SCAFFALE LECCHESE/292: il piano regolatore per Lecco di un imprenditore illuminato
Il dibattito in corso in questi giorni sul nuovo piano di governo del territorio cittadino, richiama alla memoria un personaggio che già nella seconda metà dell’Ottocento rilevava la necessità di un piano regolatore per disegnare la città del futuro evitandone un’espansione disordinata, allora che ancora molto spazio era a disposizione. E’ un personaggio del quale lo scorso mese di dicembre, l’associazione Bovara ha celebrato il bicentenario della nascita.

Si tratta di un imprenditore che la città ricorda forse solo nella toponomastica ufficiale: a lui è infatti intitolata la via dove visse e dove sorgevano le sue fabbriche. La più famosa delle quali è quella di armonium che egli fondò a Milano dopo un viaggio a Parigi e che trasferì a Lecco, prima nella zona del Lazzaretto e poi a Castello accanto alla filanda già di sua proprietà. Fu una fabbrica di rinomanza nazionale e internazionale che resistette fino agli anni Settanta del Novecento, dunque oltre un secolo di vita durante il quale si calcola siano stati prodotti circa 60mila armonium. Che su internet suscitano ancora largo interesse.
L’imprenditore in questione è Graziano Tubi, nato nel 1825 a Milano e morto nel 1904 a Lecco dove appunto era venuto a risiedere nel 1868, pur continuando a coltivare gli interessi milanesi e a gestire affari anche nel Cremonese.
Così ce lo descrive Francesco D’Alessio, collocandolo fra gli “industriali modello” nel libro dedicato alla storia della Confindustria lecchese (“Un industrioso cammino”, 2013): «Egli incarnò a tutto tondo lo spirito dell’industriale eclettico e positivista: dedicò la sua vita allo studio di nuove applicazioni tecnologiche, investendo in diversi settori produttivi e rivolgendo nel contempo grande interesse verso le arti e le scienze. (…) L’operato di Graziano Tubi divenne ben presto un modello per l’imprenditoria locale; socio dal 1864 della Società Lombarda di Economia politica di Milano, eletto per ben tre volte deputato al Parlamento nazionale, fu acclamato più volte a presiedere le principali associazioni locali legate al contesto produttivo». Alla Camera dei deputati, «deriso da tutti» pose il problema della sicurezza sui luoghi di lavoro.
Nello stesso tempo divenne un enologo di rango. Leggenda dice perché non gradisse il vino italiano e ritenesse quindi più che necessario apportare migliorie alla produzione. La biblioteca civica lecchese conserva i testi di alcune conferenze che Tubi tenne tra Milano e Piacenza.
Dell’uomo circola una fotografia in abiti mediorientali con i quali Tubi volle farsi immortalare dopo il viaggio di quattro mesi dalla Spagna all’Algeria effettuato nel 1857, all’età dunque di 32 anni. La foto, come si usava all’epoca, venne scattata a posteriori, in uno studio milanese. Il diario di quel viaggio è stato pubblicato dalla rivista “Archivi di Lecco” nel secondo numero del 2024.

In un libriccino di mezzo secolo fa dell’associazione Bovara (“Personaggi della vita lecchese tra Ottocento e Novecento”) leggiamo: «Si è trattato di un uomo di grandi capacità industriali, un pioniere del mondo imprenditoriale, che tuttavia non sdegnava l’interesse per la cosa pubblica.»
A tal proposito, di Tubi ci rimane un fascicolo dato alle stampe nel 1875 per sollecitare appunto la predisposizione di un piano regolatore generale che definisse lo sviluppo della città (che invero non era città vera e propria, di là dai titoli onorifici), intuendo già allora che il progresso tecnologico non aspettava e fosse quindi necessario prevederlo nelle sue ricadute urbanistiche scongiurando uno sviluppo dissennato, come purtroppo sarebbe poi invece accaduto.
“Le strade e le case nel territorio di Lecco” si intitola quel libretto e l’autore lo presenta come una raccolta di “pensieri”: strade e case perché le uno sono legate alle altre, «le strade sono la semente delle case». Le prima vanno tracciate le più larghe possibile per favorire le nuove costruzioni che a loro volta dovranno essere a una giusta distanza dalle carreggiate. V’è da scegliere tra vie larghe e case basse «e delle due cose non v’ha dubbio che s’abbia a dare la preferenza alla prima». Considerato che, per ragion anche igieniche, le città pongono vincoli in altezza «per le case che sorgono lungo le vie aventi una larghezza minore di dodici metri (…) quando si trattasse di aprir nuove vie destinate principalmente alla costruzione di case, non sarebbe lecito limitare l’ampiezza al punto da dover poi ledere i diritto delle proprietà adiacenti».
In particolare, Tubi si concentra su questi aspetti e prospetta una riorganizzazione viabilistica che preveda nuovi tracciati e collegamenti, ritenendo che in quella seconda metà dell’Ottocento il grosso problema di Lecco sia quello edilizio. Mancano le case degli operai. Ma manca anche la possibilità di edificare nuove ville per chi se le può permettere. E tutto ciò è di freno allo sviluppo lecchese.

Questo l’esordio: «Lecco è paese essenzialmente ed eminentemente industriale. A favorirvi il lavoro produttivo, oltre alle condizioni comuni ad altri paesi industriali (…) due ve n’hanno che credo di dover segnalare; cioè la svariata amenità del luogo e l’aria. La prima alletta l’operaio a qui recarsi, e ve lo trattiene; gli permette di impiegare i giorni e le ore non destinate al lavoro, in piacevoli passatempi, in dilettevole riposo, e lo salva così dalla pericolosa noia dell’ozio». E ancora: «L’aria ha qui una speciale e favoritissima influenza sulla energia e sulla attività fisica ed intellettuale. (…) Qui più che altrove l’operaio a seconda della sua capacità intellettuale accompagna assiduamente l’opera col pensiero, che esso non è una macchina umana, ma è il direttore del proprio lavoro. V’è in questo paese un’attività che non trova riscontro altrove. Si potrebbe dire che qui domina l’epidemia dell’operosità.»
Fatto salvo il concetto di operosità che fa ormai parte dell’epica locale, le parole di Tubi ci appaiono un po’ troppo rosee se confrontate con quelle che solo tre anni prima, nelle sue “Memorie mediche”, adottava il dottor Giovanni Pozzi descrivendo l’insalubrità delle condizioni di lavoro nelle fabbriche lecchesi.
Ciò detto. Tubi rileva come lo sviluppo ulteriore dell’industria lecchese sia subordinata a auna serie politica edilizia. Fonte di prosperità – scrive – «più sicura e importante sarebbe lo stabile aumento della popolazione immigrante ora reso impossibile dalla deficienza delle abitazioni.»
E spiega: «Non trovando in luogo sufficienti braccia (…) chiamano da vicini e da lontani paesi una legione di operai, molti dei quali spediscono una parte del guadagno alla propria famiglia che lasciano altrove a malincuore non trovando qui un alloggio ove stabilirla. Taluni inoltre vengono giornalmente da paesi distanti parecchi chilometri, ed esportano per intero il denaro ricevuto. La insufficienza numerica degli operai qui abitanti obbliga l’industriale che ne abbisogna a stabilire indistintamente per tutti una mercede che li faccia accorrere anche da altri luoghi e che compensi agli estranei le fatiche del giornaliero viaggio o le maggiori spese del provvisorio soggiorno. Il capitale impegnato (…) frutterebbe meglio all’industriale stesso e al paese, ove una proporzionale quota ne fosse impiegata nello sviluppo edilizio e specialmente nella costruzione di case operaie.»

Non solo: «Un’altra fonte di prosperità si troverebbe nella costruzione di ville, le quali creerebbero pel commercio locale un nuovo cespite di ricchezza. Pei villeggianti, le attrattive di questi luoghi sarebbero delle più potenti. La vista incantevole, la purezza dell’aria, la mitezza del clima, la fertilità del suolo, la vicinanza di acque minerali, due laghi, un fiume, dei colli, dei monti, la facilità di procacciarsi tutti gli agi della vita, le comode comunicazioni colle città vicine, tutto insomma concorre a formare un complesso che non potrebbe immaginarsi migliore, da coloro che amano le delizie della campagna, e che chiedono alla libera quiete dei campi l’igiene e il riposo. Perché dunque quell’incantevole giardino naturale che si stende come un’aureola intorno a Lecco è pressoché deserto di ville, e perché in esso non sorgono le occorrenti case operaie, mentre sì che le une e le altre potrebbero essere più che bastevolmente rimuneratrici del capitale che nella loro costruzione venisse impiegato.»

Tra le cause, si indica proprio la mancanza di strade e viali che rendano accessibili le posizioni migliori, ma anche la divisione amministrativa tra tanti piccoli Comuni che impedisce una programmazione di ampio respiro (e comincia a ipotizzarne l’unificazione, a partire da Lecco e Castello). Così che lo sguardo non vede lontano e si vive alla giornata: «Una delle maggiori pecche che si verificarono in tutti i tempi e in tutti i luoghi nelle sistemazioni stradali e nelle riforme edilizie sta in ciò, che esse vennero quasi sempre studiate isolatamente e secondo i bisogni del momento e non coordinate ad un piano generale, nel quale siasi tenuto conto di ogni probabile maggior sviluppo avvenire.» Basta guardare agli stabilimenti industriali che sorgono lungo i corsi d’acqua lasciano poco spazio agli alloggi operai.
E’ dunque necessario tracciare nuove vie, attraversando quelle zone deserte che in breve tempo verrebbero popolate. E tracciando quelle nuove strade si dovrà pensare a lasciare lo spazio necessario alle nuove abitazioni a sufficiente distanza (almeno sei metri) dal limite della strada. «O vie larghe o case basse» è l’alternativa e Tubi propende per le strade larghe.
Né va dimenticata la necessità di una politica fiscale che incentivi le nuove costruzione senza che i proprietari debbano rifarsi alzando i canoni di affitto così che le imposte ricadrebbero appunto sugli inquilini.
Nel suo opuscolo, Graziano Tubi indica anche alcuni interventi concreti a cui mettere mano. Per esempio, deviare il corso del torrente Caldone, facendolo correre lungo la linea ferroviaria e confluire infine nel Bione. Propone la realizzazione di un vero e proprio lungolago che prenda le mosse dal ponte (allora ce n’era ancora soltanto uno, il Visconti), sistemare le spiagge mentre un porto non sarebbe necessario visto che il seno formato dal lago offre già un riparo sufficiente.
Fa i conti anche con la nuova linea ferroviaria che già allora ci si rendeva conto tagliasse in due il territorio, creando non pochi problemi anche nella quotidianità. Per esempio «chi abita al di là della ferrovia, deve rinunciare a recarsi al teatro in carrozza, il che per molti vuol dire rinunciarvi affatto; che se si vuol essere a Lecco ad un’ora stabilita si farà bene recarvisi a piedi» Ma gli stessi carri per il trasporto delle merci accumulano ritardi.
L’imprenditore intuisce inoltre come lo sviluppo urbano prenderà la direzione di Pescarenico: «La via del Pescherino e l’antica strada per Bergamo hanno per il momento ben poca importanza, ma potrebbero col tempo acquistarne, quando occupata tutta l’area disponibile per l’edilizia lungo il corso Vittorio Emanuele, si sentisse il bisogno di costruir nuove case delle adiacenze». Anche per questo sarà necessario il prolungamento della via Mascari (come poi avverrà lungo l’asse dell’attuale via Ghislanzoni).
In quanto alle case, «il giudizio che attualmente può darsi della città di Lecco, lo dirò francamente, è molto sfavorevole. (…) In Lecco non si trova né un palazzo, né un monumento, né una fontana, né un museo, né una biblioteca, nulla infine che attesti al forastiero quella ricchezza di cui la città è lautamente fornita.» E i nuovi edifici che si vanno costruendo per la «città nascente» sembrano appunto seguire logiche improvvisate: «municipio, sottoprefettura tribunale, ospedale, scuole, caserma. Tutto è collocato provvisoriamente od è fuori di posto.» Vero che si rimedierà col tempo – il commento - ma si potrebbe già cominciarci a pensare ora.
Nell’opuscolo si indicano anche le modalità affinché i privati, a partire degli stessi operai, possano trovare i mezzi per possedere una casa: «Non è cosa nuova l’istituzione di società per la costruzione di case e di ville, da cedersi ai privati ad un affitto alquanto elevato per un determinato numero di anni, comprendendo in esso l’ammortizzazione del valore dello stabile. Trascorso questo lasso di tempo, l’affittuario che ha eseguito il pagamento convenuto di tutte le rate d’affitto e di ammortizzazione, rimane padrone libero ed assoluto dello stabile. L’affittuario ha il diritto di anticipare il pagamento delle rate di ammortizzazione.
E così anche «l’operaio che sapesse economizzare da ottanta centesimo ad una lira al giorno, potrebbe dopo otto o dieci anni trovarsi proprietario di una casetta con cortiletto e due locali terreni con quattro superiori. Così dicasi dell’impiegato, del negoziante che, nelle relative proporzioni volessero possedere una casa od una villetta, andandone subito al godimento e pagandola con annuali risparmi. E l’esempio dei primi certamente riuscirebbe a tutti di eccitamento al lavoro, alla sobrietà, all’economia.»
E a Lecco è possibile: i terreni ci sono. E anche i capitali. E sotto questo punto di vista, Tubi ipotizza la fusione tra le due banche esistenti, la Banca di Lecco e la Banca Popolare di Lecco, entrambe fondate nel 1872, dunque solo tre anni prima. A dimostrazione di come quello fosse davvero un momento in cui si stava disegnando la “città” del futuro. Peer quanto quel disegno fu manchevole. Tubi sottolineava la necessità di un piano regolatore «senza il quale un edificio privato che sorga può essere di insuperabile incaglio ad un’opera di pubblica utilità» e la programmazione dovesse necessariamente andare oltre i confini dei singoli piccoli Comuni.
Sappiamo com’è andata.

Si tratta di un imprenditore che la città ricorda forse solo nella toponomastica ufficiale: a lui è infatti intitolata la via dove visse e dove sorgevano le sue fabbriche. La più famosa delle quali è quella di armonium che egli fondò a Milano dopo un viaggio a Parigi e che trasferì a Lecco, prima nella zona del Lazzaretto e poi a Castello accanto alla filanda già di sua proprietà. Fu una fabbrica di rinomanza nazionale e internazionale che resistette fino agli anni Settanta del Novecento, dunque oltre un secolo di vita durante il quale si calcola siano stati prodotti circa 60mila armonium. Che su internet suscitano ancora largo interesse.

Così ce lo descrive Francesco D’Alessio, collocandolo fra gli “industriali modello” nel libro dedicato alla storia della Confindustria lecchese (“Un industrioso cammino”, 2013): «Egli incarnò a tutto tondo lo spirito dell’industriale eclettico e positivista: dedicò la sua vita allo studio di nuove applicazioni tecnologiche, investendo in diversi settori produttivi e rivolgendo nel contempo grande interesse verso le arti e le scienze. (…) L’operato di Graziano Tubi divenne ben presto un modello per l’imprenditoria locale; socio dal 1864 della Società Lombarda di Economia politica di Milano, eletto per ben tre volte deputato al Parlamento nazionale, fu acclamato più volte a presiedere le principali associazioni locali legate al contesto produttivo». Alla Camera dei deputati, «deriso da tutti» pose il problema della sicurezza sui luoghi di lavoro.





In un libriccino di mezzo secolo fa dell’associazione Bovara (“Personaggi della vita lecchese tra Ottocento e Novecento”) leggiamo: «Si è trattato di un uomo di grandi capacità industriali, un pioniere del mondo imprenditoriale, che tuttavia non sdegnava l’interesse per la cosa pubblica.»
A tal proposito, di Tubi ci rimane un fascicolo dato alle stampe nel 1875 per sollecitare appunto la predisposizione di un piano regolatore generale che definisse lo sviluppo della città (che invero non era città vera e propria, di là dai titoli onorifici), intuendo già allora che il progresso tecnologico non aspettava e fosse quindi necessario prevederlo nelle sue ricadute urbanistiche scongiurando uno sviluppo dissennato, come purtroppo sarebbe poi invece accaduto.

In particolare, Tubi si concentra su questi aspetti e prospetta una riorganizzazione viabilistica che preveda nuovi tracciati e collegamenti, ritenendo che in quella seconda metà dell’Ottocento il grosso problema di Lecco sia quello edilizio. Mancano le case degli operai. Ma manca anche la possibilità di edificare nuove ville per chi se le può permettere. E tutto ciò è di freno allo sviluppo lecchese.

Questo l’esordio: «Lecco è paese essenzialmente ed eminentemente industriale. A favorirvi il lavoro produttivo, oltre alle condizioni comuni ad altri paesi industriali (…) due ve n’hanno che credo di dover segnalare; cioè la svariata amenità del luogo e l’aria. La prima alletta l’operaio a qui recarsi, e ve lo trattiene; gli permette di impiegare i giorni e le ore non destinate al lavoro, in piacevoli passatempi, in dilettevole riposo, e lo salva così dalla pericolosa noia dell’ozio». E ancora: «L’aria ha qui una speciale e favoritissima influenza sulla energia e sulla attività fisica ed intellettuale. (…) Qui più che altrove l’operaio a seconda della sua capacità intellettuale accompagna assiduamente l’opera col pensiero, che esso non è una macchina umana, ma è il direttore del proprio lavoro. V’è in questo paese un’attività che non trova riscontro altrove. Si potrebbe dire che qui domina l’epidemia dell’operosità.»

Ciò detto. Tubi rileva come lo sviluppo ulteriore dell’industria lecchese sia subordinata a auna serie politica edilizia. Fonte di prosperità – scrive – «più sicura e importante sarebbe lo stabile aumento della popolazione immigrante ora reso impossibile dalla deficienza delle abitazioni.»
E spiega: «Non trovando in luogo sufficienti braccia (…) chiamano da vicini e da lontani paesi una legione di operai, molti dei quali spediscono una parte del guadagno alla propria famiglia che lasciano altrove a malincuore non trovando qui un alloggio ove stabilirla. Taluni inoltre vengono giornalmente da paesi distanti parecchi chilometri, ed esportano per intero il denaro ricevuto. La insufficienza numerica degli operai qui abitanti obbliga l’industriale che ne abbisogna a stabilire indistintamente per tutti una mercede che li faccia accorrere anche da altri luoghi e che compensi agli estranei le fatiche del giornaliero viaggio o le maggiori spese del provvisorio soggiorno. Il capitale impegnato (…) frutterebbe meglio all’industriale stesso e al paese, ove una proporzionale quota ne fosse impiegata nello sviluppo edilizio e specialmente nella costruzione di case operaie.»

Non solo: «Un’altra fonte di prosperità si troverebbe nella costruzione di ville, le quali creerebbero pel commercio locale un nuovo cespite di ricchezza. Pei villeggianti, le attrattive di questi luoghi sarebbero delle più potenti. La vista incantevole, la purezza dell’aria, la mitezza del clima, la fertilità del suolo, la vicinanza di acque minerali, due laghi, un fiume, dei colli, dei monti, la facilità di procacciarsi tutti gli agi della vita, le comode comunicazioni colle città vicine, tutto insomma concorre a formare un complesso che non potrebbe immaginarsi migliore, da coloro che amano le delizie della campagna, e che chiedono alla libera quiete dei campi l’igiene e il riposo. Perché dunque quell’incantevole giardino naturale che si stende come un’aureola intorno a Lecco è pressoché deserto di ville, e perché in esso non sorgono le occorrenti case operaie, mentre sì che le une e le altre potrebbero essere più che bastevolmente rimuneratrici del capitale che nella loro costruzione venisse impiegato.»

Tra le cause, si indica proprio la mancanza di strade e viali che rendano accessibili le posizioni migliori, ma anche la divisione amministrativa tra tanti piccoli Comuni che impedisce una programmazione di ampio respiro (e comincia a ipotizzarne l’unificazione, a partire da Lecco e Castello). Così che lo sguardo non vede lontano e si vive alla giornata: «Una delle maggiori pecche che si verificarono in tutti i tempi e in tutti i luoghi nelle sistemazioni stradali e nelle riforme edilizie sta in ciò, che esse vennero quasi sempre studiate isolatamente e secondo i bisogni del momento e non coordinate ad un piano generale, nel quale siasi tenuto conto di ogni probabile maggior sviluppo avvenire.» Basta guardare agli stabilimenti industriali che sorgono lungo i corsi d’acqua lasciano poco spazio agli alloggi operai.
E’ dunque necessario tracciare nuove vie, attraversando quelle zone deserte che in breve tempo verrebbero popolate. E tracciando quelle nuove strade si dovrà pensare a lasciare lo spazio necessario alle nuove abitazioni a sufficiente distanza (almeno sei metri) dal limite della strada. «O vie larghe o case basse» è l’alternativa e Tubi propende per le strade larghe.
Né va dimenticata la necessità di una politica fiscale che incentivi le nuove costruzione senza che i proprietari debbano rifarsi alzando i canoni di affitto così che le imposte ricadrebbero appunto sugli inquilini.
Nel suo opuscolo, Graziano Tubi indica anche alcuni interventi concreti a cui mettere mano. Per esempio, deviare il corso del torrente Caldone, facendolo correre lungo la linea ferroviaria e confluire infine nel Bione. Propone la realizzazione di un vero e proprio lungolago che prenda le mosse dal ponte (allora ce n’era ancora soltanto uno, il Visconti), sistemare le spiagge mentre un porto non sarebbe necessario visto che il seno formato dal lago offre già un riparo sufficiente.
Fa i conti anche con la nuova linea ferroviaria che già allora ci si rendeva conto tagliasse in due il territorio, creando non pochi problemi anche nella quotidianità. Per esempio «chi abita al di là della ferrovia, deve rinunciare a recarsi al teatro in carrozza, il che per molti vuol dire rinunciarvi affatto; che se si vuol essere a Lecco ad un’ora stabilita si farà bene recarvisi a piedi» Ma gli stessi carri per il trasporto delle merci accumulano ritardi.
L’imprenditore intuisce inoltre come lo sviluppo urbano prenderà la direzione di Pescarenico: «La via del Pescherino e l’antica strada per Bergamo hanno per il momento ben poca importanza, ma potrebbero col tempo acquistarne, quando occupata tutta l’area disponibile per l’edilizia lungo il corso Vittorio Emanuele, si sentisse il bisogno di costruir nuove case delle adiacenze». Anche per questo sarà necessario il prolungamento della via Mascari (come poi avverrà lungo l’asse dell’attuale via Ghislanzoni).
In quanto alle case, «il giudizio che attualmente può darsi della città di Lecco, lo dirò francamente, è molto sfavorevole. (…) In Lecco non si trova né un palazzo, né un monumento, né una fontana, né un museo, né una biblioteca, nulla infine che attesti al forastiero quella ricchezza di cui la città è lautamente fornita.» E i nuovi edifici che si vanno costruendo per la «città nascente» sembrano appunto seguire logiche improvvisate: «municipio, sottoprefettura tribunale, ospedale, scuole, caserma. Tutto è collocato provvisoriamente od è fuori di posto.» Vero che si rimedierà col tempo – il commento - ma si potrebbe già cominciarci a pensare ora.
Nell’opuscolo si indicano anche le modalità affinché i privati, a partire degli stessi operai, possano trovare i mezzi per possedere una casa: «Non è cosa nuova l’istituzione di società per la costruzione di case e di ville, da cedersi ai privati ad un affitto alquanto elevato per un determinato numero di anni, comprendendo in esso l’ammortizzazione del valore dello stabile. Trascorso questo lasso di tempo, l’affittuario che ha eseguito il pagamento convenuto di tutte le rate d’affitto e di ammortizzazione, rimane padrone libero ed assoluto dello stabile. L’affittuario ha il diritto di anticipare il pagamento delle rate di ammortizzazione.
E così anche «l’operaio che sapesse economizzare da ottanta centesimo ad una lira al giorno, potrebbe dopo otto o dieci anni trovarsi proprietario di una casetta con cortiletto e due locali terreni con quattro superiori. Così dicasi dell’impiegato, del negoziante che, nelle relative proporzioni volessero possedere una casa od una villetta, andandone subito al godimento e pagandola con annuali risparmi. E l’esempio dei primi certamente riuscirebbe a tutti di eccitamento al lavoro, alla sobrietà, all’economia.»
E a Lecco è possibile: i terreni ci sono. E anche i capitali. E sotto questo punto di vista, Tubi ipotizza la fusione tra le due banche esistenti, la Banca di Lecco e la Banca Popolare di Lecco, entrambe fondate nel 1872, dunque solo tre anni prima. A dimostrazione di come quello fosse davvero un momento in cui si stava disegnando la “città” del futuro. Peer quanto quel disegno fu manchevole. Tubi sottolineava la necessità di un piano regolatore «senza il quale un edificio privato che sorga può essere di insuperabile incaglio ad un’opera di pubblica utilità» e la programmazione dovesse necessariamente andare oltre i confini dei singoli piccoli Comuni.
Sappiamo com’è andata.
Dario Cercek





















