SCAFFALE LECCHESE/330: una conferenza valsassinese del padre di Antonia Pozzi
Roberto Pozzi, nato nel 1870 e morto nel 1960, era un avvocato milanese e dal 1935 al 1942 fu podestà di Pasturo, il paese valsassinese dove nel 1917 aveva acquistato una villa per le vacanze. Se viene ricordato, però, è per essere il padre della poetessa Antonia Pozzi. Dei rapporti conflittuali tra padre e figlia molto è stato detto, fino a ravvisare anche responsabilità del genitore nella decisione di Antonia di suicidarsi all’età di 26 anni, nel 1938.
La giovane venne sepolta proprio a Pasturo e la stampa locale dell’epoca ne seguì i funerali proprio perché figlia del podestà. Tra gli altri, scriveva il settimanale cattolico “Il Resegone”: «La compianta signorina era considerata da tutta la popolazione pasturese quale propria concittadina e per le virtù sue proprie, e le virtù ed i benefici qui arrecati dal genitore e dalla famiglia, era assai benvoluta ed amata. L’avv. Pozzi, cittadino onorario di Pasturo per le benemerenze da lui acquistatesi in passato, avendo sempre considerato Pasturo quale seconda sua patria, è ora nostro amatissimo podestà, amato in modo speciale dagli umili che trovano sempre in lui un padre amorevole. Le opere pubbliche da lui compiute per lo sviluppo del nostro comune, le opere benefiche quale quella dell’istituzione di un consultorio per la maternità e l’infanzia per i comuni di Pasturo, Introbio e Primaluna; le sue munificenze a favore del nostro asilo sono altrettante tappe dell’opera sua benefica compiuta senza ostentazione, con sacrifici di danaro e tempo. E non nelle sole opere pubbliche si manifesta il cuore della famiglia Pozzi: lo sanno infatti quanti avendo dovuto per malattia recarsi all’Ospedale Maggiore di Milano hanno avuto giornalmente visite di conforto da parte di qualcuno di quella famiglia.»
Non c’è quindi da meravigliarsi – la conclusione del cronista - «se a siffatti sentimenti sia cresciuta anche Colei che oggi piangiamo; dall’atmosfera di bontà e di sano criterio spirante nelle domestiche pareti ella trasse gentilezza, modestia, cortesia ed affabilità di modi, cuore aperto a tutte le sventure.»
Antonia era soltanto l’esponente della famiglia di un personaggio da riverire. Del resto, le sue poesie non erano ancora pubbliche. Fu lo stesso padre, nel 1943, a volerle stampare con l’editore Mondadori con il titolo “Parole. Diario di poesia”. Prendendosi la libertà di emendare le liriche di propria mano, censurandone le righe che avrebbero potuto nuocere al buon nome della famiglia. Decenni dopo la figura della poetessa sarebbe stata riscoperta e valorizzata. E, scherzi della storia, l’avvocato Roberto non sarebbe stato altro che il padre di Antonia Pozzi.
Rimestando tra vecchie carte, si finisce però sempre con l’imbattersi in scritti curiosi. Per esempio “I monti di Lucia”: si tratta del testo di una conferenza tenutasi la sera del 6 maggio 1936 alla sede della sezione milanese del Cai, pubblicato nel mese di luglio sulla rivista associativa “Lo Scarpone” e in un fascicoletto a parte stampato dalla tipolitografia milanese Turati Lombardi. E il conferenziere era proprio l’avvocato Roberto Pozzi.
Si tratta di una descrizione che al lettore di oggi appare per la gran parte banale: la parte relativa all’evoluzione storica del territorio, per esempio, sconta lo stato delle conoscenze dell’epoca quando ancora si accreditavano come storici episodi soltanto leggendari. E, come si è già visto in altre occasioni, ricorrendo spesso alla fantasia per risolvere qualche dubbio o qualche incongruenza. Evidentemente “funzionava” per una platea di milanesi del Cai, benestanti appassionati di montagna che magari avevano già effettuato escursioni tra Lecco e la Valsassina, pur senza però averne grande cognizione.
L’avvocato Pozzi solletica la curiosità dell’uditorio esordendo con riferimenti letterari. Cita il “Marco Visconti” di Tommaso Grossi e naturalmente “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni visto anche che “I monti di Lucia” è il titolo che ha voluto dare alla sua esposizione.
Per il “Marco Visconti” si sofferma sul brano in cui la barca di Bice, «dolce eroina d’amore e di dolore» lascia Bellano e prende il largo sul lago: «in un afoso tramonto dell’anno di Dio 1329 (…) “il giovane Lupo, reduce dal duello vittorioso in pro’ dei Limontini (…) con le braccia intrecciate sul petto, guardava le montagne dalle quali era stato lontano tanti anni, affissava con una giocondità inesprimibile quelle punte, quei seni, quelle vallette serpeggianti, quei fieri e tremendi dirupi, quei luoghi tutti pieni delle memorie della prima età, che aveano un nome noto, una sembianza soave, come il nome, come il volto di un amico”.»
«Quali sono – si chiede dunque l’avvocato – queste montagne a cui con tanta passione sin rivolge il nostalgico cuore del Tommaso Grossi? Sono, sulla destra, i monti della Valassina, dominati dal San Primo e dal Nuvolone, chiusi in fondo dai Corni di Canzo e degradanti per le alture di Valbrona, di Magreglio, di Civenna, fino alla punta di Bellagio, blocco di smeraldo eretto sul zaffiro delle acque. A sinistra è il versante occidentale della Grigna di Moncodeno, dalla foce della Pioverna a quella del Mesia (?), dominante la vallata di Esino da cui si disnodano le schiume bianche del Fiumelatte; e sovra il quale si ergono i pizzi di Perlasco e del Monte Croce; versante tutto nudo e precipite sul lago, che è quivi disseminato di scogli irti e paurosi, residui di millenarie frane rotolate dall’alto.»
Dal tramonto del 1329 al plenilunio del novembre 1628. Per Manzoni il rimando è al celebre passo dell’Addio monti: «Questi altri monti – o gli stessi? – sono, da un lato, il San Martino, alle cui falde si stende Lecco; dall’altro la giogaia del Resegone, alla quale si appiglia, estendendosi nella vallata, l’ampia costiera digradante verso il lago, intagliata dai torrenti, variata di poggi e pendii, popolata di villaggi: che è il gtrande scenario dei Promessi Sposi.»
Ed è «fra questi due navicelli di poesia» che «si stende la corda di quell’arco alpino che comprende i monti tutti della Valsassina, o i monti di Lucia come ci piace di chiamarli, trasformando nel maestoso spettacolo di una natura che essi ci offrono, quasi un calore di anima pulsante, più che nella vita vera, nella vita immortale dell’arte.»
«Eleggeremo a nostra guida – continua la relazione - un gagliardo abate a cui la vasta chioma bianca crea intorno alla fronte luminosa come un’aureola d’argento.» È naturalmente Antonio Stoppani: «Tentando le rocce col bastone ferrato e comparando pietra a pietra, ci aiuterà a intravvedere, almeno nelle sue linee essenziali, il dramma sublime delle origini, quando sul fondo del mare incandescente si fissarono i grandi piloni della terra e fra di essi, in giornate di millenni, s’intagliarono valli e si distesero pianure ed emersero isole, ancora immerse, ancora riemerse, scavate e rivestite dagli elementi; su cui fiumane di ghiaccio trascorsero, triturando le rocce e penetrandole di humus, che i venti cosparsero i pollini, offerti al divino sole per le perenni germinazioni della natura e della vita.»
L’avvocato Pozzi offre qualche nozione di geologia e paleontologia, illustra i passaggi storici: gli Orobi, i Romani e poi i barbari, la regina Tedolinda a Perledo e il Martino della Torre di Primaluna detto “il Gigante” e poi Pagano e il conflitto coi Visconti. E avanti fino agli Spagnoli e agli Austriaci. Il tutto in maniera abbastanza asettica e per noi di scarso o nullo interesse.
Interessanti sono invece le considerazioni personali che concludono la conferenza, seppure vadano naturalmente contestualizzate: «Capo di una comunità della Valsassina io non posso disgiungere dai paesaggi della vallata la buona, umile gente che vi svolge la vita. Peculiare in essa l’attaccamento alla terra, alle costumanze antiche; e l’assimilarsi degli uomini alle cose, alle vicende delle stagioni, alle necessità delle colture. Contadini e pastori si avvicendano dal piano al monte, seguendo gli armenti all’alpe; discendono d’inverno alla pianura, ma coi nuovi soli del maggio ritornano fedeli alla valle. Rari gli emigranti, anche nei tempi in cui più agevoli si aprivano oltre monte ed oltre mare le vie delle raminghe fortune. Stretti in unioni familiari di cui origini e parentele risalgono a lontananze di secoli. E con questo ospitali, consapevoli e fieri della bellezza delle loro montagne, lieti di offrirle agli ozii e ai riposi della gente cittadina, non insensibili ai richiami del progresso, ma pure fermi nella loro semplicità istintiva, accettata e praticata come una legge morale. Ligi al dovere, profondamente pervasi dal concetto di patria che essi identificano con la cerchia dei loro monti e di cui si considerano le sentinelle avanzate, portando con orgoglio la penna alpina, e nella grande guerra hanno lasciato circa trecento morti tra le cuspidi delle Tofane, tanto simili a quelle della loro Grignetta, e nelle ridotte del Monte Grappa, che singolarmente ricorda il Grignone.»
Va da sé che «ben si ritrovano in questi valligiani di oggi, semplici e fieri, coraggiosi e fedeli, legati alla terra natale da un vincolo quasi religioso, i caratteri distintivi di quel Renzo Tramaglino», mentre «Lucia sopra tutto è presente su queste rive, non solo come una figurazione di poesia, ma come una creatura viva in cui s’impersonano la virtù, la pietà, la gentilezza, l’amore.»
Pozzi ricorda infine come «un tardo pomeriggio dello scorso ottobre, alla vigilia della mia partenza dalla mia dimora estiva a Pasturo, uscii fuori, come uso, a cavallo, per congedarmi dalla vallata. Avevo, il mattino, salutato alcuni generosi giovani volontari partenti per l’Africa Orientale, forte e sicura progenie. Ma durate il giorno m’ero attardato in taluni non lieti rilievi: elenco di famiglie povere; statistiche di spedalità; diminuzione delle nascite; riduzione degli armenti; preoccupanti prospettive di disoccupazione invernale. Mi sentivo l’anima triste, penetrata di autunno. Svolgevo nella mente incerti disegni di possibili iniziative per rinfrancare la valle ed arrestarla in quel suo lento morire. Pensavo ad una rinnovata operosa solidarietà di Milano, di Como, di Lecco con le loro montagne, popolandole, in un quadro di desiderio, di vaste e permanenti colonie per i nostri fanciulli, di case di riposo per i nostri operai.»
Cavalcando «assorto in me, traversai senza quasi avvedermene i prati e salii la collina di Maggio, prendendo per una stradina sotto monte che risale l’alta valle della Pioverna» giungendo a Concenedo.
«Era tardi – prosegue -, s’era fatto freddo, mi sapevo aspettato. Ma qualcosa, più forte della mia volontà, mi tratteneva lassù, come una malinconia accorata esalante dalla valle così bella e povera, già rassegnata all’inverno. L’ora del cielo trascolorò in turchino; i villaggi si punteggiarono di luci; indi, come ad un segno, si levò il concerto delle Avemarie: campanella d’argento della Culmine, smarrita nel cielo; campane grandi di Cremeno e di Barzio; campane discoste di Maggio; campane remote di Pasturo; strofe ed antistrofe ricambiate nell’aere e rifuse in una eco sola nella profonda armonia della sera. Così la Valsassina pregava… Allora anche nell’anima mia, come una nota di dolore che si esala in dolcezza di fede, si sciolsero i motivi del commiato famoso: “Addio monti sorgenti dall’acque ed elevati al cielo…” con la chiusa sublime: “Che dava a voi tanta giocondità è per tutto, e non turba mai la gioia de’ suoi figli se non per prepararne loro una più certa e grande”.»

Antonia Pozzi
La giovane venne sepolta proprio a Pasturo e la stampa locale dell’epoca ne seguì i funerali proprio perché figlia del podestà. Tra gli altri, scriveva il settimanale cattolico “Il Resegone”: «La compianta signorina era considerata da tutta la popolazione pasturese quale propria concittadina e per le virtù sue proprie, e le virtù ed i benefici qui arrecati dal genitore e dalla famiglia, era assai benvoluta ed amata. L’avv. Pozzi, cittadino onorario di Pasturo per le benemerenze da lui acquistatesi in passato, avendo sempre considerato Pasturo quale seconda sua patria, è ora nostro amatissimo podestà, amato in modo speciale dagli umili che trovano sempre in lui un padre amorevole. Le opere pubbliche da lui compiute per lo sviluppo del nostro comune, le opere benefiche quale quella dell’istituzione di un consultorio per la maternità e l’infanzia per i comuni di Pasturo, Introbio e Primaluna; le sue munificenze a favore del nostro asilo sono altrettante tappe dell’opera sua benefica compiuta senza ostentazione, con sacrifici di danaro e tempo. E non nelle sole opere pubbliche si manifesta il cuore della famiglia Pozzi: lo sanno infatti quanti avendo dovuto per malattia recarsi all’Ospedale Maggiore di Milano hanno avuto giornalmente visite di conforto da parte di qualcuno di quella famiglia.»

Antonia era soltanto l’esponente della famiglia di un personaggio da riverire. Del resto, le sue poesie non erano ancora pubbliche. Fu lo stesso padre, nel 1943, a volerle stampare con l’editore Mondadori con il titolo “Parole. Diario di poesia”. Prendendosi la libertà di emendare le liriche di propria mano, censurandone le righe che avrebbero potuto nuocere al buon nome della famiglia. Decenni dopo la figura della poetessa sarebbe stata riscoperta e valorizzata. E, scherzi della storia, l’avvocato Roberto non sarebbe stato altro che il padre di Antonia Pozzi.

Si tratta di una descrizione che al lettore di oggi appare per la gran parte banale: la parte relativa all’evoluzione storica del territorio, per esempio, sconta lo stato delle conoscenze dell’epoca quando ancora si accreditavano come storici episodi soltanto leggendari. E, come si è già visto in altre occasioni, ricorrendo spesso alla fantasia per risolvere qualche dubbio o qualche incongruenza. Evidentemente “funzionava” per una platea di milanesi del Cai, benestanti appassionati di montagna che magari avevano già effettuato escursioni tra Lecco e la Valsassina, pur senza però averne grande cognizione.

Per il “Marco Visconti” si sofferma sul brano in cui la barca di Bice, «dolce eroina d’amore e di dolore» lascia Bellano e prende il largo sul lago: «in un afoso tramonto dell’anno di Dio 1329 (…) “il giovane Lupo, reduce dal duello vittorioso in pro’ dei Limontini (…) con le braccia intrecciate sul petto, guardava le montagne dalle quali era stato lontano tanti anni, affissava con una giocondità inesprimibile quelle punte, quei seni, quelle vallette serpeggianti, quei fieri e tremendi dirupi, quei luoghi tutti pieni delle memorie della prima età, che aveano un nome noto, una sembianza soave, come il nome, come il volto di un amico”.»

Roberto Pozzi (credit photo: Lombardia Beni Culturali)
«Quali sono – si chiede dunque l’avvocato – queste montagne a cui con tanta passione sin rivolge il nostalgico cuore del Tommaso Grossi? Sono, sulla destra, i monti della Valassina, dominati dal San Primo e dal Nuvolone, chiusi in fondo dai Corni di Canzo e degradanti per le alture di Valbrona, di Magreglio, di Civenna, fino alla punta di Bellagio, blocco di smeraldo eretto sul zaffiro delle acque. A sinistra è il versante occidentale della Grigna di Moncodeno, dalla foce della Pioverna a quella del Mesia (?), dominante la vallata di Esino da cui si disnodano le schiume bianche del Fiumelatte; e sovra il quale si ergono i pizzi di Perlasco e del Monte Croce; versante tutto nudo e precipite sul lago, che è quivi disseminato di scogli irti e paurosi, residui di millenarie frane rotolate dall’alto.»
Dal tramonto del 1329 al plenilunio del novembre 1628. Per Manzoni il rimando è al celebre passo dell’Addio monti: «Questi altri monti – o gli stessi? – sono, da un lato, il San Martino, alle cui falde si stende Lecco; dall’altro la giogaia del Resegone, alla quale si appiglia, estendendosi nella vallata, l’ampia costiera digradante verso il lago, intagliata dai torrenti, variata di poggi e pendii, popolata di villaggi: che è il gtrande scenario dei Promessi Sposi.»

«Eleggeremo a nostra guida – continua la relazione - un gagliardo abate a cui la vasta chioma bianca crea intorno alla fronte luminosa come un’aureola d’argento.» È naturalmente Antonio Stoppani: «Tentando le rocce col bastone ferrato e comparando pietra a pietra, ci aiuterà a intravvedere, almeno nelle sue linee essenziali, il dramma sublime delle origini, quando sul fondo del mare incandescente si fissarono i grandi piloni della terra e fra di essi, in giornate di millenni, s’intagliarono valli e si distesero pianure ed emersero isole, ancora immerse, ancora riemerse, scavate e rivestite dagli elementi; su cui fiumane di ghiaccio trascorsero, triturando le rocce e penetrandole di humus, che i venti cosparsero i pollini, offerti al divino sole per le perenni germinazioni della natura e della vita.»

Interessanti sono invece le considerazioni personali che concludono la conferenza, seppure vadano naturalmente contestualizzate: «Capo di una comunità della Valsassina io non posso disgiungere dai paesaggi della vallata la buona, umile gente che vi svolge la vita. Peculiare in essa l’attaccamento alla terra, alle costumanze antiche; e l’assimilarsi degli uomini alle cose, alle vicende delle stagioni, alle necessità delle colture. Contadini e pastori si avvicendano dal piano al monte, seguendo gli armenti all’alpe; discendono d’inverno alla pianura, ma coi nuovi soli del maggio ritornano fedeli alla valle. Rari gli emigranti, anche nei tempi in cui più agevoli si aprivano oltre monte ed oltre mare le vie delle raminghe fortune. Stretti in unioni familiari di cui origini e parentele risalgono a lontananze di secoli. E con questo ospitali, consapevoli e fieri della bellezza delle loro montagne, lieti di offrirle agli ozii e ai riposi della gente cittadina, non insensibili ai richiami del progresso, ma pure fermi nella loro semplicità istintiva, accettata e praticata come una legge morale. Ligi al dovere, profondamente pervasi dal concetto di patria che essi identificano con la cerchia dei loro monti e di cui si considerano le sentinelle avanzate, portando con orgoglio la penna alpina, e nella grande guerra hanno lasciato circa trecento morti tra le cuspidi delle Tofane, tanto simili a quelle della loro Grignetta, e nelle ridotte del Monte Grappa, che singolarmente ricorda il Grignone.»
Va da sé che «ben si ritrovano in questi valligiani di oggi, semplici e fieri, coraggiosi e fedeli, legati alla terra natale da un vincolo quasi religioso, i caratteri distintivi di quel Renzo Tramaglino», mentre «Lucia sopra tutto è presente su queste rive, non solo come una figurazione di poesia, ma come una creatura viva in cui s’impersonano la virtù, la pietà, la gentilezza, l’amore.»

Cavalcando «assorto in me, traversai senza quasi avvedermene i prati e salii la collina di Maggio, prendendo per una stradina sotto monte che risale l’alta valle della Pioverna» giungendo a Concenedo.
«Era tardi – prosegue -, s’era fatto freddo, mi sapevo aspettato. Ma qualcosa, più forte della mia volontà, mi tratteneva lassù, come una malinconia accorata esalante dalla valle così bella e povera, già rassegnata all’inverno. L’ora del cielo trascolorò in turchino; i villaggi si punteggiarono di luci; indi, come ad un segno, si levò il concerto delle Avemarie: campanella d’argento della Culmine, smarrita nel cielo; campane grandi di Cremeno e di Barzio; campane discoste di Maggio; campane remote di Pasturo; strofe ed antistrofe ricambiate nell’aere e rifuse in una eco sola nella profonda armonia della sera. Così la Valsassina pregava… Allora anche nell’anima mia, come una nota di dolore che si esala in dolcezza di fede, si sciolsero i motivi del commiato famoso: “Addio monti sorgenti dall’acque ed elevati al cielo…” con la chiusa sublime: “Che dava a voi tanta giocondità è per tutto, e non turba mai la gioia de’ suoi figli se non per prepararne loro una più certa e grande”.»
Dario Cercek




















