altri scelse la via dell’esilio a Lugano, per rientrare poi a Milano con l’amnistia: «Da allora, la sua vita ricominciò a scorrere più tranquilla e riservata, attutiti gli ardori dei sentimenti della politica e dell’ispirazione poetica s’intende.»
Nel 1853, la morte per meningite.
Vitali prende le mosse dalla notizia della morte che «si diffuse rapidamente negli ambienti intellettuali milanesi. (…) Maggior tempo impiegò a percorrere le tortuose strade di provincia per giungere sin nel borgo dove egli era nato. Il primo a parlare dell’evento fu il prevosto di allora: lo fece nel corso di una di un breve “pensiero di meditazione” durante la messa prima. All’annuncio i fedeli presenti mormorarono: fu un mormorio di smarrimento. Nessuno di loro sapeva chi fosse il defunto né di lui si conservava la benché minima memoria.»
Dario Cercek




















