Galbiate: 'Stranieri a casa nostra?', la ricerca di Agrati al MEAB

Un racconto personale, dati e domande che ‘pungono’ come il tafano dell’Apologia di Socrate. È partendo da qui che Odilla Agrati, filosofa e antropologa, ha guidato la riflessione sul tema delle seconde generazioni durante il primo incontro di questa stagione al  Museo Etnografico dell’Alta Brianza (MEAB), nel Parco regionale Monte Barro. ''Stranieri a casa nostra?'', il titolo dell'incontro di domenica.
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Il direttore Massimo Pirovano ha aperto il pomeriggio sottolineando il senso dell’iniziativa: “Oggi vogliamo valorizzare le nostre risorse umane guide volontarie grazie agli studi fatti nei nostri campi di ricerca, partendo spesso dalle tesi di laurea”. E, in coerenza con il titolo scelto, ha invitato anche a “mettere in discussione lo stesso concetto di radicamento delle persone che vivono in un luogo: Chi sono davvero gli abitanti di un luogo per il legame che sentono con quel posto e le persone che vi vivono? Chi ha ‘diritto’ di chiamarsi brianzolo?”.
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A portare i saluti del Parco Monte Barro è stato il presidente Davide Facondini. “Sono davvero contento di vedervi così numerosi. Un segnale - ha evidenziato - della vitalità di un contesto che resta tale anche grazie a chi lo sostiene in prima persona”. Ha per ultimo ribadito il ruolo del MEAB come “uno dei punti cardine dell’antropologia nei nostri luoghi”.
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Agrati ha iniziato spiegando come “il locale venga ibridato con una scala globale che lo trasforma” secondo un processo già in atto, di fronte al quale “dobbiamo andare incontro a queste trasformazioni e comprenderle”. Alla base del suo lavoro, ha spiegato, c’è “un’esperienza concreta maturata a partire da  un corso di italiano per persone appena arrivate in Italia”. Un episodio, in particolare, è diventato per lei la chiave di volta: invitata in Marocco al matrimonio del figlio di una sua alunna, in paese chiese se fosse l’unica italiana presente e si sentì rispondere, con naturalezza, “oltre a me?” dal ragazzo. “Una frase semplice ma potente che mi ha portato a studiare questo fenomeno”.
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Nel suo intervento, Agrati ha messo a fuoco lo scarto tra la narrazione pubblica e la realtà dei fenomeni migratori: “Quello che ci viene fatto sentire in televisione è il contrario dei fatti: invasione contro mobilità”, sottolineando come la mobilità legale sia molto più ampia di quanto spesso venga rappresentato. Oggi, ha ricordato, non si parla più soltanto di spostamenti interni allo Stato, ma di movimenti che attraversano confini e continenti, sostenuti da “catene di richiamo” e da nomadismi contemporanei che portano “idee, stili di vita e culture” a incontrarsi.
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Il cuore dell’incontro, però, è stato dedicato alle seconde generazioni. Agrati ha insistito su un nodo preliminare: definirle è difficile, e l’“ansia definitoria” è cresciuta nel tempo. “Dire ‘seconda generazione’ - ha osservato - non risolve il problema e rischia di creare equivoci: non è corretto affermare che siano immigrati allo stesso modo della famiglia”. 
Da qui si apre la questione dell’identità, che per molti e molte passa anzitutto dal nome e dal colore della pelle secondo quello che Agrari ha definiti come “fenomeno di razzializzazione”, ovvero essere percepiti e giudicati attraverso caratteristiche immediatamente visibili. “L’identità - ha aggiunto - riguarda anche la lingua, in un equilibrio complesso tra ‘qui’ e ‘là’, tra la lingua della scuola e quella di casa, tra appartenenza e distanza”.
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A incidere, nel quotidiano, sono poi le relazioni tra pari e quelle con gli insegnanti, oltre all’insieme alle esperienze di inclusione. Sullo sfondo rimane la cittadinanza: “un tema che la letteratura - ha ricordato - considera spesso più burocratico che identitario, ma che continua a segnare la vita delle persone”. E torna anche il rapporto con il territorio: quello in cui si cresce e quello dei genitori, a volte vissuti come spazi paralleli.
In un passaggio significativo, Agrati ha evidenziato un paradosso: “le comunità più piccole possono risultare più accoglienti delle grandi città” secondo gli intervistati della sua ricerca. Ma l’oscillazione resta, condensata in una frase che molti giovani riconoscono come propria: “Non mi sento né carne né pesce”. È una condizione che attraversa anche la sfera affettiva e familiare, dove le scelte vengono spesso negoziate, e quella religiosa, che per molte persone rimane un legame forte.
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La transizione al lavoro, infine, apre un’altra frattura: “un elemento di discontinuità rispetto alle traiettorie dei genitori, accompagnato da una spinta al miglioramento delle condizioni lavorative”. Uno sguardo che, nel tempo, può portare a un cambiamento più profondo: non un’identità ‘radicata’ in modo esclusivo in un territorio, ma “uno sguardo sul futuro inserito in un orizzonte globale”.
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Agrati ha chiuso restituendo il valore di questo tipo di indagine. “Studiare le storie dei migranti e dei loro figli - ha spiegato - significa produrre una lettura a specchio della cultura d’accoglienza. Le criticità affrontate mettono in luce fragilità e contraddizioni delle istituzioni, della scuola e dell’amministrazione, ma anche difficoltà concrete come la ricerca di una casa, i rapporti di vicinato, o le tensioni nel mondo del lavoro”.
Interrogare le vite di questi giovani, in sostanza, ha portato a “gettare luce sulla vita di tutti i giovani italiani, come lo sono loro”.
M.E.
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