Valmadrera: Filippo Galli e il suo calcio 'eretico' protagonisti al Fatebenefratelli

Al Centro Culturale Fatebenefratelli di Valmadrera una serata di calcio all’insegna dei valori dello sport, della memoria rossonera e di riflessione sulla situazione attuale del calcio italiano. Ieri, venerdì 18 settembre, l’incontro ha avuto come protagonista Filippo Galli, ex difensore del Milan degli Invincibili. Cinque scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Continentali, tre Supercoppe europee e quattro italiane: questo il palmarès unico dell’ospite della serata promossa dal Milan Club Valmadrera in collaborazione con il Comune in occasione del Mese dello Sport in corso in città.
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L’evento si è aperto celebrando la storia del club organizzatore: nato nel 2004, è oggi diventato un punto di riferimento per tutta la provincia con ben 200 tesserati, distinguendosi oltre che per il supporto alle gare casalinghe del Milan anche per il costante sostegno a Telethon con iniziative benefiche.
Diverse le autorità del territorio presenti: Filippo Boscagli, sindaco di Lecco, Dante De Capitani, sindaco di Pescate e Cesare Colombo, primo cittadino di Valmadrera, insieme ad Antonio Rusconi, presidente della Comunità Montana e Marcello Butti, assessore allo Sport del Comune di Valmadrera. L'On. Paola Frassinetti, sottosegretaria all’Istruzione e al Merito, pur non potendo essere presente di persona, ha tenuto a far pervenire un proprio videomessaggio per portare i suoi saluti istituzionali, rammaricandosi per l'assenza e ribadendo la propria vicinanza alla manifestazione. Presente invece anche il Presidente della Calcio Lecco, Aniello Aliberti, che ha espresso profonda stima per l'ex difensore rossonero: “Filippo Galli è una figura stimata in modo trasversale da tutti, milanisti e non. Anch'io nel Lecco punto con decisione sui giovani, contando oggi oltre 300 atleti nel nostro settore giovanile”.
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Filippo Galli, dopo la carriera da calciatore, è stato difatti alla guida dei vivai di Milan e Parma. “Il mio calcio eretico” è il titolo del libro presentato in occasione della serata e frutto proprio del lavoro di quegli anni. L’incontro, moderato dalla giornalista Anna Masciadri, oltre a rimembrare il grande calcio italiano degli anni ‘90 e gli aneddoti sulla carriera di Galli, è stata occasione per discutere del presente e del futuro delle nuove generazioni calcistiche.
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“Il mio calcio eretico”. Perché questa scelta? In cosa risiede la tua "eresia"?
“Rispecchia esattamente ciò che il libro vuole esprimere. Nel calcio ci portiamo dietro da troppo tempo il cliché del "si fa così perché si è sempre fatto così". È un approccio sbagliato. Negli anni sono cambiati molti aspetti, sono aumentate le conoscenze e le competenze grazie a studi scientifici e ricerche approfondite. L’apprendimento motorio, ad esempio, avviene secondo determinati principi neuroscientifici. Un gesto tecnico non è un esercizio meccanico da ripetere all'infinito fine a sé stesso, ma una sequenza di atti motori che deve essere efficace dentro la complessità della partita. Se manca l'obiettivo reale del gioco, l'allenamento analitico della tecnica da solo non serve a niente.”

A proposito di giovani talenti, nel libro racconti sia la tua storia sia la tua esperienza nei settori giovanili di Milan e Parma, senza nascondere gli errori. C'è un aneddoto emblematico su Hachim Mastour...
“Sì, Mastour era un ragazzo straordinario per la sua età. Arrivò al Milan a 14 anni dopo due anni di allenamenti periodici con l'Inter a Reggio Emilia. Venne inserito nella categoria superiore con i '96, alternandosi tra le due squadre per avere partite sempre stimolanti. Alla vigilia di un derby giovanile con i '96, il mister decise di non schierarlo. Il ragazzo era tristissimo e io chiesi ai tutor di stargli vicino: in quel momento non conveniva schierarlo. La mattina dopo, però, arrivò una telefonata "dall'alto" che mi intimava di far giocare Mastour a tutti i costi. Io riportai la direttiva all'allenatore, sostenendo però la sua scelta di non schierarlo. Alla fine, giocò, ma perdemmo il derby 2-1. Da quel momento Mastour si convinse che tutto gli fosse dovuto e, purtroppo, si è andato un po' a perdere. Il problema è che la tecnica risiede nella tattica, intesa come la scelta del gesto tecnico più corretto da compiere. Lui spesso sbagliava quella scelta, ma essendo immensamente dotato oscurava questi errori ponendovi rimedio con la classe pura.”
Galli_07.jpeg (81 KB)Il tema dei giovani italiani è al centro del dibattito da mesi e non andiamo ai Mondiali da tanto. Vedi qualche segnale di controtendenza in questo inizio di campionato?
“Forse, ma spesso molti giovani sono stati impiegati solo a seguito di infortuni dei titolari. A me in realtà non sembra che ci sia un vero e proprio progetto di sistema dietro. Se non si ha la capacità di lavorare assieme verso una direzione condivisa, si creano contrasti e invidie tipiche della natura umana che finiscono per far soffrire proprio i ragazzi. Se i giovani italiani non sono pronti per la Serie A è perché a volte manca il coraggio da parte delle società e degli allenatori, oppure arrivano alla prima squadra difettando nella giusta intensità.”

Rimanendo sui giovani rossoneri, come giudichi la gestione e le scelte su Francesco Camarda?
“Ero convinto che in una piazza come Lecce avrebbe potuto trovare il giusto spazio e una buona dimensione per crescere. O magari in una squadra di Serie B che punta a salire. Ora si ritrova a fare la riserva di Ramos al Milan. Molto dipende poi dalla società e dagli interessi e dalle scelte delle persone che lavorano assieme, che spesso entrano in contrasto.”
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Si parla molto della figura di Gianfranco Zola a capo del settore giovanile della FIGC o delle idee di Ranieri. Come si riparte?
“Si riparte capendo che l'apprendimento passa dalla complessità. Devo avere sempre un obiettivo reale legato alla gara, ce lo dicono le neuroscienze. Eseguire un gesto tecnico in modo decontestualizzato o allenare il gesto fine a sé stesso nella meccanica non serve a niente: la tecnica la impari e la perfezioni giocando, affrontando le variabili reali del campo.”

Quanto incidono oggi i social e i giornali sulla tenuta psicologica di calciatori e allenatori?
“Tantissimo. Oggi esprimono spesso la loro opinione tutti, anche chi non ha alcun titolo per parlarne. Ma va bene così, è giusto che tutti ne parlino perché il calcio è lo sport di tutti. Tuttavia, proprio per questo, diventa fondamentale che i ragazzi durante il loro percorso di crescita vengano affiancati e accompagnati anche sotto questo aspetto psicologico.”

Il Milan di Arrigo Sacchi è stato definito da Gianni Mura una delle tre squadre che hanno cambiato la storia del calcio, insieme all'Olanda di Cruijff e al Barcellona di Guardiola. Che atmosfera si respirava?
“C'era una cultura del lavoro incredibile e fondamentale. Il merito principale va a Sacchi, che ha portato un'idea di calcio del tutto innovativa, creando una squadra che lavorava all'unisono, con la fase difensiva come enorme punto di forza.”
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Quali erano le differenze sostanziali tra Sacchi e Fabio Capello?
“Sacchi era maniacale dal punto di vista del lavoro e della richiesta. Pretendeva il massimo. Questa sua maniacalità è stata la sua immensa forza, ma al tempo stesso il suo limite. C'è chi dice che Sacchi abbia rovinato il calcio, ma in realtà l'hanno rovinato quelli che hanno cercato di imitarlo. Capello è stato straordinario in modo diverso: la sua bravura è stata quella di non buttare via ciò che Sacchi aveva fatto, ma di recuperare alcuni giocatori che si erano un po' persi. Un ruolo fondamentale in quella transizione tra Sacchi e Capello lo ebbe Italo Galbiati, che tra l'altro da giovane giocò proprio nel Lecco.”

A proposito di Capello, nel 1994 ad Atene fosti protagonista assoluto nella finale di Coppa dei Campioni contro il Barcellona...
“Nel 1989 e nel 1990 ero in panchina, ma nel 1994 ad Atene giocai titolare la finale al posto degli squalificati Baresi e Costacurta. Per me è stata in assoluto la partita più importante della carriera. Ero consapevole che se avessi sbagliato quella gara, tutte le altre mie oltre 300 presenze con la maglia del Milan sarebbero state vane.”

Cruijff, allenatore di quel Barcellona, vi aveva un po' snobbati nelle dichiarazioni delle settimane precedenti. Vi condizionò?
“Penso che una figura come Cruijff non si possa toccare per quello che ha dato al calcio, quello che diceva era giusto. Detto questo, le sue dichiarazioni non mi influenzarono minimamente, né in positivo né in negativo.”
Galli_09.jpeg (96 KB)Guardando invece al Milan attuale e alle idee di Amorim, cosa ti aspetti da tifoso?
“Io credo che il Milan debba sempre cercare di essere una squadra dominante, ed è lo stesso pensiero di Amorim. Ovviamente per attuare questa strategia serve una squadra pronta e giocatori pronti. Forse questo Milan non lo è ancora del tutto, ma potrebbe esserlo. Personalmente continuo a puntare e a dare fiducia ad Amorim.”

Tu hai vissuto anche un'esperienza all'estero, chiudendo poi la carriera nelle categorie minori. Ci racconti l'approdo in Inghilterra?
“Sono sempre stato un grande appassionato di calcio inglese. Quando Gianluca Vialli mi chiamò per andare al Watford, io mi trovavo addirittura in Australia! Presi subito un aereo e volai a Londra. Poi ho chiuso la carriera in C2, arrivando a segnare 10 gol complessivi in carriera.”
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Che ricordo hai del tuo capitano, Franco Baresi?
“È difficile persino da descrivere. Quando ero giovane e andavo a vederlo in campo mi sembrava che fluttuasse, e non ero ancora al Milan. Averci giocato insieme ed essermi allenato con lui è stato fantastico. Aveva un carisma e una leadership enormi, oltre a essere velocissimo e intelligentissimo tatticamente. La sua qualità migliore era sapere perfettamente lo spazio e il tempo: era sempre al posto giusto nel momento giusto.”

Se la vostra linea difensiva giocasse nel calcio di oggi, reggerebbe ancora?
“Oggi nel calcio si difende molto meno di reparto e molto più uomo su uomo. Però sono convinto che se noi avessimo dovuto prepararci per questo calcio, ci saremmo allenati di conseguenza anche noi. Quindi è difficile da dire.”

Davide Russo
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