SCAFFALE LECCHESE/290: l’epistolario varennese di un profeta del Novecento
In questo inquieto scorcio di tempo mentre l’intelligenza artificiale sembra gettare ombre angoscianti sul nostro futuro, risultano di straordinaria attualità le “Lettere dal lago di Como” che, negli anni Venti del secolo scorso, un tedesco nato italiano, che fu prete, docente universitario e teologo e cioè Romano Guardini (1885-1968), scrisse a un amico riflettendo sui rapporti tra la tecnica e l’uomo. Anche allora con la paura che l’una potesse soverchiare l’altro.
Romano Guardini è ritenuto uno dei maggiori intellettuali della prima metà del Novecento. Di genitori italiani, nacque a Verona, ma crebbe, visse e morì in Germania, dove la famiglia si trasferì nel 1886 per l’attività commerciale paterna, stabilendosi a Magonza. Qui il giovane Romano studiò e fu ordinato sacerdote nel 1911; insegnò poi teologia nelle università di Bonn, Breslavia, Berlino, Heidelberg, Tubinga e Monaco dal 1923 al 1962. Con una parentesi dal 1939 al 1945, quando il regime nazista gli tolse la cattedra. Pubblicò molto. In tedesco. Tradotti in italiano dalla casa editrice “Morcelliana” di Brescia, i suoi libri sono ancora oggi in catalogo.

Tra questi, appunto, “Le lettere dal lago di Como”. Che furono scritte tra il 1923 e il 1925 a Varenna dove Guardini trascorreva alcuni periodi di riposo nella villa della famiglia materna, e nel 1927 diventate un libro (“Briefe von Comer see”).

Nell’avvertenza introduttiva, datata Varenna settembre 1926, Guardini scriveva: «Queste lettere sono apparse – a suo tempo – nella rivista “Schildgenossen”: la prima nel numero di Pentecoste del 1923, l’ultima in quello dell’autunno 1925. Essendomi stato manifestato il desiderio di vederle tutte riunite, le raccolgo qui. (…) Tra la prima e l’ultima lettera corre una lunga strada durante il suo percorso più di una cosa si è chiarita, o ha acquistato maggiori dimensioni, o si è addirittura modificata nella mente dell’autore. (…) Si è creduto di far bene e di sentirsi autorizzati a lasciarle quali esse sono e vogliono essere: testimonianza di un cammino, con tutto ciò che esso comporta di percezioni incomplete, o persino fallaci. (…) Con ciò si vuol significare che la strada continua.»
La prima versione italiana, con la traduzione di Giulietta Basso appunto per la “Morcelliana”, risale al 1959. Una edizione alla quale sono poi rimaste fedeli le successive: l’ultima è del 2022.
Noi ne abbiamo tra le mani una insolita: quella del 1993 pubblicata dalla monzese “Viennepierre” e che deve essere stata in qualche modo sollecitata dall’allora parroco varennese, don Lauro Consonni, figura che abbiamo già incontrato parlando di Luisa Campioni Venini. Lo si evince da una lettera che l’arcivescovo ambrosiano Carlo Maria Martini scrisse allo stesso don Lauro e che viene riprodotta in testa al volume: «Desidero esprimere tutta la mia gratitudine per avere incoraggiato (…) a ristampare quel piccolo gioiello, rivelatosi profetico che sono le “Lettere dal lago di Como” di Romano Guardini. (…) Ricordo ancora la commozione da me provata quando, in occasione della mia visita pastorale a Varenna, tu stesso mi hai mostrato la casa nella quale egli trascorreva volentieri qualche giorno di riposo e di silenzio contemplativo.»
A rendere più “locale” il volumetto è il piccolo corredo fotografico costituito da alcune immagini d’epoca provenienti dagli archivi dei fratelli Brembilla dell’associazione varennese “Scanagatta”: un comballo, un battello a vapore, un viottolo varennese, «una “moderna” automobile [che] sorpassa un calesse all’uscita della galleria sulla strada Varenna-Bellano», la funicolare di Regoledo, un vicolo di Varenna, i giardini di Villa Serbelloni a Bellagio.
Nelle “Lettere”, Guardini si presenta come un uomo del Nord dell’Europa che già ha pagato lo scotto dell’industrializzazione e dell’evoluzione tecnologica, un uomo del Nord che scende in Italia dove lo sviluppo per il momento non ha ancora fatto danni irreparabili, per quanto già ne sia insidiata, minacciando una cultura millenaria. Ed è proprio il paesaggio lombardo della Brianza e del lago di Como a suggerirgli profonde riflessioni su un mondo in via di trasformazione. Perché in questo paesaggio, Guardini ravvisa già i primi segnali della rovina. Gli anni sono cruciali. Di là dall’aspetto politico (in Italia sta montando il Fascismo, ma Guardini è tedesco e per ora in Germania il Nazismo che sta minacciosamente nascendo non sembra ancora fare paura), gli europei si sono appena lasciati alle spalle una guerra devastante, il mondo del lavoro è in trasformazione, sulla scena della storia fanno la loro apparizione le cosiddette masse e il consumismo. Guardini vede lontano e affronta temi sui quali la nostra società si interrogherà soltanto all’indomani della seconda guerra mondiale.

Il paesaggio, dunque: «Ciò che su, nel Nord – scrive -, è già quasi compiuto, percepii qui i primi sintomi. Vidi la macchina penetrare in un paese che finora aveva posseduto la cultura. Vidi piombare la morte su una vita di infinita bellezza. (…) Quando passai attraverso le valli della Brianza, da Milano al lago di Como, valli rigogliose, opulente, coltivate con cura diligente, contornate da monti aspri, in forme vigorose e ampie, non volevo credere ai miei occhi. Dappertutto una terra abitata. Vallate e pendii ricoperti di borgate e cittadine. Tutta quanta la natura lavorata e modellata dall’uomo. Ciò che si chiama cultura nel senso più raffinato, mi si presentava nella forma più armoniosa. Le linee dei tetti, pur di molteplice aspetto, si confermavano tuttavia in una chiara unità; il loro tracciato correva per tutta la cittadina, sia che essa fosse assisa su un monte o fosse adagiata, in multiforme articolazione, lungo le ondulazioni di una vallata, e culminava, infine, nella slanciata linea del campanile. Tutto ciò raccolto, attorniato dalla ben equilibrata massa delle montagne. Una cultura nobilissima e nello stesso tempo così semplice, così – non trovo altra parola – naturale! Modellata nelle forme, pervasa di spiritualità e tuttavia perfettamente semplice. Tale e quale l’ho spesso ritrovata, più tardi, nel comportamento dell’uomo più semplice, nella sua parola e nei suoi medi senza che ne fosse particolarmente consapevole. Eredità di formazione millenaria, gli era passata nel sangue e nelle fibre del suo organismo. (…) Ma tutt’a un tratto, nella cantante fuga di profili di una cittadina di provincia, scorsi il grossolano edificio di una fabbrica! (…) Accanto all’alto campanile vidi bruscamente ergersi una ciminiera che rovinava tutto. Fu terribile!»

Del resto «la gente qui si compiace del progresso. In verità, esso arreca lavoro e pane a molti che altrimenti sarebbero stati costretti ad emigrare possono restare in patria. (…) Un’auto dopo l’altra, ininterrottamente, sfreccia lungo il lago; una fabbrica sorge accanto all’altra; tutto è elettrificato; dappertutto si costruisce e si lavora. Quando volli spiegare a un tizio quale significato tutto ciò possa avere per chi viene dal Nord, egli ben mi comprese. Ma mi avvidi che accettava tale scempio come una necessità. “E’ così! Le cose sono quelle che sono.” Anzi, finì per adirarsi ed esclamò: “Allora il nostro paese dovrebbe rimanere povero e le nostre genti dovrebbero emigrare, per dar modo a voi di soddisfare qui le vostre esigenze romantiche!” E aveva ragione.»
Da Varenna, Guardini compie diverse escursioni, passeggiate, gite in barca: le ville bellagine, la punta del Balbianello, la Fonte Pliniana. «Oggi, per tutto il pomeriggio – annota -, ho girovagato sulla penisola che separa il braccio del Lago di Como da quello del Lago di Lecco. E’ qui, su queste rive, che si svolge la storia dei “Promessi Sposi” del Manzoni»: non è proprio così, ma è un tedesco che parla ai tedeschi e pertanto il lago è un tutt’uno: E perciò « parecchi nomi di località di questa regione sono ben noti. Come sono asserviti all’uomo questi luoghi! Le strade seguono l’ondulazione delle colline, sembrano affrettarsi sui loro pendii, aderirvi, presentirli; esse si prestano alla modellatura della loro movimentazione. I giardini salgono e scendono, si annidano nelle sinuosità, si stendono lungo i declivi dei colli; i loro arbusti e i loro alberi – spesso esemplari magnifici – ubbidiscono al richiamo del sole e della luce e li esprimono in forma delicata e olezzante. Tutte le tortuosità del terreno, tutti i sentieri sul lago sono utilizzati; e in qualche luogo, giusto nel cuore di questo insieme si trova la villa. Se gli uomini che l’abitano sono di sguardo e di cuore aperto e non sono gente quattrinaia venuta non si sa da dove, che annette più importanza a una motocicletta che ad un bel momento della vita, possono sentire il loro pulsare al ritmo stesso di questa realtà sontuosa, smagliante, lussureggiante, fiorente.»

E ci sono dei momenti quasi magici: «Dopo aver girovagato al di sopra di Regoledo, ho attraversato una piccola frazione, di cui non ricordo il nome – spesso sono così strani i nomi qui! La strada mi portò sulla piazza del paesino e lì mi arrestai, colpito dalla sua bellezza. In verità, niente di speciale. Ma se questa borgata dovesse diventare ricca e dovesse capitarle in sorte un sindaco in vena di modernità, questo luogo certamente verrebbe rovinato. Case comunissime costruite senz’altra intenzione che quella di voler servire all’uso quotidiano; nessuna di esse è intonacata e i muri sono fatti di nuda pietra, tal quale viene lavorata sul posto. Ma è inaudito come questa gente abbia saputo situare le sue case, una accanto o di fronte all’altra, come abbia saputo comporre questa piccola piazza! (…) La stessa cosa tu osservi qui ad ogni passo, nei luoghi dove non è ancora penetrata la tendenza alla modernizzazione. E uscendo da un tale borgo, tu ti trovi a passeggiare nei campi, nei vigneti, nei chiari boschetti, sulla riva del lago e dappertutto ti senti circondato dalla medesima atmosfera. Le cose stanno proprio così come te le ho raccontate: tutto è costruito partendo dall’uomo e perciò tutto è assolutamente umano. E tutto trae origine da un’unione con la natura e perciò così profondamente naturale.»
E’ in questa cornice che il teologo tedesco avverte il cambio di civiltà: «Qui in Italia ho avvertito la svolta del secolo. L’ho sentita vedendo sul lago, accanto alle vecchie barche a vela, i nuovi motoscafi veloci, ben sagomati, ma pur sempre macchine.» Così lontane dalla natura, come vicino era invece il barcaiolo che doveva governare gli antichi comballi tra onde e venti.
Rammenta che la “vera cultura” sia sì un «superamento della natura» ma che nel contempo ci mantenga «tuttavia indiscutibilmente ancora vicini alla natura. L’uomo, in tutto questo, rimane ancora vivente, è un corpo permeato di spirito e d’anima.»
Ma con il progresso tecnologico «è andato perduto qualcosa di insostituibile» costringendo l’uomo a vivere «in un mondo artificiale».
«Pensa anche alla psicanalisi – spiega - che ha scoperto, al di sotto del regno psichico che finora si era quasi esclusivamente preso in considerazione, un altro regno, di cui erano consapevoli solamente i maestri della vita spirituale, gli artisti e il popolo. La psicanalisi ha in sé, certamente, qualcosa di urtante; ha l’aria del “parvenu”. (…) Comunque sia essa ha aperto al nostro sguardo un nuovo campo dell’anima umana e ce ne ha rivelato profonde relazioni. Tuttavia, come l’anima è diventata cosciente per questo!»
E sono questa coscienza, questo “sapere” a essere stranianti, a precipitarci in un abisso di incertezze più che di certezze.
Aggiunge: «Non ce l’ho con la scienza propriamente detta (…) ma col fatto che la coscienza, in seguito a tutte queste scoperte applicazioni, è diventata un’attitudine generale e sempre più lo diventa» e «anche la scienza passa nella coscienza del popolo.»
E invece «la vita ha bisogno della protezione dell’inconscio. (…) La pianta può svilupparsi solo se le sue radici sono nascoste nell’oscurità. (…) Essa muore appena la radice vien esposta alla luce. Tutta la vita deve essere fondata sull’inconscio e da qui salire alla chiarezza della coscienza.»
Mentre «lo sguardo si spinge a esplorare sempre più da vicino le sorgenti primordiali della vita, le origini. La radice stessa della vita, ciò che in essa è di più intimo, viene portato alla luce…. La vita lo può sopportare? Può diventare cosciente fino a tal punto e nello stesso tempo rimanere viva?»
Oltre che al proprio interiore, la coscienza dell’individuo è mutata anche sul nostro pianeta, ormai a portata di mano, e sull’intero cosmo. La stessa Europa «considerava la propria cultura come misura in base alla quale valutare e criticare tutte le altre. Ora essa è già arrivata ad accettare critiche formulate dall’Asia e dall’America, poiché sente che sono giustificate.»
E in questo allargamento della coscienza cambiano le prospettive, il vivere e il convivere quotidiano ci pongono nuove sfide, ci interrogano: «Sarà certo necessario- argomenta - che a tutto ciò risponda una nuova attitudine dell’uomo, un senso nuovo delle proporzioni, delle misure e dei limiti dei rapporti reciproci, delle cause e degli effetti. Una sensibilità assolutamente nuova riguardo all’ordine delle cose e della loro gerarchia, alla portata degli avvenimenti e al loro concatenamento.»
Naturale, quindi, che anche la politica dovrà farne i conti. Ormai «potrà essere un vero uomo politico solamente colui che saprà scoprire e conoscere le forze che vi sono operanti e le nuove idee strutturali normative nelle loro reciproche reazioni, colui che istintivamente le avvertirà e sarà capace di servirsene. (…) L’uomo politico dovrà avere sempre più una visuale completa della realtà, la nitida visione del tutto, il chiaro avvertimento dei particolari e a lui sarà sempre più necessaria l’arte di trovare un possibile equilibrio essenzialmente giusto e che rispetti la natura delle cose. Il nostro rapporto con la storia mostra anch’esso le medesime caratteristiche.»
La società cambia, la scienza è vista come un arbitrio: «Ecco dunque il carattere della scienza e della creazione della nostra epoca: conoscenza dei messi di coercizione, autorità e violenza in virtù di fini arbitrariamente stabiliti.» In tal modo, l’essere vivente viene assoggettato. E «in un tale sistema – si chiede -, la vita può rimanere vivente?»
Guardini rileva come, tutto sommato, la “vera cultura” si regga su una minoranza di persone, guarda al passato, alle classi sociali immutabili, alle tradizioni, alle gerarchie sociali che erano dei punti di fermi e osserva quasi sgomento l’irrompere delle masse e l’aumento della popolazione, ma anche il consumo sfrenato: «Bisogna produrre molto, veramente molto e in fretta. Fabbricare presto e consumare presto.»
E soprattutto «ciascuno crede che tutto gli sia permesso»: Guardini lo scriveva un secolo fa eppure non è tema ancora oggi all’ordine del giorno?
Di tutto questo risente anche la fede religiosa, mentre lo stesso linguaggio viene alterato: le parole sono svilite per l’abuso che se ne fa.
Si avvia alle conclusioni: «La questione che mi tormentava era questa: è ancora possibile, in mezzo a tutto ciò che accade, un tipo di vita che sia apparentemente imperniato sulla natura dell’uomo e l’opera dell’uomo? Il vecchio mondo sta crollando, e intendo la parola “mondo” nella sua più ampia accezione e cioè comprendendo in essa le opere, le istituzioni, le organizzazioni e le attitudini di vita.» E il «“nuovo” esercita un’azione distruttiva perché non si è ancora riusciti a renderlo umano. E’ un assalto di forze rese libere che non sono state ancora domate. (…) Che non sono ancora alla portata umana.»
Ma non ci si può sottrarre: «il nostro posto è nel divenire. Noi dobbiamo inserirvici, ciascuno al proprio posto. Non dobbiamo irrigidirci contro il “nuovo”, tentando di conservare un bel mondo condannato a sparire. E neppure cercare di costruire in disparte, mediante una fantasiosa forza creatrice, un mondo nuovo che si vorrebbe porre al riparo dai danni dell’evoluzione. A noi è imposto il compito di dare una forma a questa evoluzione e possiamo assolvere tale compito soltanto aderendovi onestamente; ma rimanendo tuttavia sensibili, con cuore incorruttibile, a tutto ciò che di distruttivo e di non umano è in esso. Il nostro tempo è dato a ciascuno di noi come terreno sul quale dobbiamo stare e ci è proposto come compito che dobbiamo eseguire. (…) Noi stessi siamo il nostro tempo!»
E pertanto «bisogna dire “sì” al nostro tempo. Il problema non sarà risolto con un tornare indietro, né con un capovolgimento o con un differimento; e neppure con un semplice cambiamento o miglioramento. Si avrà la soluzione soltanto andandola a cercare molto in profondità».


Tra questi, appunto, “Le lettere dal lago di Como”. Che furono scritte tra il 1923 e il 1925 a Varenna dove Guardini trascorreva alcuni periodi di riposo nella villa della famiglia materna, e nel 1927 diventate un libro (“Briefe von Comer see”).
Nell’avvertenza introduttiva, datata Varenna settembre 1926, Guardini scriveva: «Queste lettere sono apparse – a suo tempo – nella rivista “Schildgenossen”: la prima nel numero di Pentecoste del 1923, l’ultima in quello dell’autunno 1925. Essendomi stato manifestato il desiderio di vederle tutte riunite, le raccolgo qui. (…) Tra la prima e l’ultima lettera corre una lunga strada durante il suo percorso più di una cosa si è chiarita, o ha acquistato maggiori dimensioni, o si è addirittura modificata nella mente dell’autore. (…) Si è creduto di far bene e di sentirsi autorizzati a lasciarle quali esse sono e vogliono essere: testimonianza di un cammino, con tutto ciò che esso comporta di percezioni incomplete, o persino fallaci. (…) Con ciò si vuol significare che la strada continua.»
La prima versione italiana, con la traduzione di Giulietta Basso appunto per la “Morcelliana”, risale al 1959. Una edizione alla quale sono poi rimaste fedeli le successive: l’ultima è del 2022.
Noi ne abbiamo tra le mani una insolita: quella del 1993 pubblicata dalla monzese “Viennepierre” e che deve essere stata in qualche modo sollecitata dall’allora parroco varennese, don Lauro Consonni, figura che abbiamo già incontrato parlando di Luisa Campioni Venini. Lo si evince da una lettera che l’arcivescovo ambrosiano Carlo Maria Martini scrisse allo stesso don Lauro e che viene riprodotta in testa al volume: «Desidero esprimere tutta la mia gratitudine per avere incoraggiato (…) a ristampare quel piccolo gioiello, rivelatosi profetico che sono le “Lettere dal lago di Como” di Romano Guardini. (…) Ricordo ancora la commozione da me provata quando, in occasione della mia visita pastorale a Varenna, tu stesso mi hai mostrato la casa nella quale egli trascorreva volentieri qualche giorno di riposo e di silenzio contemplativo.»A rendere più “locale” il volumetto è il piccolo corredo fotografico costituito da alcune immagini d’epoca provenienti dagli archivi dei fratelli Brembilla dell’associazione varennese “Scanagatta”: un comballo, un battello a vapore, un viottolo varennese, «una “moderna” automobile [che] sorpassa un calesse all’uscita della galleria sulla strada Varenna-Bellano», la funicolare di Regoledo, un vicolo di Varenna, i giardini di Villa Serbelloni a Bellagio.

Il paesaggio, dunque: «Ciò che su, nel Nord – scrive -, è già quasi compiuto, percepii qui i primi sintomi. Vidi la macchina penetrare in un paese che finora aveva posseduto la cultura. Vidi piombare la morte su una vita di infinita bellezza. (…) Quando passai attraverso le valli della Brianza, da Milano al lago di Como, valli rigogliose, opulente, coltivate con cura diligente, contornate da monti aspri, in forme vigorose e ampie, non volevo credere ai miei occhi. Dappertutto una terra abitata. Vallate e pendii ricoperti di borgate e cittadine. Tutta quanta la natura lavorata e modellata dall’uomo. Ciò che si chiama cultura nel senso più raffinato, mi si presentava nella forma più armoniosa. Le linee dei tetti, pur di molteplice aspetto, si confermavano tuttavia in una chiara unità; il loro tracciato correva per tutta la cittadina, sia che essa fosse assisa su un monte o fosse adagiata, in multiforme articolazione, lungo le ondulazioni di una vallata, e culminava, infine, nella slanciata linea del campanile. Tutto ciò raccolto, attorniato dalla ben equilibrata massa delle montagne. Una cultura nobilissima e nello stesso tempo così semplice, così – non trovo altra parola – naturale! Modellata nelle forme, pervasa di spiritualità e tuttavia perfettamente semplice. Tale e quale l’ho spesso ritrovata, più tardi, nel comportamento dell’uomo più semplice, nella sua parola e nei suoi medi senza che ne fosse particolarmente consapevole. Eredità di formazione millenaria, gli era passata nel sangue e nelle fibre del suo organismo. (…) Ma tutt’a un tratto, nella cantante fuga di profili di una cittadina di provincia, scorsi il grossolano edificio di una fabbrica! (…) Accanto all’alto campanile vidi bruscamente ergersi una ciminiera che rovinava tutto. Fu terribile!»
Del resto «la gente qui si compiace del progresso. In verità, esso arreca lavoro e pane a molti che altrimenti sarebbero stati costretti ad emigrare possono restare in patria. (…) Un’auto dopo l’altra, ininterrottamente, sfreccia lungo il lago; una fabbrica sorge accanto all’altra; tutto è elettrificato; dappertutto si costruisce e si lavora. Quando volli spiegare a un tizio quale significato tutto ciò possa avere per chi viene dal Nord, egli ben mi comprese. Ma mi avvidi che accettava tale scempio come una necessità. “E’ così! Le cose sono quelle che sono.” Anzi, finì per adirarsi ed esclamò: “Allora il nostro paese dovrebbe rimanere povero e le nostre genti dovrebbero emigrare, per dar modo a voi di soddisfare qui le vostre esigenze romantiche!” E aveva ragione.»
Da Varenna, Guardini compie diverse escursioni, passeggiate, gite in barca: le ville bellagine, la punta del Balbianello, la Fonte Pliniana. «Oggi, per tutto il pomeriggio – annota -, ho girovagato sulla penisola che separa il braccio del Lago di Como da quello del Lago di Lecco. E’ qui, su queste rive, che si svolge la storia dei “Promessi Sposi” del Manzoni»: non è proprio così, ma è un tedesco che parla ai tedeschi e pertanto il lago è un tutt’uno: E perciò « parecchi nomi di località di questa regione sono ben noti. Come sono asserviti all’uomo questi luoghi! Le strade seguono l’ondulazione delle colline, sembrano affrettarsi sui loro pendii, aderirvi, presentirli; esse si prestano alla modellatura della loro movimentazione. I giardini salgono e scendono, si annidano nelle sinuosità, si stendono lungo i declivi dei colli; i loro arbusti e i loro alberi – spesso esemplari magnifici – ubbidiscono al richiamo del sole e della luce e li esprimono in forma delicata e olezzante. Tutte le tortuosità del terreno, tutti i sentieri sul lago sono utilizzati; e in qualche luogo, giusto nel cuore di questo insieme si trova la villa. Se gli uomini che l’abitano sono di sguardo e di cuore aperto e non sono gente quattrinaia venuta non si sa da dove, che annette più importanza a una motocicletta che ad un bel momento della vita, possono sentire il loro pulsare al ritmo stesso di questa realtà sontuosa, smagliante, lussureggiante, fiorente.»

E ci sono dei momenti quasi magici: «Dopo aver girovagato al di sopra di Regoledo, ho attraversato una piccola frazione, di cui non ricordo il nome – spesso sono così strani i nomi qui! La strada mi portò sulla piazza del paesino e lì mi arrestai, colpito dalla sua bellezza. In verità, niente di speciale. Ma se questa borgata dovesse diventare ricca e dovesse capitarle in sorte un sindaco in vena di modernità, questo luogo certamente verrebbe rovinato. Case comunissime costruite senz’altra intenzione che quella di voler servire all’uso quotidiano; nessuna di esse è intonacata e i muri sono fatti di nuda pietra, tal quale viene lavorata sul posto. Ma è inaudito come questa gente abbia saputo situare le sue case, una accanto o di fronte all’altra, come abbia saputo comporre questa piccola piazza! (…) La stessa cosa tu osservi qui ad ogni passo, nei luoghi dove non è ancora penetrata la tendenza alla modernizzazione. E uscendo da un tale borgo, tu ti trovi a passeggiare nei campi, nei vigneti, nei chiari boschetti, sulla riva del lago e dappertutto ti senti circondato dalla medesima atmosfera. Le cose stanno proprio così come te le ho raccontate: tutto è costruito partendo dall’uomo e perciò tutto è assolutamente umano. E tutto trae origine da un’unione con la natura e perciò così profondamente naturale.»
E’ in questa cornice che il teologo tedesco avverte il cambio di civiltà: «Qui in Italia ho avvertito la svolta del secolo. L’ho sentita vedendo sul lago, accanto alle vecchie barche a vela, i nuovi motoscafi veloci, ben sagomati, ma pur sempre macchine.» Così lontane dalla natura, come vicino era invece il barcaiolo che doveva governare gli antichi comballi tra onde e venti.
Rammenta che la “vera cultura” sia sì un «superamento della natura» ma che nel contempo ci mantenga «tuttavia indiscutibilmente ancora vicini alla natura. L’uomo, in tutto questo, rimane ancora vivente, è un corpo permeato di spirito e d’anima.»
Ma con il progresso tecnologico «è andato perduto qualcosa di insostituibile» costringendo l’uomo a vivere «in un mondo artificiale».
«Pensa anche alla psicanalisi – spiega - che ha scoperto, al di sotto del regno psichico che finora si era quasi esclusivamente preso in considerazione, un altro regno, di cui erano consapevoli solamente i maestri della vita spirituale, gli artisti e il popolo. La psicanalisi ha in sé, certamente, qualcosa di urtante; ha l’aria del “parvenu”. (…) Comunque sia essa ha aperto al nostro sguardo un nuovo campo dell’anima umana e ce ne ha rivelato profonde relazioni. Tuttavia, come l’anima è diventata cosciente per questo!»
E sono questa coscienza, questo “sapere” a essere stranianti, a precipitarci in un abisso di incertezze più che di certezze.
Aggiunge: «Non ce l’ho con la scienza propriamente detta (…) ma col fatto che la coscienza, in seguito a tutte queste scoperte applicazioni, è diventata un’attitudine generale e sempre più lo diventa» e «anche la scienza passa nella coscienza del popolo.»
E invece «la vita ha bisogno della protezione dell’inconscio. (…) La pianta può svilupparsi solo se le sue radici sono nascoste nell’oscurità. (…) Essa muore appena la radice vien esposta alla luce. Tutta la vita deve essere fondata sull’inconscio e da qui salire alla chiarezza della coscienza.»
Mentre «lo sguardo si spinge a esplorare sempre più da vicino le sorgenti primordiali della vita, le origini. La radice stessa della vita, ciò che in essa è di più intimo, viene portato alla luce…. La vita lo può sopportare? Può diventare cosciente fino a tal punto e nello stesso tempo rimanere viva?»
Oltre che al proprio interiore, la coscienza dell’individuo è mutata anche sul nostro pianeta, ormai a portata di mano, e sull’intero cosmo. La stessa Europa «considerava la propria cultura come misura in base alla quale valutare e criticare tutte le altre. Ora essa è già arrivata ad accettare critiche formulate dall’Asia e dall’America, poiché sente che sono giustificate.»
E in questo allargamento della coscienza cambiano le prospettive, il vivere e il convivere quotidiano ci pongono nuove sfide, ci interrogano: «Sarà certo necessario- argomenta - che a tutto ciò risponda una nuova attitudine dell’uomo, un senso nuovo delle proporzioni, delle misure e dei limiti dei rapporti reciproci, delle cause e degli effetti. Una sensibilità assolutamente nuova riguardo all’ordine delle cose e della loro gerarchia, alla portata degli avvenimenti e al loro concatenamento.»
Naturale, quindi, che anche la politica dovrà farne i conti. Ormai «potrà essere un vero uomo politico solamente colui che saprà scoprire e conoscere le forze che vi sono operanti e le nuove idee strutturali normative nelle loro reciproche reazioni, colui che istintivamente le avvertirà e sarà capace di servirsene. (…) L’uomo politico dovrà avere sempre più una visuale completa della realtà, la nitida visione del tutto, il chiaro avvertimento dei particolari e a lui sarà sempre più necessaria l’arte di trovare un possibile equilibrio essenzialmente giusto e che rispetti la natura delle cose. Il nostro rapporto con la storia mostra anch’esso le medesime caratteristiche.»
La società cambia, la scienza è vista come un arbitrio: «Ecco dunque il carattere della scienza e della creazione della nostra epoca: conoscenza dei messi di coercizione, autorità e violenza in virtù di fini arbitrariamente stabiliti.» In tal modo, l’essere vivente viene assoggettato. E «in un tale sistema – si chiede -, la vita può rimanere vivente?»
Guardini rileva come, tutto sommato, la “vera cultura” si regga su una minoranza di persone, guarda al passato, alle classi sociali immutabili, alle tradizioni, alle gerarchie sociali che erano dei punti di fermi e osserva quasi sgomento l’irrompere delle masse e l’aumento della popolazione, ma anche il consumo sfrenato: «Bisogna produrre molto, veramente molto e in fretta. Fabbricare presto e consumare presto.»
E soprattutto «ciascuno crede che tutto gli sia permesso»: Guardini lo scriveva un secolo fa eppure non è tema ancora oggi all’ordine del giorno?
Di tutto questo risente anche la fede religiosa, mentre lo stesso linguaggio viene alterato: le parole sono svilite per l’abuso che se ne fa.
Si avvia alle conclusioni: «La questione che mi tormentava era questa: è ancora possibile, in mezzo a tutto ciò che accade, un tipo di vita che sia apparentemente imperniato sulla natura dell’uomo e l’opera dell’uomo? Il vecchio mondo sta crollando, e intendo la parola “mondo” nella sua più ampia accezione e cioè comprendendo in essa le opere, le istituzioni, le organizzazioni e le attitudini di vita.» E il «“nuovo” esercita un’azione distruttiva perché non si è ancora riusciti a renderlo umano. E’ un assalto di forze rese libere che non sono state ancora domate. (…) Che non sono ancora alla portata umana.»
Ma non ci si può sottrarre: «il nostro posto è nel divenire. Noi dobbiamo inserirvici, ciascuno al proprio posto. Non dobbiamo irrigidirci contro il “nuovo”, tentando di conservare un bel mondo condannato a sparire. E neppure cercare di costruire in disparte, mediante una fantasiosa forza creatrice, un mondo nuovo che si vorrebbe porre al riparo dai danni dell’evoluzione. A noi è imposto il compito di dare una forma a questa evoluzione e possiamo assolvere tale compito soltanto aderendovi onestamente; ma rimanendo tuttavia sensibili, con cuore incorruttibile, a tutto ciò che di distruttivo e di non umano è in esso. Il nostro tempo è dato a ciascuno di noi come terreno sul quale dobbiamo stare e ci è proposto come compito che dobbiamo eseguire. (…) Noi stessi siamo il nostro tempo!»
E pertanto «bisogna dire “sì” al nostro tempo. Il problema non sarà risolto con un tornare indietro, né con un capovolgimento o con un differimento; e neppure con un semplice cambiamento o miglioramento. Si avrà la soluzione soltanto andandola a cercare molto in profondità».
Dario Cercek





















