“Una storia di acciaio”. La rinascita del Caleotto

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Una storia d’acciaio. Dopo le celebrazioni ufficiali dei 130 anni della storica impresa lecchese, una decina di giorni fa, a raccontare quella “storia d’acciaio” è stata l’Officina Gerenzone con un incontro tenutosi ieri sera all’Officina Badoni di corso Matteotti, con l’intervento del presidente della stessa associazione Paolo Colombo, dello storico Francesco D’Alessio, del presidente del Caleotto Giovanni Pasini e del responsabile dello stabilimento Nicola Bolognani. A moderare, Carlo Brivio.
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All’incontro hanno portato il loro saluto il prefetto Paolo Ponta che si è soffermato sulla cultura del lavoro del nostro territorio e l’assessore alla cultura Cinzia Bettega che ha appunto rimarcato come a Lecco la cultura sia appunto il lavoro e il Caleotto ha caratterizzato la nostra città e fa parte della sua identità.
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Paolo Colombo e Francesco D’Alessio hanno raccontato le origini dell’azienda prendendo le mosse appunto dal torrente Gerenzone lungo il quale operavano circa 150 ruote motrici a far funzionarie le varie fucine. È stata ricordata la figura del tirabagia, uno dei mestieri più insani, durata fino alla metà dell’Ottocento, quando le condizioni di lavoro sono cambiate anche sul Gerenzone.
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Era il 1871 quando i Falck con i Redaelli e i Bolis aprirono un laminatoio a Malavedo, guardato con scetticismo dagli altri imprenditori per la sua posizione decentrata che in realtà consentiva di attingere direttamente alla forza motrice del Gerenzone. Ed era in grado di fornire alle imprese locali vergella a un prezzo ridotto.
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Quando nel 1895, Enrico Falck cominciò a guardare verso Milano, gli imprenditori si resero conto che ora avrebbero dovuto fare per proprio conto. E nel 1896, 29 di questi imprenditori si associarono – superando resistenze e mal di pancia, perché di associarsi i lecchesi farebbero volentieri a meno - per realizzare un nuovo laminatoio nella vasta area davanti alla Villa Manzoni nella località detta appunto Caleotto.
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Tra questi imprenditori, quelli più rappresentativi sono Gaspare Barone, Felice Cima, Enrico Bonaiti, Giuseppe Aldé, Antonio Cima e quel Valentino Gerosa Crotta che non era imprenditore ma ragioniere e del Caleotto fu direttore fino al 1947 facendo dell’azienda un’acciaieria e ferriera di primaria importanza.
Ma il vero protagonista è una figura dimenticata: Giacomo Manzoni, proveniente da una famiglia di piccoli imprenditori di Bonacina e che nel 1881 aveva comprato quale propria residenza il Palazzo Belgioioso di Castello. Ed è proprio in quelle stanze che vi furono i primi incontri per la realizzazione della nuova impresa.
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Ma dopo tre anni – e cioè nel 1899 – il Caleotto era già in crisi e se ne paventava addirittura la chiusura. Fu proprio Manzoni a dare una scossa agli altri soci con parole più che dirette: «Io ho fatto solo la terza elementare, ma il maestro mi ha insegnato che due più due fa quattro e che è da asini chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati.» L’accusa che muoveva era che tutti i soci volessero comandare ognuno per proprio conto: ciascuno assumeva personale senza che ve ne fosse necessità e senza avvertire i soci, così che l’organico si era ampliato e molti operai non avevano nulla da fare; inoltre, si erano assunti ingegneri che non avevano le competenze necessarie, con una serie di incidenti. Tanto che la crisi finanziaria aveva portato ad affittare alcuni capannoni a esterni. Manzoni se ne andò, ma la crisi fu superata grazie appunto a Gerosa Crotta che prese saldamente in mano le redini. Con lui c’era Enrico Bonaiti della “Rocco Bonaiti” che promuoverà anche la Società dei raccordi per collegare le aziende con la ferrovia e nello stesso tempo avvierà iniziative sociali a favore degli operai. E il Caleotto rinacque.
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Da un’altra parte della città, Giuseppe Badoni e ancora i Falck avevano invece acquistato alcune fucine, sempre sul Gerenzone, ma a Castello, in una zona che oggi chiamiamo del Seminario, appunto per il seminario che funzionò dal 1795 al 1829. Ma l’antico nome della località era Arlenico. Nel 1902 venne realizzato un nuovo laminatoio ed è lì, tra l’altro, che furono avviate le innovazioni destinate ad alleviare le fatiche del tirabagia storico. Ma il sistema economico stava cambiando. Più che essere vicini al Gerenzone, contava la vicinanza con la ferrovia e quindi nel 1905 ci si spostò nella zona della Fiandra. E ci si portò dietro anche il nome di Arlenico.
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In quanto al Caleotto, nel 1908 realizzò la propria acciaieria ad affiancare il laminatoio. Negli anni Venti e Trenta del Novecento, la fabbrica aveva imboccato la strada di una crescita costante per arrivare ai picchi degli anni Settanta con duemila operai occupati. Poi, quasi dalla sera alla mattina, la grande crisi. Nel 1981, la chiusura, nel 1991 l’abbattimento. Resisteva il laminatoio dell’Arlenico – nel frattempo inglobato nel Caleotto – che avrebbe fatto registrare alti e bassi e diversi cambi di proprietà. Oggi, l’Arlenico è stato acquistato dal gruppo bresciano Feralpi che ha voluto recuperare il nome di Caleotto. 
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Ed è stato Giovanni Pasini a riassumere gli ultimi dieci anni, quelli appunto contraddistinti dalla gestione Feralpi. Pasini ha parlato delle molte analogie tra il territorio lecchese e quello della bresciana Val Sabbia dove stanno le radici della Feralpi: un torrente che ha alimentato molte fucine e anche lì la cultura del lavoro e un’imprenditorialità diffusa, anche lì si creò un distretto, anche lì un panorama fatto di montagne (non per caso, il nome Feralpi), anche lì 32 famiglie che si associarono per realizzare il primo stabilimento siderurgico. Nonno Pasini aveva una di quelle fucine, che poi il figlio ampliò e trasferì a Lonato Del Garda.
«Quando siamo venuti a Lecco – ha detto il presidente del Caleotto – ci siamo trovati come a casa. C’erano tanti valori condivisi utili per rilanciare l’attività.»
Ha poi ricordato le varie fasi dell’acquisto, in un momento in cui le sorti dell’Arlenico erano legate a quelle di Piombino e il futuro non appariva molto roseo. Da parte sua la Feralpi, che produceva soprattutto tondino per il cemento armato, faceva i conti con la crisi dell’edilizia e la necessità di integrare l’attività dell’acciaieria di Calvenzano. 
L’acquisizione dell’Arlenico avvenne nel 2015. Con Feralpi c’era un’altra azienda, la Duferco, che nel 2020 si sarebbe ritirata dalla partita cedendo le proprie quote. Pasini ha quindi concluso ricordando i 90 milioni di investimenti sullo stabilimento lecchese, l’aumento dell’organico, la diminuzione dell’età media, il 16% della manodopera femminile anche in settori tecnici, l’aumento della produzione da 133mila a 270mila tonnellate, la triplicazione del fatturato, l’innovazione tecnologica, l’aumento di competenze del personale, la collaborazione con Politecnico e istituti tecnici, i miglioramenti nell’ambiente di lavoro e nella sicurezza, la sostenibilità.
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Da parte sua, Bolognani ha invece spiegato gli aspetti tecnici della produzione: le billette di acciaio che vengono dall’acciaieria di Calvenzano e vengono riscaldate a 1200 gradi e deformate per farne filo di ferro da un minimo di 4 millimetri e mezzo («E siamo gli unici in Italia, forse i secondi in Europa») a un massimo di 32, quaranta diametri complessivi per duecento tipologie di acciaio. Tra il 70 e l’80% finisce sul mercato italiano, tra il 15 e il 20 in Europa, soprattutto in Germania.
Infine, Carlo Brivio ha ricordato come sia ancora in corso alla Torre Viscontea la mostra fotografica “Ferro e acqua. La valle del Gerenzone a lecco tra memoria e trasformazione. Domani (sabato 7) e il sabato successivo sono anche previste visite guidate gratuite.
D.C.
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