SCAFFALE LECCHESE/ 331: “Zingarando” per il mondo. Quella leggenda del Luigino

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«Oggi è il primo giorno di primavera, quando sono partito ai primi di giugno, era sempre primavera, ma quella dell’anno scorso. Se aspettavo un poco sarebbero stati dodici mesi. Sono stato in ferie per quasi un anno, in montagna e al mare, come i ricchi, anzi in crociera con uno yacht privato, come i superricchi. Hai capito? Adesso mi accontento di distendere le gambe di qualche centimetro (…) ed essere felice. Forse è questa la felicità che si diceva, o forse è solo la grande stanchezza che mi tiro dietro da quando ho ricominciato a camminare per le strade asfaltate. Arrampicare e piccozzare sul misto è niente, girare nella civiltà ti ammazza. (…) Dieci mesi in giro per il mondo, anzi, scendendo per il globo lungo un meridiano dalla cima al fondo, dal nord al sud un mezzo giro della terra, su e giù per le montagne, poi attraverso il mare. Mai tante vette tutte insieme. E poi parlare, discutere, rivoltare i problemi, mai chiacchierato tanto in vita mia. Anche quando ero solo, mai ragionato tanto con me stesso.»
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Così pare pensasse Luigino Airoldi, in quella primavera del 1971, sull’aereo che lo stava finalmente riportando a casa, appunto dopo dieci mesi di vagabondaggio tra Alaska e Antartide, Quell’anno, Airoldi avrebbe compiuto i quaranta (oggi ne ha 95). Era uno dei “ragni della Grignetta”, ma, tornato a Lecco, avrebbe dovuto fare un po’ di conti con la moglie Giuseppina e il datore di lavoro.

Su quell’avventura, ora, Nicoletta Favaron e Klaus Dell’Orto stanno girando un documentario, presentato nei giorni scorsi in occasione del “Lecco climbing festival” organizzato dai Ragni per celebrare l’ottantesimo di fondazione.

Da un lato, certe imprese leggendarie rappresentano per gli alpinisti che ne sono stati protagonisti una sorta di condanna: il loro nome finisce con l’essere legato indissolubilmente a quelle e tutto il resto rimane in ombra. E il curriculum alpinistico di Airoldi è indubbiamente di tutto rispetto con la partecipazione a una quarantina di spedizioni in giro per il mondo.
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Airoldi in Antartide
Raccontiamola, comunque, in breve, quell’avventura di dieci mesi tra il 1970 e il 1971. Airoldi mette assieme una piccola spedizione di cui, oltre a lui, fanno parte Pierluigi Bernasconi, Ettore Villa, Guido della Torre e Giuseppe Crippa. Obiettivo, il monte Hubbard, 4557 metri, in Alaska sul confine con il Canada, una vetta salita per la prima volta nel 1951 sul versante Est da un americano. I “Ragni” puntano all’inviolata e più difficile cresta Ovest. Il progetto sembra naufragare quando la montagna viene flagellata da una violenta tempesta di neve che induce gli alpinisti a gettare la spugna. Tutti tranne uno: lui, Airoldi. Che decide di procedere da solo. Conquista la vetta tra mille difficoltà e la stessa discesa si presenta ostica. Viene dato per disperso e la notizia rimbalza in Italia. Viene poi tratto in salvo da un elicottero dell’esercito canadese che lo trasporta in ospedale. 
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Ripresosi vola a New York per rientrare in Italia, ma lì lo raggiunge telefonicamente il console italiano.  Lo scrittore Giovanni Roccati che di Airoldi ha scritto la biografia pubblicata nel 2013 dall’editrice lecchese “Alpine Studio” (“Inseguendo la brezza. Pier Luigi Airoldi: scalate ed esplorazioni in tutto il mondo”) la racconta così: «Non fa in tempo a riprendersi che il console italiano lo manda a chiamare. “Airoldi non è ancora tempo di tornare, una nave ti aspetta, per andare verso il Polo Sud, serve un alpinista con il gusto dell’avventura”. (…) E via alla volta del sud America, verso l’Argentina, al fine di incontrare il comandante della nave. La spedizione a cui è chiamato è infatti il tentativo di raggiungere l’Antartide con un motoveliero. È d’accordo con il console: egli deve avvertire la famiglia. (…) Il console non avvertirà la sua famiglia, che per altri otto mesi non avrà più alcuna notizia.»
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Forse otto mesi senza notizie è tempo un po’ esagerato. Vero che all’epoca le comunicazioni sono quelle che sono, ma canali di collegamento seppure lenti esistono comunque. Certo è che l’impresa è un po’ un azzardo: il veliero è proprio un veliero, anche se attrezzato di un motore per affrontare le situazioni di emergenza. A bordo sono quattro in tutto: ad Ajmone Cat ed Airoldi si aggiungono il nostromo Gennaro Martuscelli e il marinaio Francesco Di Jorio.

Questa sorta di odissea tra Alaska e Antartide, Airoldi l’ha già raccontata. O, meglio, l’ha fatta raccontare a Franco Giovannini, scrittore, alpinista e viaggiatore. Che qualche licenza, ammette egli stesso, se la prende. Così che, magari, è difficile distinguere ciò che è dell’uno e ciò che è dell’altro. 
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Nel 2005 era infatti, esce “Zingarando”, un libro stampato “in proprio” dallo stesso Giovannini nel 2005, un libro che quindi circola solo per canali privati e non attraverso la normale distribuzione.  
Giovannini dice di conoscere da tempo Luigino Airoldi «ma non so quasi niente di cosa abbia fatto nella vita perché è di quelli che non parlano molto.» Finché «un giorno, a un pranzo su ai Resinelli, sento che racconta una storia incredibile. Così decido di raccontare quei fatti (…) un poco alla mia maniera aggiungendo, quando si sovrappongono alle sue, qualche esperienza personale. Per i pensieri, che sono stati tantissimi in quelle lunghe settimane, ho cercato di mettermi nei suoi panni anche perché, in quelle situazioni, probabilmente siamo abbastanza simili se abbiamo la voglia di sopravvivere.»
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Airoldi sul monte Hubbard
«Una storia che ha dell’incredibile», dunque. Come dice anche Mirella Tenderini, autrice ed editor di rango nell’editoria di montagna, nella prefazione: «È una storia piena di episodi che sarebbero mozzafiato se raccontati con un po’ di suspense… Eppure la suspense c’è. Che cos’è che non va, che disturba? È lui, il protagonista. Non esiste un alpinista così tranquillo e sereno, tanto innamorato delle montagne da dimenticarsi di tornare a casa dopo aver partecipato a una spedizione ed esser stato lasciato per morto su un ghiacciaio… Ne ha passate abbastanza, no? No. Lui se ne va in paesi sconosciuti con gente sconosciuta a scalare montagne sconosciute, sobbarcandosi fatiche immani, umilmente e lietamente come un francescano. No, non è credibile, e anche il romanzo più romanzesco dovrebbe tenere conto della credibilità.»

Ma il fatto è, appunto, che non si tratta di un romanzo. Ed è invece la storia vera di Luigino Airoldi.
Il racconto si snoda su un doppio binario anche temporale, da una parte la “cronaca” e dall’altra le riflessioni e le sensazioni del protagonista. La vicenda peraltro è racchiusa in sorta di bolla, almeno quella relativa al Monte Hubbard: non si fanno i nomi dei compagni di cordata e nemmeno quello della montagna, dando quasi la sensazione di essere al di fuori della realtà. E, anche, per evitare di riaprire antiche ferite.

Lo slancio di Airoldi per il Monte Hubbard nasce comunque nel 1961. Quell’anno lui è nella spedizione al McKinley guidata da Riccardo Cassin. Conquistata la vetta, si ritorna ad Anchorage: «Giro per un negozio di articoli sportivi e vedo quella fotografia. Un colpo di fulmine che resto lì incantato a guardare. Dico, cosa è quella montagna lì? Lo devi chiedere al professore, Lui arriva, guarda, si mette a ridere e scuote la testa. Dice attento che è ben lontana. Dove? Faccio serio. Eh, sospira, proprio dall’altra parte, e poi non ci sono strade. Meglio, lo interrompo, meglio, così quella montagna può aspettarmi. Ritorno fra un paio d’anni e me la prendo, proprio da quello spigolo lì in mezzo.»
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Al McKinley  - Airoldi è il terzo in piedi da sinistra
Di anni in realtà ne passano nove. Ma il Luigino, che intanto continua ad arrampicare ovunque, quella montagna non se la dimentica: si coccola la fotografia, si mantiene in contatto con il professore. Fino, appunto, al 1970. Come si siano svolti gli avvenimenti, abbiamo detto. Luigino ci racconta i suoi stati d’animo mentre si trova da solo nel ghiaccio su, verso la vetta dell’Hubbard, rintanato in una truna a sorridere pensando, per esempio, a quelle interminabili discussioni a proposito dell’utilizzo dei chiodi a espansione, argomento dell’epoca «e uno dei grandi tormenti del mio gruppo di arrampicatori.». Erano gli anni in cui l’alpinismo andava cambiando pelle: i chiodi, certo, ma anche certe altre invenzioni e la roccia sostituita dalle «palestre di plastica.»
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Con Cassin sul McKinley 1961
Ma nella notte che non passa mai e guai se si guarda l’orologio, nella neve che ti protegge dal gelo, quando «mi tocca tentare di vivere in mezzo a una quantità di niente», solo, “disperso”, scopre di essere felice: «Qui, nella felicità che provo adesso, l’adrenalina non serve proprio perché altrimenti morirei subito. Sono qui, in una buca di neve, a cinquemila metri, in mezzo a una tempesta, con chissà quanti gradi sottozero, lontano da tutto e sono felice. Sono felice perché questo è il posto che cercavo, gli attrezzi, il sacco, il cibo e il resto sono giusti, non patisco quasi niente, sono sicuro che un momento o l’altro arriverà il bel tempo e potrò salire e scendere dalla mia cima. Ecco, tutto va come deve andare e sono felice.»

Il racconto di Giovannini-Airoldi è pieno di suggestioni. Per esempio, sentite questa, proprio a proposito di chiodi e dell’andar su dritti per una montagna: «Dicevano che senza chiodi a espansioni certe pareti non te le sogni nemmeno. (…) Quando non ne potevo più allora tiravo fuori la storia del chi vi obbliga ad andare su dritti? Perché… E la goccia? (…) Certo che la capivo la goccia, ma capivo anche che è una cosa stupida è perché nessuno ha mai detto che una linea diritta e più bella di una storta. Al mondo non cìè niente diritto, né un albero, né una persona. È solo un’idea degli uomini come la simmetria, una faccia uguale a quell’altra, chissà perché. Intendiamoci, le cose belle sono belle e basta che poi siano diritte o storte non interessa, Guarda i sentieri (…) o i torrenti. (…) Sono i canali di cemento che sono diritti, uno schifo. O i battaglioni dei soldati, belli quadrati, altro schifo. Il bello di una piazza con la gente è che ognuno va per conto suo come gli alberi dei boschi.»
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La zona del monte Hubbard (credit  Wikipedia)
Oppure quest’altra considerazione dopo un gran daffare all’attacco dell’Hubbard: «Una giornata intensa, come deve essere quando fai un lavoro che ti piace e che ti prende tutto, quando ti viene sera che non te ne accorgi. Un fare più fisico che spirituale, anzi, solo di muscoli però in un ambiente incredibile che, se ti fermi un attimo a pensare, ti può far sentire la vicinanza degli spiriti.»

O certe vanità, ben presenti nel mondo alpinistico che non è mica quell’essere tutti compagni come retorica vorrebbe, ma è attraversato da rivalità affilate: «In montagna devi andare solo quando sai come godertela, altrimenti è meglio che resti a casa. Solo che anche lì, se uno si guarda intorno fatica a capire cosa sono tutte quelle vanità: …non mi hanno messo sul giornale… il tale, che ha fatto niente, è sempre su… ma io ho impiegato un’ora di meno… perché questo, perché quello. Tutto un correre, un esibirsi, un chiacchierare di cose che la gente poi non capisce come se invece di una arrampicata avessero avuto una rivelazione del Padre Eterno. E poi aerei, elicotteri, soldi della pubblicità e fotografi che su lui che ride. Che anche quel ridere non si capisce perché se leggi la relazione è tutto un soffrire, un vivere nei pericoli, un piangere per ogni cosa e sempre un gran patire il freddo e la fame. Che, se lo legge uno che sa, gli viene da ridere mentre quelli che non sanno finiscono per domandarsi il perché di tutte quelle fatiche, si vede che sono proprio degli scemi vanitosi.»
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Il motoveliero (credit gruppo Ragni)
Infine, anche quella sorta di sentirsi un po’ fuori posto, in occasione della missione in Antartide: «In tutti quei mesi di avvicinamento mi ero sempre chiesto come mai il capitano avesse scelto uno come me per la sua comitiva internazionale. Io dovevo insomma rappresentare l’alpinismo in mezzo a botanici, geografi, insomma mentre un gruppo di scienziati studiava tutto quello che c’era da studiare il sottoscritto sarebbe andato in giro a divertirsi salendo in cima alle montagne. Una storia incredibile, organizzata dal caso con l’aiuto, diciamolo, di quel riuscire sempre ad essere nel posto dove si organizza qualche stranezza, Un mestiere dove io, in genere, riesco bene.»
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Sul velero verso l'Antartide
Da parte sua, Roccati scrive una vera e propria biografia, partendo fagli albori, dai genitori Pietro e Maria, alla casa di Malavedo che il destino vorrà diventi poi quel rifugio Medale che ha funzionato per qualche anno ai piedi della grande parete. La perdiaà del padre all’età di 7 anni, la scuola professionale e i lavoretti dal “ciclista” (nel senso di riparatore di biciclette) Angioletto Case alla Malpensata; i più avanti con l’età se lo ricordano ancora, l’Angiulett, che era uno dei due “ciclisti” in città, l’altro era il Piero di Castella (la sua bottega peraltro esiste ancora). Il lavoro alla Faini e quando questa fallisce in un’azienda di Malgrate- L’incontro con il Mario Dell’Oro detto “Boga” al Costanza e con Riccardo Cassin al Fungo, entrambi in Grignetta. Il matrimonio con Giuseppina nel 1955, la spedizione al McKinley del 1961. E poi tuitto il resto: le Ande, la Groenlandia, il 1970 leggendario, l’Afghanistan, il Kilimanjaro, il Ruwenzori…
Dario Cercek
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