Lecco Climbing Festival: il Cerro Torre incanta ancora, ma un Eden sta scomparendo
Il Cerro Torre, Cesare Maestri, il primato di Casimiro Ferrari e dei Ragni. È un argomento che continuerà ad appassionare e anche far discutere e dividere l’ambiente alpinistico.
Se ne è parlato ancora ieri a Palazzo delle paure, nell’ambito del Lecco Climbing Festival per l’ottantesimo di fondazione del gruppo alpinistico dei Ragni.

L’occasione è stata data dalla presentgazione del libro di Marco Lapenna, “Chaltén. Fumo sulla montagna” (edito da 66THAND2ND): «Chaltén – è l’incipit – è un nome che vuol dire almeno tre cose. Cerro Chaltén, prima di tutto. Meglio conosciuto con il nome europeizzato di monte Fitz Roy. (…) Oppure massiccio del Chaltén, il gruppo di cui fanno parte anche altre montagne famose. (…) E poi la vera star del massiccio, il Cerro Torre. (…) E poi c’è El Chaltén, il “pueblo”, il paese, ai piedi delle montagne».

Un nome, quello del paese, ricorso tante volte nelle cronache alpinistiche anche lecchesi: era praticamente l’ultimo contatto con il mondo da parte delle spedizioni che si avventuravano in un mondo ancora tutto sommato misterioso.
Oggi al villaggio arrivano una strada asfaltata e tanti autobus ed El Chaltén è ormai diventata come un’affollata località di villeggiatura alpina. Ma cinquant’anni fa ci si arrivava ancora con mezzi pressoché di fortuna.

Il racconto di Lapenna prende spunto dalla vicenda che ha coinvolto due giovani alpinisti americani: Hayden Kennedy e Jason Kruk che nel 2012 raggiunsero la vetta del Torre dallo spigolo Sud-Est. Nello scendere però strapparono i chiodi che Cesare Maestri aveva piantato nel 1970 salendo con un compressore.

La vicenda è nota ai lecchesi. Nel 1959 Cesare Maestri e Toni Egger avevano attaccato il Cerro Torre. Nella discesa, Egger precipitò. Con sé aveva le fotografie che documentavano la conquista della vetta. Così disse Maestri. Col tempo la versione cominciò a essere messa in discussione. Nel 1970 provò la salita il lecchese Carlo Mauri che, a duecento metri dalla vetta, fu costretto a rinunciare, telegrafando in Italia per ribadire che quella era davvero la “montagna impossibile” com’era già stata definita. La replica di Maestri fu clamorosa: decise di salirla appunto con un compressore. Poi, nel 1974 fu la volta dei Ragni.

A lungo aleggiò il mistero su chi davvero avesse messo per la prima volta il piede in vetta. Gli stessi Ragni avevano dubbi, il capospedizione Casimiro Ferrari diceva e non diceva. Finché con il tempo, la conquista del 1959 da parte di Maestri ed Egger venne giudicata inattendibile e in seguito lo stesso Maestri ammise che nel 1970 la sua ascensione si era fermata al di sotto del fungo di ghiaccio sommitale: non fa testo – il parere dell’alpinista – quel fungo cambia in continuazione. Ma in cima al fungo nel 1974 i Ragni ci arrivarono davvero.
Lapenna, 35 anni, molti viaggi in America Latina, appassionato di arrampicata «ma qui mi sento in imbarazzo» ha detto alla platea di “ragni”, ha spiegato d’aver scritto “Chaltén” in maniera che fosse accessibile a tutti e non solo agli alpinisti, usando l’alpinismo per parlare di quello che c’è di universale e allargando lo sguardo alla storia alpinistica di quell’angolo di Patagonia e alla storia politica argentina.

«I due personaggi principali – ha detto l’autore – sono proprio Casimiro Ferrari e Cesare Maestri. Attorno a loro si verifica uno scontro generazionale, perché è in quegli anni che si scopre come sia possibile affrontare le grandi vette anche in piccoli gruppi e non con spedizioni complesse, com’era accaduto fino a quel momento. Gli alpinisti diventeranno un po’ più hippie… E anche nel 2012 lo scontro generazionale era pienamente in atto. Kennedy e Kruk tolgono i chiodi del compressore di Maestri e, una volta scesi, vengono accolti da una folla inferocita che quasi li linciò. Vedeva in quel gesto un’ingerenza degli Usa che avevano giocato un ruolo nei tre colpi di Stato accaduti in Argentina. Giusti o sbagliati, quei chiodi erano lì e lì andavano lasciati, facevano parte dell’ambiente. Ma c’ un particolare su cui riflettere: di fronte a quella scena teatrale, alla volontà di dissacrare tutto, Kennedy e Kruk si fermarono davanti al compressore, ancora attaccato alla parete con quattro chiodi. Non ci voleva molto a staccarli e far precipitare il compressore, tanto il ghiaccio sottostante al Torre era già pieno di spazzatura. Non lo fecero. Come una sorta di limite: quanto si può distruggere della generazione precedente?».

Con Serafino Ripamonti, a dialogare con Lapenna c’erano anche Luca Schiera e Dimitri Anghileri, membri del gruppo ragni che due anni fa ha ripercorso la via aperta da Ferrari, in occasione del cinquantenario dell’impresa.
Sulle montagne – ha detto Schiera – ci si muove seguendo le “regole” del periodo e le regole si decidono di volta in volta e l’alpinismo è comunque l’arte di darsi dei limiti.»
Anghileri è stato più esplicito: «Ognuno va come vuole in montagna, non voglio giudicare. Non mi permetto di dire se Kennedy e Kruk hanno fatto bene a schiodare o se Maestri abbia fatto bene a usare il compressore. Sono cose che fanno parte della storia di quella montagna. E comunque, la via aperta dei “Ragni” nel 1974 è fantastica, Oggi è una salita fattibilissima, ma con l’attrezzatura che si aveva all’epoca furono degli eroi.»

La Patagonia, infine. Ripamonti ha chiosato ricordando come per certi alpinisti sia un modo per “tornare a casa”, fuori dal mondo e dal tempo, anche se oggi non è più così. Alpinisti come appunto Casimiro Ferrari: lo scalare era quasi una scusa; «Quando ci sentimmo pochi mesi prima che morisse, mi disse che sapeva d’aver fatto soffrire altre persone per essersene andato da Lecco scegliendo appunto la Patagonia, “ma se rimanevo a Lecco diventavo nervoso”.»

Però – ha aggiunto Lapenna - «quel mondo selvaggio che ha stregato Casimiro Ferrari sta scomparendo. L’overtourism lo sta mettendo a rischio. È necessario che tutto il mondo della montagna si ponga dei limiti.»
Se ne è parlato ancora ieri a Palazzo delle paure, nell’ambito del Lecco Climbing Festival per l’ottantesimo di fondazione del gruppo alpinistico dei Ragni.

Alcune immagini del pomeriggio
L’occasione è stata data dalla presentgazione del libro di Marco Lapenna, “Chaltén. Fumo sulla montagna” (edito da 66THAND2ND): «Chaltén – è l’incipit – è un nome che vuol dire almeno tre cose. Cerro Chaltén, prima di tutto. Meglio conosciuto con il nome europeizzato di monte Fitz Roy. (…) Oppure massiccio del Chaltén, il gruppo di cui fanno parte anche altre montagne famose. (…) E poi la vera star del massiccio, il Cerro Torre. (…) E poi c’è El Chaltén, il “pueblo”, il paese, ai piedi delle montagne».

Un nome, quello del paese, ricorso tante volte nelle cronache alpinistiche anche lecchesi: era praticamente l’ultimo contatto con il mondo da parte delle spedizioni che si avventuravano in un mondo ancora tutto sommato misterioso.
Oggi al villaggio arrivano una strada asfaltata e tanti autobus ed El Chaltén è ormai diventata come un’affollata località di villeggiatura alpina. Ma cinquant’anni fa ci si arrivava ancora con mezzi pressoché di fortuna.

Marco Lapenna
Il racconto di Lapenna prende spunto dalla vicenda che ha coinvolto due giovani alpinisti americani: Hayden Kennedy e Jason Kruk che nel 2012 raggiunsero la vetta del Torre dallo spigolo Sud-Est. Nello scendere però strapparono i chiodi che Cesare Maestri aveva piantato nel 1970 salendo con un compressore.

La vicenda è nota ai lecchesi. Nel 1959 Cesare Maestri e Toni Egger avevano attaccato il Cerro Torre. Nella discesa, Egger precipitò. Con sé aveva le fotografie che documentavano la conquista della vetta. Così disse Maestri. Col tempo la versione cominciò a essere messa in discussione. Nel 1970 provò la salita il lecchese Carlo Mauri che, a duecento metri dalla vetta, fu costretto a rinunciare, telegrafando in Italia per ribadire che quella era davvero la “montagna impossibile” com’era già stata definita. La replica di Maestri fu clamorosa: decise di salirla appunto con un compressore. Poi, nel 1974 fu la volta dei Ragni.

Serafino Ripamonti
A lungo aleggiò il mistero su chi davvero avesse messo per la prima volta il piede in vetta. Gli stessi Ragni avevano dubbi, il capospedizione Casimiro Ferrari diceva e non diceva. Finché con il tempo, la conquista del 1959 da parte di Maestri ed Egger venne giudicata inattendibile e in seguito lo stesso Maestri ammise che nel 1970 la sua ascensione si era fermata al di sotto del fungo di ghiaccio sommitale: non fa testo – il parere dell’alpinista – quel fungo cambia in continuazione. Ma in cima al fungo nel 1974 i Ragni ci arrivarono davvero.


«I due personaggi principali – ha detto l’autore – sono proprio Casimiro Ferrari e Cesare Maestri. Attorno a loro si verifica uno scontro generazionale, perché è in quegli anni che si scopre come sia possibile affrontare le grandi vette anche in piccoli gruppi e non con spedizioni complesse, com’era accaduto fino a quel momento. Gli alpinisti diventeranno un po’ più hippie… E anche nel 2012 lo scontro generazionale era pienamente in atto. Kennedy e Kruk tolgono i chiodi del compressore di Maestri e, una volta scesi, vengono accolti da una folla inferocita che quasi li linciò. Vedeva in quel gesto un’ingerenza degli Usa che avevano giocato un ruolo nei tre colpi di Stato accaduti in Argentina. Giusti o sbagliati, quei chiodi erano lì e lì andavano lasciati, facevano parte dell’ambiente. Ma c’ un particolare su cui riflettere: di fronte a quella scena teatrale, alla volontà di dissacrare tutto, Kennedy e Kruk si fermarono davanti al compressore, ancora attaccato alla parete con quattro chiodi. Non ci voleva molto a staccarli e far precipitare il compressore, tanto il ghiaccio sottostante al Torre era già pieno di spazzatura. Non lo fecero. Come una sorta di limite: quanto si può distruggere della generazione precedente?».

Luca Schiera
Con Serafino Ripamonti, a dialogare con Lapenna c’erano anche Luca Schiera e Dimitri Anghileri, membri del gruppo ragni che due anni fa ha ripercorso la via aperta da Ferrari, in occasione del cinquantenario dell’impresa.
Sulle montagne – ha detto Schiera – ci si muove seguendo le “regole” del periodo e le regole si decidono di volta in volta e l’alpinismo è comunque l’arte di darsi dei limiti.»
Anghileri è stato più esplicito: «Ognuno va come vuole in montagna, non voglio giudicare. Non mi permetto di dire se Kennedy e Kruk hanno fatto bene a schiodare o se Maestri abbia fatto bene a usare il compressore. Sono cose che fanno parte della storia di quella montagna. E comunque, la via aperta dei “Ragni” nel 1974 è fantastica, Oggi è una salita fattibilissima, ma con l’attrezzatura che si aveva all’epoca furono degli eroi.»

Dimitri Anghileri
La Patagonia, infine. Ripamonti ha chiosato ricordando come per certi alpinisti sia un modo per “tornare a casa”, fuori dal mondo e dal tempo, anche se oggi non è più così. Alpinisti come appunto Casimiro Ferrari: lo scalare era quasi una scusa; «Quando ci sentimmo pochi mesi prima che morisse, mi disse che sapeva d’aver fatto soffrire altre persone per essersene andato da Lecco scegliendo appunto la Patagonia, “ma se rimanevo a Lecco diventavo nervoso”.»

Però – ha aggiunto Lapenna - «quel mondo selvaggio che ha stregato Casimiro Ferrari sta scomparendo. L’overtourism lo sta mettendo a rischio. È necessario che tutto il mondo della montagna si ponga dei limiti.»
D.C.





















