SCAFFALE LECCHESE/329: l’infanzia di Alfredo Chiappori: tre papà, la chiesa e gli acquerelli

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“Franco destino” era (è) un particolare tipo di spedizione postale al quale probabilmente ricorreva, per la consegna dei suoi lavori, Alfredo Chiappori, pittore, disegnatore satirico, scrittore, a lungo protagonista sulla scena culturale lecchese, morto quasi ottantenne quattro anni or sono, il 14 ottobre 2022 (pochi mesi prima, il Comune di Lecco gli aveva dedicato un documentario, “Multiforme ingegno”, realizzato nell’ambito di un progetto sui lecchesi curato da Bruno Biagi). E “Franco destino” è anche il titolo del suo libro più intimo, quello che racconta il periodo dell’infanzia, «un’infanzia d’artista» la chiosa, pubblicato nel 2004 dall’editore veneziano Marsilio.
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Alfredo Chiappori in una foto da giovane

È un libro da maneggiare con cura, soprattutto da parte di noi lecchesi che in quelle pagine ci sentiamo coinvolti e cerchiamo di riconoscere luoghi e personaggi. Un’autobiografia, certo: dalla nascita ai dieci anni. Ma un’autobiografia fatta di ricordi personali e di inevitabili ricostruzioni attraverso racconti altrui. E Chiappori, infatti, si pone il problema: «Fino a che punto si spinge la nostra memoria? I miei primi ricordi sono vaghi, nebulosi. Quando cerco di afferrarli, diventano fuggevoli ed evanescenti come fantasmi. Ma per una qualche ragione che ignoro, dalla memoria incerta ecco sorgere particolari e circostanze in cui mi ritrovo in lucida coscienza, Sono frammenti, eppure continuano a rincorrermi, a circuirmi. A partire da qui comincia a dipanarsi il filo ininterrotto che tiene uniti gli eventi della mia vita: la memoria diventa tutt’uno col mio “io”.»
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I confini temporali che l’autore ha scelto hanno un senso preciso. Nelle prime pagine ci presenta i genitori, ci parla del loro incontro, di quanto fanno e di ciò che sono, ci parla della sua nascita. Ma soprattutto della morte del padre Luigi. Fin dall’incipit: «Non ho mai conosciuto mio padre. Di lui mi è rimasta una sola fotografia: vedo un sorriso ironico, un ciuffo malandrino di traverso sulla fronte, due occhi vivaci. La sigaretta tra le labbra, all’angolo della bocca, tiene una mano in tasca. Ogni volta che riguardo la fotografia, penso a lui come a una canaglia che mi piacerebbe tanto incontrare. Dopotutto, se avessi avuto un altro padre, io non sarei quello che sono.» Il padre è in posa con Carlotta, la madre dell’autore, che «ha ventinove anni, indossa un vestito chiaro a fiori con le maniche corte a sbuffo, calzine bianche e scarpette nere. Sembra una ragazzina.» Nella foto è già incinta di Alfredo, ma ha anche una figlia avuta in precedenza da altro uomo, «è dunque una ragazza madre».
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Alfredo Chiappori

Luigi Chiappori, il padre di Alfredo, conosciamolo. Nato in un carcere perché il padre era direttore di penitenziari e manicomi; dallo scoppio della seconda guerra mondiale vive invece a Lecco, come vi sia arrivato «è un mistero». Ha due fratelli: Alfredo, padrino di battesimo del futuro scrittore, e Tazio, industriale ma comunista. Luigi fa il fotografo, «lavora in un negozio del centro, ci va quando gli pare, senza orari. (…) Un artista di talento, secondo l’opinione del proprietario, che per questo non lo caccia. (…) D’altronde il padrone del negozio comincia a bere la mattina presto. (…) E intanto non s’accorge che mio padre si porta a letto sua moglie. O finge di non accorgersene?». Del fotografo non fa il nome e non lo facciamo nemmeno noi naturalmente, mentre sui presunti adulteri forse è vero, forse no. Di fatto, Luigi Chiappori sembra preferire andare a pesca e giocare a biliardo che recarsi in negozio. Anarchico, è sorvegliato dalla polizia e il 25 luglio lo festeggia con un’epica sbronza assieme a un amico, il ferroviere socialista Pasquale Bernabeo. Si lega alla Resistenza, traffica armi per i partigiani: scoperto, è costretto a fuggire con la famiglia inseguito dai nazisti. Cerca rifugio presso parenti a Pesaro, ma si mette in viaggio con una ferita al piede procuratasi tagliando legna, ferita che si infetta portandolo alla morte. Per una serie di circostanze, non si saprà il luogo della sepoltura, forse una fossa comune. 
Carlotta resta sola con due figli: appunto Alfredo e la sorella maggiore che nel libro è chiamata Chiara. Scrive Chiappori: «Chiara la mettono in un collegio di suore, a Lecco, e lo zio Tazio paga la retta per un anno. La gente chiama quel collegio “Le Orfanelle”. Quanto a me, mi collocano presso una balia che accetta di prendermi con sé, nella sua casa tra Barco e Chiuso». Si chiama Santina: il marito Sandro è operaio all’Arlenico, hanno sei figlie e «quando arrivo io, Sandro mi accoglie felice: sono il maschietto che ha sempre desiderato. Mi chiamano Nino, che in dialetto vuol dire “piccolo”.»
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Opere di Chiappori

Intanto, mamma Carlotta «ha trovato lavoro in fabbrica, e divide una stanza con un’altra operaia, Amneris, una romagnola di Mercato Saraceno, che spesso rientra in compagnia di un uomo, sempre diverso. Ogni volta mia madre è costretta a lasciarli soli. (…) Mia madre fa i turni in fabbrica. Di settimana in settimana cambia: dalle sei del mattino alle due del pomeriggio.» Nella casa di Maggianico «mia madre arriva tutte le domeniche nel pomeriggio.»  Ma quando verrà il momento di riprendersi il figlio, Alfredo si staccherà a fatica da Santina e Sandro, che considera i veri genitori, è cresciuto con loro. Sandro in precedenza aveva anche proposto di adottarlo e prima di morire, comparirà in sogno ad Alfredo dicendogli che ora sarebbe andato molto lontano: «”Ciau, Nino… adèss gh’hoo de ‘nda” Si allontana adagio, camminando in equilibrio sul tetto inclinato, senza fare alcun rumore. Vedo la sua figura dileguarsi piano piano nella nebbia.». Il secondo padre.
Quando Alfredo torna a casa con la mamma, lei ha trovato un compagno: si sono conosciuti nel periodo resistenziale. Nel libro porta il nome di Corrado, il piccolo Alfredo lo chiama papà. Ed è un terzo padre, dunque. È comunista, sindacalista, una volta viene arrestato per uno sciopero. Il suo è ora è il solo stipendio e si fa fatica a tirare la fine del mese. La madre «ha lasciato il lavoro per prendersi cura di noi e della casa, che riesce a rendere accogliente, sempre in ordine e pulita. Però ogni tanto si demoralizza. “Se potessimo avere una casa un pochino più comoda di questa…”. “C’è chi sta peggio” risponde Corrado. “Lo so. Ma intanto…”. “Un giorno l’avremo anche noi una casa decente?” “Con la tua paga?”»
Ma un giorno la mamma si ammala gravemente, peritonite, viene operata, sembra non farcela, viene addirittura chiamato il cappellano per l’estrema unzione. Si riprende, ma occorre un lungo periodo di assoluto riposo. Così che, ancora una volta, Alfredo viene affidato ad altri, a parenti, a Fano questa volta, dove finisce le scuole elementari. Ed è un altro pezzo d’infanzia, un altro mondo e un’altra famiglia. È il 1953 quando torna a casa, con qualche nostalgia. Di lì a poco, Corrado muore in un incidente.
Si conclude così “Franco destino”; dieci anni di un’infanzia racchiusa tra le morti di tre papà. E il lettore si accorge di come davvero dentro le vite di ciascuno ci siano spesso storie potenti che meritano d’essere raccontate. Alfredo Chiappori ha deciso di farlo con tatto: mischiando qualche carta, cambiando qualche nome, cercando di confondere le tracce. E lo fa anche per la Lecco in cui cresce: i negozi, le strade, i personaggi che popolano la sua vita. 
Eppure in qualche modo la città si riconosce, quella piccola parte di città attorno alla casa con la torretta che è quella dove abitava: «La finestra della cucina s’affaccia su via dell’Angelo, una viuzza in discesa che interseca ad angolo retto la via di Porta Nuova, una stradina in salita che conduce dalla piazza del Mercato al Vallo delle Mura viscontee. Per una ragione che non so spiegare, le botteghe sono tutte sul lato destro della via dell’Angelo, se uno la percorre andando verso la basilica: la Trattoria Baff, con stallatico e gioco delle bocce; la macelleria del sciûr Gigi; la posteria del sciûr Cesare: il forno del sciûr Giacomino; la mescita del vino della sciûra Gemma, detta “Gemma del vin”; la latteria della sciûra Rosa, detta “Rosa del lacc”; il negozietto di mercerie delle “madamine”, due zitelle minute e devote che, nell’attesa dei clienti, recitavano sottovoce il rosario e sembravano sempre sul punto di sciogliersi in lacrime; il fruttivendolo Tugnìn; la botteguccia del sciûr Narciso, che vende castagnaccio, merluzzo fritto e fagioli lessi; la cartoleria delle sorelle Clericetti, una grossa, straripante, l’altra magra come un fil di ferro: la prima si chiama Assuntina, la seconda Isotta.»
E ancora: «Sull’angolo con la via di Porta Nuova c’è la bottega più piccola di tutte, quella di Peciòtt, il ciabattino; quando sulla porta c’è il cartello “torno subito”, vuol dire che Peciòtt è dalla Gemma del vin, L’unica bottega che sta sul lato sinistro della via dell’Angelo è quella di Edmondo, detto Mondo, ed è proprio sotto casa nostra. Due battenti di legno marcito, sempre aperti anche d’inverno, la mercanzia del sciûr Mondo è sempre visibile: materassi e casse da morto.»
E poi «quasi ogni casa di via dell’Angelo e della via di Porta Nuova ha una corte dove noi bambini possiamo giocare. Tutte hanno un nome: la cûrt Fiurina, la cûrt Tremacùa, la cûrt Cinquina, la cûrt di Làder…»
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Poco distante, la chiesa, la basilica di San Nicolò: «La cosa che mi attrae di più è il campanile, il più alto della città. A base ottagonale si conclude con una cuspide: sembra una gigantesca matita con la punta rivolta al cielo. Il campanile è costruito sopra il Torrione, un’edificazione medievale, che sta sul lato orientale del cortile dell’oratorio, Quando noi giochiamo lo chiamiamo “il castello”. E padre Beniamino, «un omone dalla gran barba nera, le sopracciglia folte, gli occhi che mandano lampi», spiega loro che il campanile è alto cento metri, che per salire alla cella campanaria ci sono quattrocento gradini, che le campane sono nove, il campanone pesa trenta quintali e il campanaro è il Pierino. Il quale si impiccherà proprio alla corda delle campane dopo essere stato scoperto a rubare elemosine.
Ma l’autentica avventura è quando Alfredo e altri amichetti riescono a intrufolarsi nella torre campanaria, a salire i quattrocento gradini e poi più su ancora, uscendo sul tetto della cuspide per salire fino a toccare la croce che la sormonta.
È una delle tante scorribande del giovanissimo Chiappori. Come quella dell’appisolarsi in una delle bare del negozio di Mondo.
Il libro segue passo passo la crescita di un bambino: i momenti allegri, quelli tristi e quelli conturbanti. In certe pagine ha da dirci cose un po’ scomode e allora occorre uno sfarfallare di nomi per nascondere qualche identità. E allora marachelle, gesti sconsiderati (una banconota infilata in un tombino), i pensieri, il rapporto con l’altro sesso, le prime pulsioni.
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Vignette di Chiappori

C’è la scuola frequentata in parte a Lecco e in parte a Fano. A Lecco, spicca un tal maestro Domenichelli che sappiamo esser nome di fantasia: «È grande e grosso, la testa calva e lucida, il volto rubizzo, un naso che mi ricorda mastro Ciliegia.» Era molto severo ma anche solito addormentarsi durante le letture ad alta voce, nonché assegnare esercizi ai ragazzi per potersi dedicare a un benefico pediluvio. Il venerdì inviava proprio l’Alfredo ad acquistargli un pezzo di merluzzo fritto che il maestro si gustava in classe. Chiappori assicurava fosse tutto vero. Per quanto, a noi il Domenichelli ricordi la figura ottocentesca di quel maestro Domenico Balbiani che aveva insegnato ad Antonio Stoppani e ad Antonio Ghislanzoni e che, come avrebbe ricordato proprio l’abate «dava sovente agli scolari, durante le lezioni, lo spettacolo di un fresco pediluvio nell’estate, e quello di una scorpacciata di polenta e latte in ogni stagione.»
Alla scuola si aggiunge il catechismo e poi il periodo da “crociatino” e da chierichetto, tra preti ambigui e atti impuri, inferni evocati e fioretti. Avvolta da quell’atmosfera, a casa è uso giocare e celebrar messa con un piccolo altare di legno, tanto che la mamma pensa di mandarlo in seminario. Per lo scorno di Corrado: «E io dovrei tirar grande un futuro prete?»
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Sarà una confezione acquarelli a sostituire l’altarino e le messe. Glielo porterà proprio papà Corrado da Trieste: «Quando li stendo sulla carta bagnata, essi diventano fluttuanti, prendono vita da soli, si muovono liberi finché non asciugano, creando sul foglio figure senza contorni. Le osservo e piano piano vedo venirmi incontro immagini sempre più precise: un cavallo, una nuvola al tramonto, un delfino, una casa tra gli alberi. La luna sul mare, un angelo che vola. So che gli arcobaleni non si possono toccare; eppure, giocando con gli acquarelli, mi sembra di sciogliere l’incantesimo che tiene stregati i colori dell’arcobaleno: col tocco del pennello li faccio uscire dalla curva dell’arco.»
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Del resto, aveva rivelato già da anni «una precoce attitudine al disegno, che diventa il mio gioco preferito. La fase dello scarabocchio dura poco; ben presto i miei disegni si fanno più precisi e accurati, ricchi di particolari. “El se pèrd via inscé, el Nino” dicono in casa. (…) Disegno il mondo intorno a me: mamma Santina e papà Sandro; Rosetta e le altre; il cane Friz e il gatto Ciccio; il treno che vedo passare tra gli orti e i canneti verso il lago, con la locomotiva nera e lo sbuffo che esce dal fumaiolo; le montagne verdi, il cielo azzurro e le nuvole bianche; i vasi di gerani allineati lungo la ringhiera del terrazzo; le galline, i tacchini e le oche giù nel cortile. Uno dei soggetti più frequenti è il grosso gallo che si chiama Terenzio: l’alta cresta frastagliata, i bargigli carnosi e rossi, il becco giallo, la coda a forma di falce e le piume blu, le zampe con gli speroni. Papà Sandro prende uno di questi miei disegni e lo incolla sul vetro della credenza in cucina.»
E anche anni dopo a Fano «nel giro di pochi giorni, sono riconosciuto da tutti come il più bravo della classe in disegno. Il maestro appende i miei disegni alla parete».
Dario Cercek
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