SCAFFALE LECCHESE/326: ''il demone nello scrittoio'', le lettere di Ghislanzoni

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È stata l’ultima fatica dello studioso lecchese Aroldo Benini: “Il demone nello scrittoio. Lettere di Antonio Ghislanzoni 1853-1893”. Aveva appena consegnato all’editore Paolo Cattaneo le prime bozze di stampa e le illustrazioni, quando venne sorpreso da un ictus che lo immobilizzò a lungo. Il libro restò dunque in sospeso per circa tre anni, nella speranza che Benini si riprendesse: le sue condizioni migliorarono in effetti un poco, ma non tanto da consentirgli di riprendere la vita sociale e di tornare a dedicarsi ai suoi amati studi e al tanto frequentato Antonio Ghislanzoni.
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Nel 2001, il “Demone” vide infine la luce con la curatela di Gian Luca Baio e Giorgio Rota. In una lettera posta in apertura del volume, così scriveva ad Aroldo lo stesso editore Cattaneo: «Ricordo con emozione quel pomeriggio del 18 aprile 1998 quando venisti in tipografia con il pacco dei libri da cui riprodurre le illustrazioni, lasciandomi con la classica frase “mi raccomando, rendimeli tutti”. Mi restituivi anche le prime bozze di un impaginato provvisorio così come usa fare. Quindi il libro in embrione hai potuto vederlo. Il giorno successivo, la brutta notizia dell’inizio della tua sofferenza. I libri restarono là. Tutto si fermò eccetto la promessa fatta per l’edizione, in attesa del tuo ritorno». Benini sarebbe poi deceduto nel 2007.
“Il demone dello scrittoio” raccoglie circa trecento lettere di Ghislanzoni e sono naturalmente materiale importante per chi vuol meglio comprendete la figura del giornalista e scrittore lecchese, autore di libretti d’opera e con un passato giovanile da cantante lirico egli stesso. Una lettura che potrebbe accompagnare questo fine settimana dedicata alla “Lecco Scapigliata”.
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Antonio Ghislanzoni

Scrive nell’introduzione Roberto Fedi: «Le lettere (…) rappresentano insieme un complemento di un lavoro eccellente di scavo sulla figura, anche umana, di Ghislanzoni (…) e un importante arricchimento non solo bibliografico. Sono, però, anche una testimonianza che getta una luce insolita, un po’ patetica qualche volta ma soprattutto storicamente illuminante, su un periodo della cultura di fine Ottocento.» Quando gli scrittori di quella che fu la Scapigliatura «si trovarono a fare i conti con realtà incompiute, stranite, non di rado strazianti. E si potrebbe qui invocare, una buona volta, qualche studio approfondito non solo sui “ritratti dell’artista da giovane”, ma anche su quelli – certo più crepuscolari, certo meno primaverili – dell’artista al tramonto. Per gli Scapigliati “storici” ciò costituirebbe una specie di saldo di un debito che certo la storiografia ha contratto con più d’uno di loro; per molti altri, una scoperta. (…) Anche questo libro parla dunque di un sopravvissuto (gli “eroi” da parte loro, se ne erano già andati da un pezzo).» E le lettere «sono uno specchio, non deformante, delle condizioni in cui vivevano qui sopravvissuti. (…) «Sullo sfondo, il senso del fluire del tempo, e della morte. Incombe, sulle ultime lettere, la figura triste della moglie, ammalata e lasciata per anni a Pescarenico presso parenti. Le visite sono sempre occasione di dolore e di riflessione. (…) Ciò che rende le lettere del Ghislanzoni un documento umano è appunto la quasi totale assenza di consolazione. E naturalmente anche di autoconsolazione, in una serie di lamenti virili, qualche volta ironici fino all’autodileggio,». 
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Giulio Ricordi

A tal proposito, Fedi cita una lettera (“La nota melanconica. Romanza in DO”) scritta nel settembre 1883 all’impresario Giulio Ricordi: «Son contento, ho ben pranzato,/ buon il vin, servizio pronto, / l’oste amabile, garbato…/ Una occhiata or diamo al conto:/ Pane, 10; Vermicelli, 25;/ Manzo, 30; Peperoni, 10/; Uccelli allo spiedo con polenta, 1,15./ Totale 3,40./ Non c’è male!»
Di là dalla considerazione su un menù non proprio da asceta, la “romanza” testimonia come spesso lo scrittore fosse costretto a batter cassa. In effetti, non sono poche le lettere in cui si lamenta per le proprie condizioni, sollecitando qui e là un pagamento, un rimborso o un anticipo. E proprio grazie alle lettere – osserva Benini – «scopriamo la suprema abitudine a dilapidare, a spendere, a offrire e a offrirsi, spinto da una generosità certamente difficile da spiegare ai suoi concittadini lecchesi del tempo e fors’anche di oggi. Non fatichiamo a individuare la situazione di vera e propria miseria in cui visse per lungo tempo.» 
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Giuseppe Verdi

Era il continuo bisogno di denaro all’origine della sua prolifica attività di librettista: un’ottantina le opere. Attraverso le lettere – dice ancora Benini - «intendiamo il lavoro enorme svolto dal Ghislanzoni coi libretti, la sua prodigiosa versatilità e disponibilità nei confronti dei musicisti, parecchi dei quali neppure gli appaiono tanto simpatici.» Altro che stelle e lustrini, era un duro mestiere, come sottolinea Fedi: la materialità del lavoro, la persistente nozione di essere un artigiano al servizio di Maestri intoccabili, «il libretto, insomma, come fatica.»
E del resto il 21 marzo 1883 scriveva a Giulio Ricordi: ««Il libretto mi è venuto in uggia. Sono un po’ artista, e i compensi materiali non mi bastano. Veda ella se io non ho ragione. Degli ultimi otto libretti che io scrissi, non uno ebbe l’onore della rappresentazione scenica. (…) Degli oltre 40 e più libretti da me composti, non vivono al teatro che l’Aida, il Salvator Rosa, Papà Martin; ma quelli che andarono travolti nell’oblio per mia colpa o per colpa del complice musicista, ebbero almeno il conforto di una breve apparizione, furono stampati, furono letti e discussi dalla critica, vissero una settimana od un mese. Meno male! Si può rassegnarsi a morire, dopo aver vissuto!... Fatto è che non ho più voglia di eiaculare il mio seme nelle matrici infeconde, Alla fine del corrente (mese), quando avrò consegnato al maestro De Cristofano l’ultimo atto della Edmea, risorgerò dall’incubo col fermo proposito di non soggiacervi più.»
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In realtà, Ghislanzoni continuò ancora a produrre libretti con «la convinzione – ci dice Benini -, non poi tanto lontana dal vero, di essere un autore di teatro, in Francia e in Inghilterra riconosciuto come autore di veri e propri poemi, e solo in Italia tacciato col titolo un po’ sprezzante di “librettista”.»
Un giorno, nel giugno 1871 (l’“Aida” era pronta ma non ancora rappresentata), Ghislanzoni chiede a Ricordi se non avesse da inviargli un «qualche ritratto del Verdi un po’ grande da mettere in cornice» perché «deve formare il principale ornamento della mia sala di ricevimento in Lecco, e servirà a tenere in soggezione i maestri, maestruzzi e maestrucoli che vengono a visitarmi,»
A proposito di Giuseppe Verdi, tra l’altro, lo stesso Benini spiega l’assenza delle lettere inviate al musicista di Busseto dallo scrittore lecchese: all’epoca della ricerca, il carteggio fra i due era infatti già in fase di elaborazione da parte dell’Istituto nazionale di studi verdiani e sarebbe stato pubblicato in due tomi molti anni dopo, nel 2023.
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Villa Ponchielli

Ghislanzoni era del resto uno spirito inquieto: «Una costante– scrive ancora Benini - è poi l’ansia di cambiar vita, cambiar paese, cambiar lavoro. Gli dispiaceva Lecco, ma non gli piaceva Mariaga. La casa al Porto ad un certo punto non gli va più, e se ne fugge a Caprino, Ma dopo qualche anno sogna di andarsene anche da lì, di aprire un alberghetto nei dintorni, poi di andare per l’Italia con una compagnia di giro a rappresentare spettacoli nei teatri di second’ordine.»
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L'albergo del Davide

La stessa inquietudine condizionava i rapporti personali. Ne è esempio quello con lo stesso Giulio Ricordi: molte le lettere che testimoniano alti e bassi quasi al limite della rottura. Per esempio (aprile 1874): «So da un pezzo che Ella ha voluto darmi una prova di disistima imponendo al Ponchielli un nuovo poeta per l’opera di sua commissione, Ella ha dato ragione ai miei critici, o piuttosto ai miei denigratori più accaniti. (…) Avrei però amato da parte sua una condotta più franca, Fra noi si poteva combinare qualche palliativo alla umiliazione pubblica che mi viene inflitta», tanto più che la scelta di Ricordi era caduta sul commediografo Paolo Ferrari, «il mio nemico più accanito, lo detesto questo signore».
Pochi peli sulla lingua. E, del resto, a proposito di un tale «povero Edwart» che suggeriva a Ghislanzoni di inserire il voto di castità da parte di Lucia nel “libretto dei Promessi sposi per Ponchielli, commentava: «Ah, se qualcuno strappasse i testicoli a questa sorta di critici!»
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Villa Gomes

Sappiamo poi di Antonio Carlo Gomes arrivato la mattina del 1° maggio 1873 («con Bebè»), prendendo «alloggio di fianco alla mia casa. La si immagini che gioia.» In quanto a Ponchielli si impegna a trovargli «una casetta nelle vicinanze di Lecco» pur affermando che «il miglior sistema di trovare casa è quello di… non cercarla.» Il Gomes, si sa, si fece costruire una villa. Il Ponchielli avrebbe fatto altrettanto anche grazie ai buoni servigi del Davide albergatore. 
Abbiamo inoltre la lettera scritta alla moglie il 3 novembre 1979 in occasione di un viaggio a Roma: visitando San Giovanni in Laterano, «sono andato ai piedi della famosa scala santa, e ho veduto i devoti salirla a ginocchio baciando gli scalini e recitando la via crucis. Un prete dal volto sinistro stava ritto all’ingresso del vestibolo, e vedendo che io e il Dall’Olio non adempivamo alla cerimonia, ci fulminava ad ogni tratto con occhiate da basilisco. Frattanto una vecchia donna entrò nel santuario, si prosternò sul primo gradino picchiandosi il petto come una invasata e continuò a salire. Io credo che la più parte di questi devoti d’ambo i sessi siano pagati per eccitare coll’esempio lo zelo dei cattolici e scuotere lo scetticismo di coloro che assistono sogghignando a cotali idolatrie. Con noi fu opera, denaro e tempo sprecato.»
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Le lettere tradiscono inoltre lo sconforto e la tristezza che caratterizzarono gli ultimi anni del poeta-giornalista-librettista. Ad Arcangelo Ghisleri scriveva: «Vivendo da anni parecchi in quasi isolamento, ignoro se oggi le sorti volgano più che ai miei tempi propizie alle buone e serie pubblicazioni letterarie. Ne dubito. Devo anzi, dietro certi sintomi, giudicare che la vada di male in peggio. Forse è cresciuto il numero dei seri pensatori e scrittori, ma quelle benedette masse che dovrebbero leggere e comprendere mi paiono più inebetite che mai. E poi, quanta spilorceria in ogni classe di persone, quando si tratti di spendere due lire per l’acquisto di un libro.» E, nel 1882, all’amico Carlo Castoldi: «Da oltre venti giorni mi ha ripreso quella malinconia morbosa della quale ebbi già a soffrire lungamente or fanno pochi anni. È un malessere indefinibile, una svogliatezza, indifferenza per ogni piacere, incapacità di applicare la mente, misantropia, ecc. ecc,»
Per concludere con il testamento datato 28 luglio 1892 (un anno prima della morte, avvenuta il 16 luglio 1893), con il quale eleggeva quale erede universale la nipote, raccomandandosi che una piccola sostanza andasse alla fedele domestica e qualche oggetto-ricordo ai fratelli Vittorino, Ferdinando, Mariannina e agli altri parenti, «dolentissimo di non poter altrimenti dimostrare il mio affetto.» Del resto – concludeva - «dovendo morir povero, il mio più gran dolore sarà quello di non poter più giovare alle persone che mi amano, specie quelle che più amaramente dovranno soffrire della mia assenza.»
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A conti fatti, tra l’altro, si sarebbe scoperto che il Ghislanzoni moriva ancor più povero di quanto credesse. In nota, infatti, scrive Benini: «Il testamento è stato redatto quattro mesi dopo la morte della moglie. Verrà aperto all’indomani della scomparsa del Ghislanzoni, avvenuta nella notte tra il 15 e il 16 luglio 1893. Accolto con beneficio d’inventario, rivelerà una passività di gran lunga superiore all’attività. Mobili, libri, carte, lettere furono quindi disperse.»
Dario Cercek
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