SCAFFALE LECCHESE/293: sui luoghi manzoniani con Aloisio Bonfanti

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Nascere e crescere a Lecco, vuol dire “venir su” a pane e Manzoni, si sa. I celebri e immaginari “luoghi” sono gita obbligata fin dalle elementari. Nonostante i mutamenti del tempo, quell’omone troneggiante in piazza e i suoi personaggetti di contorno sono ancora oggi i nostri vicini di casa. E anche chi dei “Promessi sposi” conserva solo il ricordo di una noia scolastica, in fondo all’anima ha un “suo” don Lisander. Del quale gloriarsi con gli amici di via, coi forestieri.
05_Lo_sceneggiato_di_Nocita.jpg (265 KB)Senza parlare dei nonni o delle vecchie zie che ricordano ancora lo sceneggiato televisivo di Salvatore Nocita. Anno 1967. Con quel Renzo che era proprio uno di Lecco, il Nino Castelnuovo. Che poi, pensa te, il figlio l’ha chiamato proprio Lorenzo. Come il Tramaglino. Campanilismo, dunque: il gran romanzo italiano parla di qui, del nostro paesaggio che «è uno tra i più belli del mondo». Gli altri se ne facciano una ragione. Punto.
Con tutto ciò, uno riconosciuto dal “popolo” lecchese quale cantore ufficiale della città, il “manzonismo” o la “manzionanità” non può non averli nel sangue.
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Naturalmente, stiamo parlando di Aloisio Bonfanti, il nostro collega al quale abbiamo dato l’addio proprio in questi giorni. Avrebbe compiuto 87 anni il prossimo agosto. Ne aveva 28 ai tempi dello sceneggiato di Nocita e spesso ne rispolverava il ricordo nella sua “Lecco perduta”, la rubrica che teneva per questo nostro sito e arrivata a 457 puntate. Come nel 2021, anno della morte di Nino Castelnuovo.
Lo sceneggiato di Nocita ormai fa parte della mitologia lecchese. Una foto di scena del 1967, con il “nostro” Renzo e la Lucia interpretata da Paola Pitagora, compare in uno degli omaggi manzoniani firmati nel corso del tempo proprio da Bonfanti: “Il Manzoni di casa nostra” pubblicato nel 1990 dalla Cbrs Editrice.
01_copertina_MANZONI_DI_CASA_NOSTRA_1990.jpg (375 KB)La pubblicazione, una cinquantina di pagine in carta patinata e di grande formato, è una sorta di miscellanea tra citazioni, ritagli di giornale e immagini che mischiano i ritratti “storici” del Manzoni ai firlinfeu, le stampe ottocentesche alle vecchie fotografie gelosamente conservate dallo stesso autore. 
06_Una_pagina_del_MANZONI_DI_CASA_NOSTRA.jpg (301 KB)Tra una cronaca d’epoca sull’inaugurazione del monumento lecchese ad Alessandro Manzoni (1891), un rimando all’abate Antonio Stoppani in visita alla cascina Costa di Galbiate dove il Manzoni fu tenuto a balia, alcuni cenni sulla “Valsassina manzoniana”, Bonfanti ci racconta anche dei celebri cortei, essi pure diventati epici.
Secondo Gianfranco Scotti, come leggiamo nel “Dizionario storico di Lecco”, «pare che una prima sfilata di carri ispirati a episodi del romanzo abbia avuto luogo intorno al 1875. (…) Il carnevale venne dedicato alla rievocazione delle scene più salienti del romanzo.»
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Il primo corteo manzoniano “ufficiale” è comunque quello del 1923 e una seconda edizione si sarebbe stata organizzata nel 1933 e «fu un avvenimento memorabile. Vi presero parte centinaia di personaggi, i principali dei quali erano attori dilettanti delle diverse filodrammatiche della città.» Nel secondo dopoguerra ne furono organizzati un primo nel 1955 e un secondo nel 1965 ed è su questi che si concentra l’attenzione di Bonfanti. Scrivendo egli nel 1990, non erano ancora all’orizzonte quelli poi voluti dal sindaco Lorenzo Bodega nel 2004 e 2005.
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Per Bonfanti, comunque, «assistiamo a un “salto” di qualità nell’organizzazione [con] i due grandi cortei manzoniani del 1955 e 1965, promossi entrambi dall’Ente Lecchese Manifestazioni con la presidenza di Renato Corbetta. Qual è il salto di qualità? Il corteo rievoca (…) tutta la trama del romanzo. (…) Lo spettatore assiste, quindi, a una rappresentazione, in sfilata, del romanzo. I vecchi cortei vedevano una sola coppia di Renzo e Lucia, come degli altri personaggi; la rievocazione dei successivi con vari “quadri”, con numerosi “episodi” impone una duplicazione di interpreti, di attori, di protagonisti e richiede un numero notevole di comparse, (…) cinquecento persone.».
E nel 1965 si registreranno centomila spettatori con «code di auto sulla 36.» La conclusione: «In diverse occasioni si è parlato di una ripresa del corteo. Di un rilancio. (…) Ma vi sono tanti problemi: la viabilità, le spese, l’organizzazione. (…); e chissà che un giorno la tradizione popolare non trovi la sua nuova grande giornata, le sue ore con Renzo e Lucia lungo la “passerella” di una città gremita di gente entusiasta.» Più che evidente come quell’entusiasmo fosse stato anche del nostro accompagnatore, sedicenne nel 1955, e già cronista nel 1965.02_copertina__SE_MANZONI....jpg (310 KB)L’ultimo, più corposo, capitolo si intitola “Se il Manzoni tornasse al Caleotto…” (testo già pubblicato l’anno precedente in un’edizione a sé sempre con l’editrice Cbrs). Si tratta di una sorta di guida alla Lecco manzoniana in cui le notizie storiche sono colorite da pennellate d’immaginario.
«Un giorno di autunno – l’incipit - un giorno di novembre dell’anno 1818, Alessandro Manzoni ha salutato per l’ultima volta, forse con il sole pallido dell’estate di San Martino, la villa lecchese del Caleotto. Avrà alzato lo sguardo, velato di tristezza, verso le cime caratteristiche e maestose del Resegone, avrà osservato il tratto terminale del lago, dove l’Adda ritorna a essere fiume presso il trecentesco ponte di Azzone Visconti.»
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La villa del Caleotto naturalmente è luogo cruciale. I biografi ci raccontano che in quel luogo Manzoni abbia lasciato il cuore. Bonfanti ci accompagna nella visita, inframmezzando la descrizione della residenza diventata museo con episodi della vita dello scrittore o brani del romanzo: passando, per esempio, dalla sala delle grisaglie al ricordo della “conversione” nella chiesa parigina di San Rocco. A proposito delle proprietà lecchesi della famiglia, ci viene detto come fossero molto ampie: «Oltre la fascia di parco rimasta ai giorni nostri (quasi nulla, dopo la parte sacrificata all’istituto “Parini”, ndr), la zona agricola si spingeva verso le propaggini del Resegone, scendeva lentamente, declinava dolcemente verso il convento dei Cappuccini di Pescarenico, verso la foce del Bione dove il giovane Alessandro andava a caccia.» Provate e immaginare: si trattava praticamente di circa metà della città odierna.
Sappiamo che, proprio per averci lasciato il cuore, dopo aver venduto la villa agli Scola, il Manzoni non volle più tornare al Caleotto, nemmeno su espresso invito dei nuovi proprietari. Bonfanti ci racconta che si spinse soltanto fino a Merate, in visita al suo vecchio collegio, senza voler procedere oltre. Però, prende anche in considerazione un’ipotesi circolata in passato e mai confermata e cioè che nel 1821 il Manzoni sarebbe venuto di persona a Lecco per portarsi a Milano il fedele Giovanni Comino, per tanti anni domestico della famiglia.11_Villa_Manzoni_2.jpeg (139 KB)
Comino era “l’uomo dei frati” come l’ebbe a definire Claudio Cesare Secchi: al Caleotto lo portò Pietro Manzoni dopo che Napoleone abolì i conventi, nel 1805. In un primo tempo, Secchi collocò il Comino a Pescarenico, successivamente a Castello, nel convento di San Giacomo degli Zoccolanti. Bonfanti privilegia la prima versione per ricamarci un po’ sopra: «Il Comino sapeva tutto sui Cappuccini, sul convento di Pescarenico; le sue confidenze al Manzoni sono senz’altro divenute utilissime allo scrittore quando, nel romanzo, si è trovato di fronte a Padre Cristoforo, a Fra Fazio e a Fra Galdino.»
In quanto al viaggio del 1821 «per condurre a Milano il fedele Comino. è incerto, anche se potrebbe essere importante, pur limitato nel breve arco necessario a far maturare concretamente la decisione dell’anziano domestico di abbandonare il Caleotto. Il 1821 è l’anno di inizio della stesura de “I Promessi Sposi”: esattamente l’introduzione e i primi due capitoli. Il brevissimo ritorno nel territorio lecchese avrà aiutato il Manzoni a ricordare, così perfettamente, così deliziosamente, il paesaggio, già scolpito nel suo animo denso di sfumature, di aneliti, di richiami, ma anche di ombre. Non è difficile immaginare lo scrittore sulla carrozza che supera il maestoso ponte visconteo e imbocca la breve ma ripida e polverosa strada del Caleotto.
Un tracciato che portava a incrociare la strada per Bergamo, allora rappresentata dall’attuale via Previati, a transitare nelle immediate vicinanze della ospitale ma sperduta osteria del “Colombaio” dove oggi sorge il complesso scolastico De Amicuis, a veder spuntare le case coloniche del Figarolo, modeste abitazioni rurali a breve distanza dalla villa patrizia distrutte poi nella loro quiete dalla costruzione della linea ferroviaria. Tutto intorno il paesaggio del romanzo. (…) Poi il viaggio di ritorno, forse, con lo stesso itinerario dei fuggiaschi verso il monastero di Monza la notte dell’Addio monti e di Renzo verso la Porta Orientale di Milano.»
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Pescarenico
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Il convento di Pescarenico è l’altro luogo reale del romanzo, anche se ormai era praticamente scomparso da mezzo secolo. Visitando la chiesa, Bonfanti ci porta davanti alla tela del Cerano (La Trinità coi santi Francesco e Gregorio), il quale «veniva a trascorrere brevi periodi di vacanza nel convento di Pescarenico. Un bel giorno, per sdebitarsi dell’ospitalità dei Cappuccini, si mise a realizzare la “Trinità con i due santi”». Forse è solo una leggenda, ma chissà.
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E comunque «osservando attentamente la tela si può chiaramente notare il paesaggio dello sfondo, nello squarcio tra il manto bianco di San Gregorio, il saio di San Francesco e sovrastante la Trinità: è quello di Pescarenico, con il suo piccolo borgo che si adagia sulle rive dell’Adda.» Inoltre, «sempre sulla tela, uno sguardo attento potrà portare a osservare che nella striscia di paesaggio lungo l’Adda spunta una imbarcazione in preda a un incendio.
13_Pescarenico__2_.JPG (627 KB)E’ l’episodio ritenuto miracoloso avvenuto durante la costruzione del convento» quando prese fuoco una barca che trasportava calcina: il carico fu recuperato e nessuno restò ferito.
Non manca la citazione della pergamena che ancora viene mostrata nelle visite guidate per sollecitare negli ospiti espressioni di meraviglia: riporta il nome di un fra’ Cristoforo da Barzio. Che non è comunque quello manzoniano, ma ai turisti piace così.
Si parla naturalmente dei Lanzichenecchi, ma anche del Medeghino per via di quel “perdono conteso” al quale Bonfanti aveva dedicato studi e passione. E poi il ponte, Olate ed Acquate, la casa di Lucia, la canonica di don Abbondio, allora probabilmente ancora visitabile: «Al primo piano è stato ricostruito per la gioia dei visitatori, lo studio di don Abbondio, con il tappetino sul tavolo, la piccola libreria, la lucerna, la vecchia e logora zimarra». 
Sulle alture, il castello dell’Innominato attorno al quale compare «molta fantasia» e il palazzotto di don Rodrigo che «nel 1937 ha subito una radicale trasformazione mantenendo solo i volumi originari, quindi l’interno non presenta aspetti meritevoli per ricostruzioni storico ambientali legate al romanzo.» A proposito del palazzotto sembra che il passo di padre Cristoforo al cospetto di don Rodrigo «sia stato suggerito al Manzoni da un episodio avvenuto in una residenza signorile della zona, presente lo scrittore. Manzoni, con un gruppo di giovani amici conosciuti durante i lunghi soggiorni al Caleotto, era stato invitato a un convivio. Durante il pranzo, apparve sull’uscio dell’abitazione un cappuccino. I giovani dell’allegra e spensierata compagnia lo fecero oggetto di pesanti beffe e di abbondanti risate dopo averlo invitato a prendere qualcosa con loro».
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Poco sotto «la fantasia deve lavorare parecchio sull’attuale incrocio tra corso Promessi sposi e viale Montegrappa, per ricostruire una di quelle stradicciole di campagna dove avvenne (…) l’incontro di don Abbondio con i bravi di don Rodrigo (…) quasi all’altezza del tabernacolo, ancor oggi visibile, dove erano, e sono, dipinte serpeggianti e lunghe figure che dovrebbero rappresentare, almeno nelle intenzioni dell’artista, le fiamme e le anime del Purgatorio.
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Oltre il tabernacolo, ricostruito nel 1901, sulla sinistra è rimasta la parte superiore del viottolo che sale ancora, quasi sepolto tra due muretti, verso il poggio dove si trova la parrocchiale del rione di Acquate. Il resto è stato totalmente cancellato dallo sviluppo edilizio e industriale della zona, dal traffico intenso. (…)
Allora fra Lecco e Acquate vi era un’ampia distesa di verde: il borgo con le sue fortificazioni, il traffico lacuale, il governatore spagnolo e la guarnigione, apparivano lontani ai residenti di Acquate. Erano due nuclei staccati, con caratteristiche diverse. (…) Oggi le strutture urbane sono radicalmente mutate; il territorio è un tutt’uno in quanto il trascorrere degli anni ha fatto scomparire sotto un manto di industrie e di zone residenziali, le antiche fasce di divisione tra i vari villaggi e il borgo principale.»
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In quanto alle lingue di fuoco, oggi sono ormai scomparse e lo stesso tabernacolo è stato spostato. E del resto ««Lecco non è più, naturalmente, il borgo dell’Ottocento che si incamminava a diventar città e tanto meno la fortezza del Seicento con la guarnigione di soldati spagnoli. (…) Sono scomparse le viuzze, più o meno ripide o piane, con i tabernacoli delle madonnine collocati agli angoli delle contrade; inesistente ormai la colonna di quadrupedi fuori dal locale del maniscalco con l’odore di fieno e di sterco di cavallo; non si nota più il gran movimento di imbarcazioni (i cosiddetti “comballi”) durante i giorni di mercato, nel minuscolo golfo del lago che si apre nelle vicinanze della Basilica dedicata a San Nicola. Sono passate di moda le tradizionali “guazze” dietro il capo delle ragazze, cioè quella caratteristica acconciatura femminile a raggiera formata da tanti spilloni infissi uno alla volta, a forma di mezza aureola, nelle trecce raccolte a crocchia. E’ rimasto il paesaggio de “I Promessi sposi” pur intaccato in alcune località dallo sviluppo edilizio.»
Dario Cercek
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