SCAFFALE LECCHESE/302: il prete battagliero e polemista scriveva anche guide turistiche

Abbiamo già incrociato il nome di don Giansevero Uberti a proposito dell’incendio che una sera del giugno 1883 uccise 52 persone radunate in una stalla di Dervio per assistere allo spettacolo di un marionettista ambulante. Il sacerdote ne scrisse, infatti, in una sua guida turistica pubblicata nel 1890 dall’editore milanese Guigoni. Pochi anni dopo, dunque, da quel terribile incendio. 
Don Uberti fu personaggio di un certo spessore, nonostante di lui si sia ormai persa memoria. Era di origini valsassinesi, nacque infatti a Casargo il 20 ottobre 1855. E sarebbe morto quasi in miseria a Milano nel 1918 dopo una vita abbastanza movimentata. 
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Ci rimane il ricordo che nel 1929 lo storico pasturese Andrea Orlandi scrisse sulla rivista “All’ombra del Resegone”: «Fatto sacerdote, si diede al giornalismo e alla letteratura profondendo in infinite pubblicazioni di prosa e poesia la irruente facilità, e sfogando con piglio guerriero, nelle colonne dell’Osservatore cattolico di don Albertario, l’esuberanza di una mente ponderosa. Non ambì alle ricchezze: manifestò anzi una invincibile propensione alla bolletta, soffrendo più volte la fame. (…) Morì povero e sereno il 27 aprile 1818 nella Pia Casa ecclesiastica di S. Celso, ricoveratovi per l’indigenza».
Orlandi ne scriveva soprattutto per presentare la pubblicazione postuma di un’opera alla quale Uberti si era dedicato con passione all’inizio del Novecento e che, una volta compiuta, rimase nel cassetto. E cioè la traduzione in Italiano degli Inni liturgici dei riti romano e ambrosiano, uscita nel 1925 dalla casa editrice milanese Sonzogno.  Il curatore era don Carlo Pasetti che a lungo aveva collaborato con Uberti.
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E, nell’introduzione, è proprio Pasetti a fornircene un ritratto: «Egli aveva tutte le attitudini per riuscire un grande letterato, e certo fu un vero danno che non si arrendesse alle voci di amici e di mecenati che lo richiamavano a quel regale arringo, e si lasciasse invece trascinare dalla passione per il giornalismo. Fu nondimeno pubblicista fecondo e attraente e polemista formidabile. Fu direttore dell’Ordine di Como dal 1879 al 1884, condirettore del Credente Cattolico di Lugano, nel 1885, e poi per nove anni dell’Osservatore Cattolico nel quale più volte i suoi poderosi articoli erano creduti di don Davide Albertario, Fu pure direttore, per qualche tempo, dei periodici d’arte e letteratura “Corriere della Domenica” e “Leonardo da Vinci” e del “Baiardo”, nei quali ancora oggi si leggono con vivo godimento i suoi scritti e le sue poesie. Dopo circa venticinque anni di attività intensissima, nel 1901 si ritirò quasi definitivamente dal campo giornalistico,»
Non sappiamo – Pasetti non ce lo dice – se la decisione di “lasciare” fu maturata in seguito alle vicissitudini di don Albertario e dell’Osservatore Cattolico. La vicenda è nota, è una delle pagine della Storia d’Italia. Nel maggio del 1898, i lavoratori scesero in piazza a Milano protestando per le condizioni di lavoro e per l’aumento dei prezzi del pane: il governo del Regno dichiarò lo stato d’assedio e inviò il genarle Fiorenzo Bava Beccaris che prese a cannonate i manifestanti provocando 80 morti e circa 500 feriti; vennero arrestate duemila persone. Finirono in carcere i leader del socialismo milanese (Turati, Kuliscioff, Bissolati), ma anche don Albertario che sull’Osservatore mise sotto accusa il governo con una frase rimasta negli annali: «Il popolo vi ha chiesto pane e voi avete risposto piombo.» Don Albertario venne condannato a tre anni di reclusione e rinchiuso a Finalborgo (Savona) per essere scarcerato un anno dopo grazie a un indulto. Tornato in libertà, guidò ancora per tre anni l’Osservatore Cattolico per poi cederlo nel 1902 a Filippo Meda, ritirandosi a Carenno, sopra Calolziocorte, dove sarebbe morto di lì a poco (21 settembre 1902). I lecchesi ricordano inoltre come nel 1887 don Albertario era stato anche protagonista di un clamoroso caso giudiziario: venne infatti querelato dall’abate Antonio Stoppani che aveva definito prete sacrilego e scienziato da strapazzo.
Con l’arresto di Albertario, don Uberti deve essersi eclissato in qualche modo. Forse all’estero. Nel giugno 1898 lo ritroviamo a Udine a dirigere il “Cittadino Italiano” e nel suo articolo di insediamento del 2 giugno parla di essere rientrato in Italia dopo «una non breve dimora all’estero (…) nella libera Elvezia e nell’alleata Germania.» A Udine restò quasi un anno: nel maggio 1899 prese commiato dai suoi lettori con queste più che chiare parole: «Siccome non sarò più al “Cittadino italiano”, allorché uscirà finalmente dal duro reclusorio il mio venerato maestro don Davide Albertario, campione del giornalismo cattolico italiano, già oggi mando a lui le più cordiali congratulazioni, i più fervidi voti.»
Su queste vicende, Pasetti ci informa solo che, «conobbe la miseria e la fame» e quando «dovette lasciare» la direzione del giornale friulano «si trovò d’improvviso sprovvisto d’ogni cosa, tanto che ebbe soccorsi da diversi ammiratori della sua penna incisiva e dallo stesso prefetto della città.» Lasciato infine il giornalismo, dal 1901 si dedicò a «parecchie traduzioni dal latino, dal francese, dall’inglese, dallo spagnuolo e specialmente dal tedesco», scrisse drammi in lingua e in dialetto, la guida turistica di cui s’è detto, ricerche storiche, letterarie e musicali, poesie e racconti umoristici, come quel “Marameo Calcatrippa ovvero l’odissea di un uomo libero” che racconta delle traversie e peripezie di un ateo deciso a mangiar carne il venerdì di Quaresima: venne pubblicato – anche questo postumo - nel 1923 dalla Libreria Artigianelli di Monza.
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Pur non venendo meno «al carattere del buon sacerdote», come scrive Pasetti, visse quel tempo un po’ da spiantato, spesso in ristrettezze economiche: «Quando nelle tasche aveva un po’ di denaro, si poteva esser sicuri che vi sarebbe restato poco. Era poeta e uomo fatto a suo modo anche col vil metallo» e qualche volta per generosità: «Possiamo testificare ch’egli soccorse per molto tempo – togliendosi talvolta il boccone di bocca – una povera e buona vecchietta della parrocchia di S. Francesca Romana, dove per parecchi anni esercitò l’ufficio di cappellano.»
Poi, la salute cominciò a declinare. Nel 1913 venne accolto nella Pia Casa Ecclesiastica di S. Celso. «Negli ultimi anni ebbe a soffrire molti e dolorosi malanni. (…) In un diario, scritto mentre trovavasi a letto, sotto la data 11 novembre 1915 leggesi: “A causa del freddo i miei mali si moltiplicano e aggravano spaventosamente. Sono tutt’un dolore, uno spasimo”, (…) Nel 1916, in seguito a una paresi cervicale, ebbe affievolite di molto le facoltà mentali. Anche la parola risentì di quell’attacco, e non poteva parlare che con monosillabi e stentatamente. (…) Dopo due anni stentatamente vissuti, mansueto e docile in tutto, verso la fine del marzo 1918 fu colpito da un secondo e più grave attacco che doveva poi trarlo alla tomba. (…) Questo buon soldato di Cristo serenamente si spense nelle prime ore mattutine del 27 aprile 1918 in età di 67 anni. (…) Nacque povero, visse povero, o, com’egli diceva, sempre “scortato come una lepre da viaggio” e povero morì.»
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In quanto alla “Guida generale ai grandi laghi subalpini”, che è la pubblicazione a cui ci dedichiamo, don Uberti, constata come ormai si viaggi non solo per affari, ma anche per divertimento ed è una sorta di febbre che ha colpito anche i “restii” italiani e i “pacifici” ambrosiani, senza parlare dei forestieri. E del resto tramways e piroscafi assieme al ribasso dei prezzi incentivano questa “smania”.
Per viaggiare e però «indispensabile una Guida, e una Guida onesta (…) che accoppiando l'utile al dolce vi insegni a spender bene i quattrini.»
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Il nostro assicura di aver compilato la propria non con «semplice lavoro di abborracciatura sopra altre Guide, come avviene nel più dei casi», ma di aver visitato «egli stesso, e attentamente, i luoghi che descrive.»
Del resto, Uberti è certo di poter rivaleggiare con opere ben più blasonate. Sentite, per esempio quanto scrive a proposito di Varenna: V'è un buon albergo, l’Hôtel Royal Marcionni, ed è da notare che erratamente molte Guide segnano separatamente Hotel Royal e Hôtel Marcionni; peggio poi il Bädeker, il quale nota Albergo Reale Hôtel Marconi (! ). Se, come ho fatto io, il presuntuoso Bädeker si fosse realmente recato sui luoghi di cui parla e vi avesse attinto informazioni, non avrebbe preso questo e ben altri granchi.  E anche a proposito del Lago Maggiore, «il Bädeker ben poco attendibile in ciò come in mill’altre cose».
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Il tedesco Karl Baedeker (1801-1859) è considerato l’inventore del turismo moderno e di una serie di agevoli guide di viaggio che definiva libretti tascabili per viaggiatori frettolosi. Tanto che il nome baedeker entrò nell’uso comune per indicare la guida turistica.
Per gli amanti del genere, la lettura dell’Uberti è comunque interessante. Non possiamo certo seguirlo passo passo. Spulciamo qui e là.
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Di Lecco, naturalmente, parla del mercato che «è il più animato, allegro e caratteristico di tutta la Lombardia» e che nella stagione autunnale richiama molti dei milanesi che villeggiano nelle dimore brianzole, suggerisce una visita al colle di Santo Stefano «con una cappelletta e una casa campestre.» Di Malgrate e Valmadrera dice che «furono i primi d’Italia in cui si manifestò la filossera delle viti, invano poi combattuta».
Andando per il lago si sofferma sulle fornaci di Onno «che fanno impressione quasi di spavento coi lunghi e larghi riverberi che proiettano dalle ampie bocche sul lago nelle notti cupe» e nei pressi «un’acqua buonissimo detta “La Magna” che favoreggia eminentemente la digestione», della chiesa di Santa Maria di Olcio, «un ospizio dei cavalieri Templari», di Varenna e dell’amico “curatone” con il quale giocava a carte «mentre la buona Maria in un attimo spiumava le dozzine di uccelli e poi li faceva cuocere divinamente,», della fabbrica di vetri Venini ormai «lasciata andare», del Fiumelatte e della fonte Uga. Di Dervio si è detto. E poi Colico, con la strada per lo Spluga e le paludi. 
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Salendo in Valsassina, decanta il gorgonzola di Ballabio, ci accompagna alla cascata della Troggia, alla «bellissima Villa De Vecchi, con piccolo Museo di oggetti antichi, in idilliaca situazione», indi a Tartavalle ci racconta della frana di Gero del 1762. Annotando come sia «in progetto, ab immemorabili, una strada carrozzabile per Bellano, ma e governo e provincia non si ricordano di attenere le fatte promesse. Egualmente si son fatte pratiche per una ferrovia Lecco-Taceno, ma finora c'è poco a sperare.». Tante righe per Premana con il suo dialetto, i suoi costumi e il legame con Venezia. E naturalmente Casargo che «meriterebbe davvero miglior sorte, e gliel'auguro tanto più di cuore perché è la mia dilettissima patria.»
In Brianza, le tappe sono la Rocchetta di Airuno; Cernusco, dove «nel 1629 un certo Bonfanti vi portò la peste da Milano»; Merate, «luogo amenissimo, borgo signorile circondato da ville»; Montevecchia con il panorama e il buon vino e i  formaggini, Brivio con «osterie da contentarsene»; Paderno con il naviglio e il ponte, Lomagna; dove «nel 1517 vi furono abbruciate alcune donnicciuole, accusate d'essere streghe.»
A rafforzare la serie di indicazioni fornite al visitatore, la gran mole di consigli per escursioni e passeggiate.
Dario Cercek
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