SCAFFALE LECCHESE/300: un esempio di devozione e fede. Donna Margherita e Germanedo
Per la Villa Eremo a Germanedo, forse, sta arrivando il momento del recupero. Se ne comincia a parlare, almeno. Anche se il degrado di questi ultimi decenni temiamo abbia aperto nell’edificio ferite profonde e difficili da rimarginare. Staremo a vedere.
Certo è che ai lecchesi, quella villa appare ormai come un rudere. Del resto, nessuno più può ricordarne i periodi di fasto. La villa risale al 1690, voluta da Giovanni Antonio Serponti, membro di una delle famiglie più illustri dell’epoca, non solo nel Lecchese. A raccontarcene ascesa e declino c’è uno studio pubblicato dalla rivista storica “Archivi di Lecco (nel numero 2 del 2006): “Serponti di Mirasole, Vicende di un grande casato lecchese tra Varenna, Milano e Germanedo”.
Autore è l’ingegnere e storico lecchese Francesco D’Alessio che si arrampica con la consueta agilità su per i rami di un albero genealogico intricatissimo. individuando alcune radici in terra germanica e passando naturalmente per gli anni gloriosi di Varenna tra XIV e XVI secolo, quando i Serponti edificarono la loro magione oggi Villa Cipressi. Proseguendo infine con il trasferimento definitivo a Milano verso la metà del Seicento e l’acquisto del marchesato di Mirasole.
La villa di Germanedo, come detto, è stata costruita attorno al 1690: in quel luogo sorgeva un complesso agricolo appartenente a un ramo della famiglia Airoldi di Acquate, andato in dote a quell’Antonia che alla fine del Seicento sposò appunto un Serponti. E al posto della fattoria sorse una di quelle ville di delizia dove i nobili milanesi soggiornavano per una “lunga” stagione estiva.
Lo stabile – pur subendo una serie di modifiche per adeguarlo alle necessità dettate dai tempi che cambiavano – restò della famiglia Serponti ed eredi fino al 1922, quando venne venduta all’ingegner Alberto Dubini. Il quale – ci informa ancora D’Alessio - «destinò la villa a propria dimora estiva, trasformando nel contempo l’intero possedimento nell’Azienda agricola “Eremo”».
Non sono chiare le origini del soprannome Eremo entrato poi nell’uso comune: secondo Marco Bernasconi (che ne scrive nel 2024 in un articoletto del bollettino parrocchiale) si deve al fatto che i Serponti trovarono a Germanedo «il loro “luogo del cuore” e il silenzio e la pace di questo luogo fanno appunto soprannominare la loro villa “Eremo”.» Chissà.
Nel 1949, la villa venne acquistata dal Comune: già allora una grande parte del parco che la circondava venne destinata ad area per la costruzione del nuovo ospedale che sarebbe arrivato alla fine del secolo. La villa venne invece riadattata in piccoli appartamenti per ospitare famiglie a basso reddito. Diventata infine patrimonio dell’azienda ospedaliera, da quasi quarant’anni è abbandonata a sé stessa. Unico intervento: il rifacimento del tetto per scongiurarne un’irreparabile rovina.
Cadenti o meno, il fascino delle dimore storiche sta nelle persone che nell’arco del tempo ne hanno attraversate le stanze, lasciando dietro di sé segni indelebili o appena percettibili, altre volte un nulla silenzioso e altre ancora tracce quasi casuali per il solo fatto che qualcuno si è preso la briga di scolpirne la memoria.
E’ il caso, per esempio, di donna Margherita, nata nel 1718 e morta nel 1755 e cioè a soli 37 anni. Nata Durini – altro casato della grande nobiltà lombarda -, nel 1738 sposò Giovanni Giorgio Serponti e gli diede sei figli, quattro femmine e due maschi. E’ ricordata soprattutto per la devozione e le opere pie compiute nella sua breve vita. Così almeno ce la tramanda un libriccino scritto da un sacerdote, Giovanni Battista Raineri (oblato lecchese, ci dice D’Alessio), pubblicato un anno dopo la di lei morte e cioè nel 1756, con la tipografia milanese Frigerio e ristampato a Venezia nel 1758: “Breve ragguaglio delle virtù della marchesa D. Margherita Serponti”. Il titolo, come s’usava un tempo, si dilunga nel precisare che tale ragguaglio è “scritto da un sacerdote ad una Dama desiderosa di far progresso nella vera Divozione” ed è “disposto a modo di pratica istruzione, con vari avvertimenti per la vita divota, adattabili ad ogni stato e condizione di persone”.
Il “ragguaglio” è infatti scritto come fosse una lunga lettera indirizzata a una nobildonna che, volendo “salvarsi” la coscienza, aveva chiesto suggerimento al sacerdote che le mette quindi «in iscritto un esatto regolamento del vostro vivere e darvi una pratica istruzione, di poter stare nel Mondo, come porta il vostro stato e la vostra condizione, senza essere nel Mondo: cioè vivere in esso non secondo le sue leggi, che sono da Gesucristo condannate; ma secondo quelle di una vera, e soda pietà, che sono dall’Evangelio prescritte.» Indicando come luminoso esempio, proprio il «buon odore della vita virtuosa, ed esemplare che ha lasciato nella nostra città di Milano la ben avventurata Marchesa Donna Maria Margherita Durina Serponti», le cui virtù avevano acceso nella richiedente «la risoluzione di servir Dio perfettamente.»
Il trattatello, naturalmente, riflette le intenzioni educative, la cultura del Raineri con i suoi richiami a molta letteratura religiosa e le molte esortazioni. Per esempio: «La virtù della frequenza delle Comunioni, è regola, per la verità, praticamente assai fallace; e se voi mi credete, non dovrà mai essere da voi seguita. I corpi, che mangiano molto, non sono sempre i più sani, e i più grassi. E talvolta lo stesso molto mangiare o è malattia, o la cagiona. Con questo voglio dire, che non sempre le persone, che si comunicano più spesso, sono le più perfette; e non poche volte vi sono condotte da motivi molto bassi e ne cavano poco altro, che vanità; sicché a loro frequenza (per colpa loro però, e non altrimenti) viene ad essere in tali persone, o effetto, ovvero occasione di spirituale malattia.»
Naturalmente, come in ogni scritto agiografico, anche la nostra donna Margherita «mostrò fin dalla sua fanciullezza un’indole sopra modo vivace, ben inclinata, e suscettibile di ogni buona istruzione, così nelle civili, come nelle morali maniere.»
All’età di 14 anni, come la gran parte delle fanciulle nobili per essere allontanate dai rischi della vita mondana, venne ospitata in monastero, prima in quello della Visitazione e poi in quello di Sant’Agostino in Porta Nuova. E ciò «fu senza dubbio per disposizione della Divina Provvidenza; affinché bevendo la Fanciulla, come per primo latte, da quelle ottime Madri lo spirito e le massime del lor santo fondatore san Francesco di Sales, se ne vedessero col tempo quei frutti, che se ne sono veduti» e crescendo «la giovinetta in pietà e saviezza e discernimento (…) si diede a pregar Dio instantemente che volesse farle conoscere il suo Divin Volere, che quello solo doveva essere il motivo della sua determinazione.»
Finché, ormai ventunenne, nell’ottobre 1739, Margherita Durini sposò il marchese Giovanni Giorgio Serponti, al quale portava l’obbedienza richiesta dalla consuetudine, per quanto il marito non la sottomettesse. Del resto «l’ubbidienza della Marchesa sarebbe stata troppo imperfetta, se si fosse ristretta solo ad eseguire gli ordini del direttore (spirituale, ndr), di sua volontà eletto; e non ancora, anzi maggiormente quelli delle persone che hanno ricevuto da Dio medesimo il diritto di essere ubbidito, com’è il marito rispetto alla moglie (…) tenendo ella ben fisso nella mente quell’avviso di San Paolo “che le mogli stiano soggette a lor mariti”, ha creduto che il proprio carattere di una moglie nobile, cristiana, e divota, debba essere quella soggezione, e non il vivere all’uso antico (…) dove le mogli davano legge, e comandavano ai mariti: uso per altroché non sarà forse necessario andar fino alla Grecia, per trovarlo in vigore a’ dì nostri, essendo pur troppo, ancora nella nostra Italia, ravvivato in molte case.» Insomma, non c’è più di religione, signora mia!
E invece: «Il rispetto, ch’ella portava al marchese suo consorte – cotinua il nostro oblato - si faceva vedere in tutte le parole, in tutte le maniere, e in tutte le occasioni così grande, che non è cosa frequente trovare una coppia di coniugati, in cu si vedano così ben collegati, come in questa, l’amore e il rispetto; essendo difficile il decidere quale fosse maggiore nella marchesa: perché amendue erano eguali, amendue grandissimi, com’esser sogliono, quando si cammina, come nel presente caso, coi principi dello spirito, e non con quelli della carne, Da questo raro collegamento d’amore, e rispetto procedeva poi quell’ubbidir tanto perfetto ch’ella faceva al suo marito, non solo dove fosse di precetto, ma dove pur fosse mero consiglio, studiando ella di eseguire con prontezza, e allegrezza mirabile, i di lui comandi; e desideri ancora, in ogni cosa, o grande o piccola ch’ella fosse, come uscire, o fermarsi in città, andar nell’uno o nell’altro luogo, aver questa, o quell’altra persona al servizio, e simili; e per fine ancora negli esercizi liberi della sua divozione, pronta per virtuosa condiscendenza, a mutargli, a differirgli, o a tralasciarli, quando al discreto giudizio di Marito così ben paresse.»
Donna Margherita era inoltre buona con la servitù, rifuggiva le pompe mondane, nel parlare evitava «artificiosi complimenti di parole», era modesta e umile, mortificava i piaceri rinunciando al ballo e andando raramente a teatro, morigerata e osservante dei digiuni non solo di quelli comandati. E «più che del suo parlare, si è potuto conoscere dal suo procedere il basso sentimento ch’ella aveva di sé medesima. Quell’usare con tutti un abbondante rispetto, quel vestir suo così semplice, che fuggiva gli estremi.»
Ammalatasi gravemente, anche nell’infermità, sapeva essere superiore: «Furono necessarie alla cura dell’ostinato male operazioni chirurgiche di gravissimo tormento. Fu adoperato più volte intorno alla dolente gamba e ferro e fuoco: né tutti fu bastante a smoverla neppure un punto della sua generosa sofferenza. (….) Mentre il cerusico la tormentava un giorno molto acerbamente, con una delle più travagliate operazioni, uno de’ Zii della Marchesa, che stava presente, non poté reggere al dolore, e cadde in un subito svenimento. La prima ad avvedersene fu la Marchesa; ed, subito, disse “vedete, che al Conte vien male; presto tenetelo, che non cada; dategli da farlo rinvenire”: tutta sollecitudine per che sveniva al di lei dolore, e intrepida frattanto alla continuazione, e acerbita del suo.»
Il Rainoldi cita inoltre le opere di carità compiute da Margherita Serponti. Non solo a Milano: «Anche le chiese parrocchiali delle ville dove la Marchesa andava, se fossero povere, sentivano gli effetti della sua religione e liberalità. (…) Vi ho detto che al tempo della sua villeggiatura non interrompeva gli esercizi ordinari della sua pietà»
E’ tra l’altro risaputo che i legami tra la famiglia Serponti e la parrocchia di Germanedo fossero particolarmente stretti. Ci ricorda ancora Marco Bernasconi sul sito internet della comunità della Madonna della Rovinata: «La chiesa parrocchiale di Germanedo è stata per secoli “la chiesa della famiglia Serponti”. I membri di questo nobile casato, che già dal 1690 avevano la loro dimora di villeggiatura a fianco della parrocchiale, furono infatti sempre molto legati a Germanedo e alla sua comunità. Nel tempio germanedese, oltre ad essere stati sepolti alcuni membri di questa famiglia, soprattutto nel Settecento, vennero celebrati matrimoni e battesimi. Per esempio, il 10 settembre 1753 il parroco don Giuseppe Arrigoni battezza Vittoria, Paola, Alessandra, Maria, Anna, Giuseppa, Melchiorra Serponti (vi era l’usanza di dare più nomi alla stessa persona) figlia del marchese Giovanni Giorgio Serponti e di donna Margherita Durini.»
E anche a Lecco, Margherita dava esempi di virtù. Giovanni Battista Raineri ci racconta che visitasse infermi e medicasse piaghe con un «balsamo da lei apposta tenuto in beneficio de’ poveri», seppur precisando, quasi a voler allontanare qualsivoglia sospetto magari addirittura di stregoneria o giù di lì, che tale balsamo lo utilizzasse «solo quando fosse certa che potesse lor giovare per giudizio de’ periti, senza il quale non l’avrebbe mai usato.»
Un giorno, incontrò «una povera donna travagliata da lungo tempo da un canchero nel petto, e ridotta a compassionevole stato, intollerabile pel fetore della piaga a sé medesima, non che ad altri, dopo avere strascinato attorno il male, finché ha potuto stando fuor di letto, finalmente vi è stata legata per sei mesi continui. Saputo il caso dalla Marchesa, mentre si era colà portata, fu subito a visitarla, e a consolarla con quelle forme così efficaci della sua carità, che davano agli Infermi non indicibile sollievo. Ella stessa con le sue mani volle nettarle e medicarle l’orribil canchero; volle prestarle ogni opportuno servizio, e quello, sebben molto della sua delicata natura ripugnante: infine se l’ha presa tanto di proposito in sua cura, che il visitarla, il medicarla, il consolarla e soccorrerla, divenne presto il più grato suo divertimento di questa vacanza, con ammirazione grande di chi venne a saperlo: non avendo ciò potuto star nascosto mal grado le diligenze usate dalla Marchesa per tener celato questo esercizio della sua carità».
Una delle figlie di Margherita si sarebbe fatta suora, Non stupisce. Sarà stato anche l’esempio materno, ma comunque la famiglia Serponti annovera molti religiosi. E nemmeno questo è singolare. Bensì uso comune tra le famiglie di sangue blu.
Si tratta di Margherita Maria Giulia, nata nel 1740 e nel 1757 fattasi monaca in Sant’Agostino (lo stesso monastero dal quale pochi anni prima era passata anche la madre). Per l’occasione, venne stampato dalla Regia Ducal Corte di Milano “Poesie a donna Maria Serponti monaca candidata nell’insigne monastero di S.Agostino in P. N.”, una silloge curata dal canonico Giuseppe Candido Agudio che possedeva quel palazzo di Malgrate diventato punto di riferimento di molti intellettuali. Tra cui il “nostro” abate Giuseppe Parini: sue sono due delle poesie raccolte in quel libretto dell’Agudio: «Vanne, o vergin felice, entro romito albergo…»


La villa di Germanedo, come detto, è stata costruita attorno al 1690: in quel luogo sorgeva un complesso agricolo appartenente a un ramo della famiglia Airoldi di Acquate, andato in dote a quell’Antonia che alla fine del Seicento sposò appunto un Serponti. E al posto della fattoria sorse una di quelle ville di delizia dove i nobili milanesi soggiornavano per una “lunga” stagione estiva.
Lo stabile – pur subendo una serie di modifiche per adeguarlo alle necessità dettate dai tempi che cambiavano – restò della famiglia Serponti ed eredi fino al 1922, quando venne venduta all’ingegner Alberto Dubini. Il quale – ci informa ancora D’Alessio - «destinò la villa a propria dimora estiva, trasformando nel contempo l’intero possedimento nell’Azienda agricola “Eremo”».
Non sono chiare le origini del soprannome Eremo entrato poi nell’uso comune: secondo Marco Bernasconi (che ne scrive nel 2024 in un articoletto del bollettino parrocchiale) si deve al fatto che i Serponti trovarono a Germanedo «il loro “luogo del cuore” e il silenzio e la pace di questo luogo fanno appunto soprannominare la loro villa “Eremo”.» Chissà.
Nel 1949, la villa venne acquistata dal Comune: già allora una grande parte del parco che la circondava venne destinata ad area per la costruzione del nuovo ospedale che sarebbe arrivato alla fine del secolo. La villa venne invece riadattata in piccoli appartamenti per ospitare famiglie a basso reddito. Diventata infine patrimonio dell’azienda ospedaliera, da quasi quarant’anni è abbandonata a sé stessa. Unico intervento: il rifacimento del tetto per scongiurarne un’irreparabile rovina.
Cadenti o meno, il fascino delle dimore storiche sta nelle persone che nell’arco del tempo ne hanno attraversate le stanze, lasciando dietro di sé segni indelebili o appena percettibili, altre volte un nulla silenzioso e altre ancora tracce quasi casuali per il solo fatto che qualcuno si è preso la briga di scolpirne la memoria.

Il “ragguaglio” è infatti scritto come fosse una lunga lettera indirizzata a una nobildonna che, volendo “salvarsi” la coscienza, aveva chiesto suggerimento al sacerdote che le mette quindi «in iscritto un esatto regolamento del vostro vivere e darvi una pratica istruzione, di poter stare nel Mondo, come porta il vostro stato e la vostra condizione, senza essere nel Mondo: cioè vivere in esso non secondo le sue leggi, che sono da Gesucristo condannate; ma secondo quelle di una vera, e soda pietà, che sono dall’Evangelio prescritte.» Indicando come luminoso esempio, proprio il «buon odore della vita virtuosa, ed esemplare che ha lasciato nella nostra città di Milano la ben avventurata Marchesa Donna Maria Margherita Durina Serponti», le cui virtù avevano acceso nella richiedente «la risoluzione di servir Dio perfettamente.»
Il trattatello, naturalmente, riflette le intenzioni educative, la cultura del Raineri con i suoi richiami a molta letteratura religiosa e le molte esortazioni. Per esempio: «La virtù della frequenza delle Comunioni, è regola, per la verità, praticamente assai fallace; e se voi mi credete, non dovrà mai essere da voi seguita. I corpi, che mangiano molto, non sono sempre i più sani, e i più grassi. E talvolta lo stesso molto mangiare o è malattia, o la cagiona. Con questo voglio dire, che non sempre le persone, che si comunicano più spesso, sono le più perfette; e non poche volte vi sono condotte da motivi molto bassi e ne cavano poco altro, che vanità; sicché a loro frequenza (per colpa loro però, e non altrimenti) viene ad essere in tali persone, o effetto, ovvero occasione di spirituale malattia.»
Naturalmente, come in ogni scritto agiografico, anche la nostra donna Margherita «mostrò fin dalla sua fanciullezza un’indole sopra modo vivace, ben inclinata, e suscettibile di ogni buona istruzione, così nelle civili, come nelle morali maniere.»
All’età di 14 anni, come la gran parte delle fanciulle nobili per essere allontanate dai rischi della vita mondana, venne ospitata in monastero, prima in quello della Visitazione e poi in quello di Sant’Agostino in Porta Nuova. E ciò «fu senza dubbio per disposizione della Divina Provvidenza; affinché bevendo la Fanciulla, come per primo latte, da quelle ottime Madri lo spirito e le massime del lor santo fondatore san Francesco di Sales, se ne vedessero col tempo quei frutti, che se ne sono veduti» e crescendo «la giovinetta in pietà e saviezza e discernimento (…) si diede a pregar Dio instantemente che volesse farle conoscere il suo Divin Volere, che quello solo doveva essere il motivo della sua determinazione.»
Finché, ormai ventunenne, nell’ottobre 1739, Margherita Durini sposò il marchese Giovanni Giorgio Serponti, al quale portava l’obbedienza richiesta dalla consuetudine, per quanto il marito non la sottomettesse. Del resto «l’ubbidienza della Marchesa sarebbe stata troppo imperfetta, se si fosse ristretta solo ad eseguire gli ordini del direttore (spirituale, ndr), di sua volontà eletto; e non ancora, anzi maggiormente quelli delle persone che hanno ricevuto da Dio medesimo il diritto di essere ubbidito, com’è il marito rispetto alla moglie (…) tenendo ella ben fisso nella mente quell’avviso di San Paolo “che le mogli stiano soggette a lor mariti”, ha creduto che il proprio carattere di una moglie nobile, cristiana, e divota, debba essere quella soggezione, e non il vivere all’uso antico (…) dove le mogli davano legge, e comandavano ai mariti: uso per altroché non sarà forse necessario andar fino alla Grecia, per trovarlo in vigore a’ dì nostri, essendo pur troppo, ancora nella nostra Italia, ravvivato in molte case.» Insomma, non c’è più di religione, signora mia!
E invece: «Il rispetto, ch’ella portava al marchese suo consorte – cotinua il nostro oblato - si faceva vedere in tutte le parole, in tutte le maniere, e in tutte le occasioni così grande, che non è cosa frequente trovare una coppia di coniugati, in cu si vedano così ben collegati, come in questa, l’amore e il rispetto; essendo difficile il decidere quale fosse maggiore nella marchesa: perché amendue erano eguali, amendue grandissimi, com’esser sogliono, quando si cammina, come nel presente caso, coi principi dello spirito, e non con quelli della carne, Da questo raro collegamento d’amore, e rispetto procedeva poi quell’ubbidir tanto perfetto ch’ella faceva al suo marito, non solo dove fosse di precetto, ma dove pur fosse mero consiglio, studiando ella di eseguire con prontezza, e allegrezza mirabile, i di lui comandi; e desideri ancora, in ogni cosa, o grande o piccola ch’ella fosse, come uscire, o fermarsi in città, andar nell’uno o nell’altro luogo, aver questa, o quell’altra persona al servizio, e simili; e per fine ancora negli esercizi liberi della sua divozione, pronta per virtuosa condiscendenza, a mutargli, a differirgli, o a tralasciarli, quando al discreto giudizio di Marito così ben paresse.»

Ammalatasi gravemente, anche nell’infermità, sapeva essere superiore: «Furono necessarie alla cura dell’ostinato male operazioni chirurgiche di gravissimo tormento. Fu adoperato più volte intorno alla dolente gamba e ferro e fuoco: né tutti fu bastante a smoverla neppure un punto della sua generosa sofferenza. (….) Mentre il cerusico la tormentava un giorno molto acerbamente, con una delle più travagliate operazioni, uno de’ Zii della Marchesa, che stava presente, non poté reggere al dolore, e cadde in un subito svenimento. La prima ad avvedersene fu la Marchesa; ed, subito, disse “vedete, che al Conte vien male; presto tenetelo, che non cada; dategli da farlo rinvenire”: tutta sollecitudine per che sveniva al di lei dolore, e intrepida frattanto alla continuazione, e acerbita del suo.»
Il Rainoldi cita inoltre le opere di carità compiute da Margherita Serponti. Non solo a Milano: «Anche le chiese parrocchiali delle ville dove la Marchesa andava, se fossero povere, sentivano gli effetti della sua religione e liberalità. (…) Vi ho detto che al tempo della sua villeggiatura non interrompeva gli esercizi ordinari della sua pietà»

E anche a Lecco, Margherita dava esempi di virtù. Giovanni Battista Raineri ci racconta che visitasse infermi e medicasse piaghe con un «balsamo da lei apposta tenuto in beneficio de’ poveri», seppur precisando, quasi a voler allontanare qualsivoglia sospetto magari addirittura di stregoneria o giù di lì, che tale balsamo lo utilizzasse «solo quando fosse certa che potesse lor giovare per giudizio de’ periti, senza il quale non l’avrebbe mai usato.»
Un giorno, incontrò «una povera donna travagliata da lungo tempo da un canchero nel petto, e ridotta a compassionevole stato, intollerabile pel fetore della piaga a sé medesima, non che ad altri, dopo avere strascinato attorno il male, finché ha potuto stando fuor di letto, finalmente vi è stata legata per sei mesi continui. Saputo il caso dalla Marchesa, mentre si era colà portata, fu subito a visitarla, e a consolarla con quelle forme così efficaci della sua carità, che davano agli Infermi non indicibile sollievo. Ella stessa con le sue mani volle nettarle e medicarle l’orribil canchero; volle prestarle ogni opportuno servizio, e quello, sebben molto della sua delicata natura ripugnante: infine se l’ha presa tanto di proposito in sua cura, che il visitarla, il medicarla, il consolarla e soccorrerla, divenne presto il più grato suo divertimento di questa vacanza, con ammirazione grande di chi venne a saperlo: non avendo ciò potuto star nascosto mal grado le diligenze usate dalla Marchesa per tener celato questo esercizio della sua carità».
Una delle figlie di Margherita si sarebbe fatta suora, Non stupisce. Sarà stato anche l’esempio materno, ma comunque la famiglia Serponti annovera molti religiosi. E nemmeno questo è singolare. Bensì uso comune tra le famiglie di sangue blu.
Si tratta di Margherita Maria Giulia, nata nel 1740 e nel 1757 fattasi monaca in Sant’Agostino (lo stesso monastero dal quale pochi anni prima era passata anche la madre). Per l’occasione, venne stampato dalla Regia Ducal Corte di Milano “Poesie a donna Maria Serponti monaca candidata nell’insigne monastero di S.Agostino in P. N.”, una silloge curata dal canonico Giuseppe Candido Agudio che possedeva quel palazzo di Malgrate diventato punto di riferimento di molti intellettuali. Tra cui il “nostro” abate Giuseppe Parini: sue sono due delle poesie raccolte in quel libretto dell’Agudio: «Vanne, o vergin felice, entro romito albergo…»
Dario Cercek




















