SCAFFALE LECCHESE/327: tutto un mondo nei detti popolari. Ecco il catalogo di Emilio Magni

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«L’è tua, l’è mia, l’è morta a l’umbrìa.» È una filastrocca più che un proverbio, un adagio dialettale un tempo diffusissimo, parla di occasioni perse. Dà il titolo a un libro del giornalista erbese Emilio Magni, tra i grandi cantori della terra di Brianza e del quale si è già avuto modo di parlare in questo nostro angolo. Che ci torna alla mente in questi giorni lecchesi di festival della lingua italiana, presentando il quale si è anche perlato dei progetti regionali per recupero dei dialetti («Ancamò?» ci viene però da dire con un po’ di sconforto).
copertina_Umbr_a_2005.jpg (117 KB)Nel suo libro, Magni ha radunato 250 modi dire, spiegandone significati e possibili origini. Il volume è stato pubblicato nel 2005 per l’associazione “Amici di Lilia” (che si occupa di sostenere progetti di sviluppo nell’Amazzonia brasiliana) e riproposto nel 2008 dall’editore comasco Dominioni.  Che proprio in questi giorni, tra l’altro, ha anche pubblicato un a biografia in cui lo stesso Magni si racconta alla giornalista Sara Cerrato.
copertina_biografia_2026.jpg (75 KB)«Non è un elenco di proverbi e massime – spiega lo stesso autore nell’introduzione all’“Umbrìa” - I nostri sono soltanto dei detti popolari, tipici del parlare semplice e genuino, più o meno noti, più o meno diffusi. (…) Non hanno la pretesa di insegnare qualche cosa le espressioni spontanee che noi prendiamo in considerazione. (…) Al contrario dei proverbi che erano, una volta, un punto di riferimento per imparare a vivere come Dio vuole, usare buon senso, essere abili e ponderati, oltre che attenti negli affari, non farsi ingannare, sapere come combattere mali e malattie, come comportarsi con i lavori e tener d’occhio il clima. Dunque, i proverbi sono una cosa, i detti un’altra. Queste nostre locuzioni sono solo delle “liberazioni dello stato d’animo” espresse pubblicamente. (…) Ci sono anche delle esternazioni che rasentano l’imprecazione e l’insulto.», come il famoso “và a dà via…”: «Il più volgare ed usato di tutti, era (ed è) il famoso “và a dà via ul cü”. Per rendere meglio l’idea, alcuni ci attaccano “…cunt vèrt l’umbrèla”. Il significato è piuttosto oscuro. (…) Un tempo parlare del “di dietro” era il “massimo” possibile della trasgressione. Oltre non si poteva andare. (…) Il più classico e più bello di tutte le espressioni che contemplano il “fondo schiena”, è “L’è cü e camisa”. Anche “L’è comè basach ul cü a l’asan” aveva un suo, per così dire, fascino, oltre che la facoltà di rendere immediatamente l’idea di quel che si voleva esprimere. (…) Altri “và a dà via…” contemplano i “pée”, i “ciapp”, i “ball”, più genericamente i “organ”, “ul sètt bell”. La schiera può essere di molto allungata. Basta avere un po’ di fantasia.»
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In quando al “va a dà via ul cü cunt vert l’umbrèla”, Emilio Magni ci spiega: «Nonostante la sua aria molto volgare, addirittura triviale, questo modo di dire (uno dei tanti che tradotti in italiano vogliono dire nulla) ha radici molto colte e cariche di storia. È uno dei modi di dire dialettali più antichi. Per rintracciarne le origini occorre risalire all’Inquisizione e addirittura al Medio Evo. Innanzitutto si deve sgomberare il campo da facili e maligne congetture e dire che il detto in questione non ha riferimento alcuno con il sesso, tanto meno con l’omosessualità. “Ul cü” (o “sedere” che dir si voglia) è inteso semplicemente come una parte, seppure importante, del corpo. E “nà a dà via ul cü” significava andare verso la fine, addirittura verso la morte,» E infatti pare si volesse indicare in quel modo qualcuno o qualcuna condannati al rogo. E “l’umbrela verta”, l’ombrello aperto? «Vigeva la regola che se si fosse messo a piovere il condannato riceveva la grazia. (…) Per evitare che il condannato fosse favorito gli aprivano sopra la testa un ombrello. Mandare quindi uno a “dà via ul cü” aggiungendoci “con l’ombrello aperto” significava proprio “non lasciargli scampo alcuno”.»
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Naturalmente – spiega Magni – la raccolta non può certo essere esaustiva e chissà quanti detti ci sono ancora da prendere in considerazione: «Poi, il dialetto è come la cucina o il gioco del calcio. Tutti hanno la loro da dire. Poi ci sono anche coloro che “na san semper ‘na pagina pusée da libar”. Quindi non abbiamo fatto altro che aprire un dialogo. (…) Sarebbe tuttavia importante andare veramente a fondo del dialetto, delle sue origini, delle sue provenienze. In molti parlano di dialetto. Ma non è sufficiente prendere i nomi in italiano e tradurli in dialetto. Tanti, addirittura infiniti, sono i termini dialettali che non hanno corrispondente in italiano. Ditemi per esempio da dove viene e come tradurreste nella nostra lingua parole del nostro bel dialetto alto brianzolo, come “badalöch”, “gurgum”, “spetasc”, “gibileri”, “baltroca”? Davvero cosa importante sarebbe andare a scovarli tutti e metterli, pure loro, in un libro…»
Foto_tratte_da_Umbr_a__1_.jpg (120 KB)Indubbiamente in questi detti è racchiuso un grandissimo patrimonio di cultura popolare ed è una maniera di scoprire quale fosse l’atteggiamento di un tempo verso la vita quotidiana. A suggerirci come anche il popolo illetterato fosse capace di giocar con le parole e la lingua, di scatenare la fantasia.
Il punto di riferimento di Emilio Magni è l’Erbese, ma – di là da qualche inevitabile variante più che altro di trascrizione – il bacino è naturalmente la grande area del dialetto milanese con le sue varie declinazioni locali. E infatti le espressioni censite sono comuni a gran parte del territorio e quindi anche al Lecchese. Qualcuna ha ancora largo corso, altre sono quasi desuete, poche, pochissime “valide” anche nella traduzione letterale in Italiano.
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Ed è allora un navigare tra un “te saludi Ninetta” e un “Ciau Pepp”, uno “Scisciabubò” e un “Cippilimerlu”, un “m’è vegnü indoss la pecundria”, un “gnacch e petacch”.
C’è poi la Marianna che la va in campagna, «inizio di una bella filastrocca in dialetto che si ascoltava ancora nelle case, nei campi, nei cortili, sulle aie, lungo le ringhiere delle case proletarie, fino a qualche decina d’anni fa. La Marianna, secondo alcuni, voleva simboleggiare la figura della donna contadina, della donna delle cascine, la femmina vivace e intraprendente che era uno dei pilastri della casa contadina. (…): “La Marianna la va in campagna/ cun la zappa e la cavagna,/ cul zappén da dré dal cü,/ la Marianna la va a Cantù”.» Che non sarebbe solo una questione di rima: «Nei tempi andati, a Cantù si svolgeva uno dei più grandi mercati di frutta e di particolari tipi di ortaggi» e pertanto la «dinamica donna brianzola non solo si adoperava nel lavoro dei campi, ma anche il compito delle vendite, dei commerci.»
In quanto agli acquisti, “Cinch ghei pusséé ma ross”: «Non importa qual è il prezzo, anche se caro, l’importante è che il desiderio venga appagato.» Del resto «il rosso è il più bello, prezioso, valoroso dei colori. È quello dell’amore, del sangue, il colore del tramonto. Per gli antichi era anche il colore della vita.» Non solo: «Quel “cinch ghei pusséé ma ross” era, in tempi ormai purtroppo andati, anche un modo facile usato dai ragazzi per avvicinare, attaccare discorso, allacciare “un bottone” a una ragazza che indossava qualche cosa di rosso.»
L’importante è di «minga fa la figüra d’un cicculatéé» che al mercato si riconosceva subito perché, impastando il cacao, finiva con il ritrovarsi il volto marrone finendo «al centro dell’attenzione, dei lazzi e delle prese in giro di tutti coloro che passavano accanto alla bancarella.»
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E avanti con il “gh’è poch da sfuià verz”, e cioè che c’è poco da sfogliar verze, che occorre rassegnarsi. O con “a batt i pagn cumpar la stria”: ««Immancabile battuta carica di sottintesi che irrompeva nei “conversari” tra comari, avventori di osterie, tra lavoranti nel momento di riposo, quando arrivava improvvisamente qualcuno che poco prima, era stato tirato in ballo. Era impossibile parlare male di qualcuno che era assente perché costui, quasi per una vendetta improvvisa, non capitasse improvvisamente sul posto ponendo tutti nell’imbarazzo. (…) “Battere i panni” voleva evidentemente dire che si era picchiato duro. (…) Anche il ricorso alla strega aveva una sua chiara ragione. Come faceva a sapere che stavano parlando male di lui? (…) Evidentemente costui godeva di poteri soprannaturali.»
A meno che non fosse uno che “al g’ha pusséé ball che patina”, vale a dire che era uso raccontarne troppe. Magari una spece di “balabiott”, uno solito fare il fesso per non pagare dazio, un tipo che non aveva alcun pudore come coloro che partecipavano ai certi balli in costumi adamitici che si tenevano alla milanese Villa Simonetta. Esilarante è l’ “uregia impanada”, termine usato in maniera affettuosa ma che in origine indicava chi non avesse orecchio per la musica: «La buona suora Antonia della San Vicenzo – ricorda Magni –, che era la mia maestra alle elementari, ogni volta che veniva organizzato un coro prendeva me e altri e ci mandava in cortile a giocare alla palla. Noi eravamo quelli “dell’uregia impanada”. E ci andava anche bene perché era una gioia essere tolti dal coro e andare in cortile a giocare.»
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Ci sono inoltre i tempi di Carlo Codega riferendosi a tempi ormai remoti, ere passate. Che poi il Carlo in questione sarebbe il Cattaneo, il patriota risorgimentale.
E avanti così: “Tira, mola e meseda” e cioè «qualunque cosa si faccia, qualunque tentativo si operi, le cose restano sempre come prima»; “Al riva mai a vüna”, non arrivare mai al sodo; “Drizza la gugia” e cioè la mira…
A corredo di questo singolare catalogi vi è una serie di fotografie ormai d’epoca che documentano un mondo praticamente scomparso: le cascine, le osterie, la civiltà contadina. 

Dario Cercek
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