SCAFFALE LECCHESE/304: in “Cronaca di una prigionia” i ricordi del parroco deportato
Don Riccardo Corti fu parroco di Giovenzana, frazione del Comune di Colle Brianza, dal 1909 al 1959. Mezzo secolo tondo. Era nato nel 1876 a Rancio di Lecco e sarebbe morto nel 1961 a Como in una casa di riposo per sacerdoti. «Carattere austero – così viene ritratto - e alle volte un po’ duro, come i sassi della sua montagna, non si tira mai indietro di fronte a qualsiasi difficoltà: per lui l’importante era il bene della sua parrocchia e dei suoi parrocchiani.»
Come accadde nel 1943. Ce ne parla Pietro Arienti in “Resistenza in Brianza. 1943-45”, uscito nel 2000 su iniziativa di alcuni tra enti e associazioni e successivamente ripubblicato da Bellavite che lo ha riproposto in una nuova edizione proprio quest’anno.
«Dopo l’8 settembre – scrive Arienti – il parroco don Riccardo Corti aveva dato rifugio con l’assistenza della popolazione a sette prigionieri alleati, che aveva nascosto in edifici di proprietà della parrocchia. La solita spiata avvisò i fascisti che il 10 ottobre circondarono il paese. Cinque prigionieri furono presi, mentre altri due, che si trovavano in un cascinale di campagna, tentarono la fuga alla vista dei militi. Josef Martinez e Andrea Sanchez, volontari spagnoli dell’esercito inglese, furono falciati dalle raffiche dei mitra e caddero senza vita, sotto gli occhi terrorizzati dei contadini brianzoli; le loro salme ancora riposano nel piccolo cimitero di Giovenzana. Don Riccardo venne immediatamente arrestato, e con lui il fratello missionario padre Ferruccio, suo ospite occasionale in quei giorni. Mentre quest’ultimo venne rilasciato, ma solo dopo avere passato due mesi in prigione, don Riccardo, malgrado i suoi 67 anni, venne deportato in Germania. Dopo diciassette mesi passati a fare il ciabattino per i tedeschi, ebbe la fortuna di poter rimpatriare, seppur irriconoscibile nel fisico, per l’intervento presso le autorità tedesche del cardinal Schuster.»
Commentava don Giovanni Barbareschi (autore di “Memoria di sacerdoti ribelli per amore” uscito per la prima volta nel 1986 e poi in più edizioni e in cui sono raccolte le storie dei preti della diocesi milanese impegnati nella Resistenza): «Commuove e sconvolge, ancor oggi, leggere il diario che don Riccardo ha scritto al suo ritorno, ricomponendo in ordine foglietti e appunti presi durante la prigionia.»
Quel diario era stato pubblicato nel 1978 dal settimanale cattolico lecchese “Il Resegone”, sottolineando come don Riccardo si fosse «offerto ostaggio alle forze nazifasciste onde evitare che i paesi della parrocchia di Giovenzana, Cagliano e Paù venissero dati alle fiamme come rappresaglia.»
Nella nota introduttiva, il canonico di Ivrea don Luigi Fumagalli e il parroco di Giovenzana in quel torno di tempo e cioè don Carlo Molteni (è loro il ritratto di don Corti in apertura di articolo), non si risparmiarono parole di veemente polemica sulla mancata considerazione della Resistenza di parte cattolica: «Troppa gente cerca di monopolizzare, a costo anche di falsificare, i meriti della Resistenza, quasi essa sia stata attuata solo a senso unico e a… colore unico… Le pagine che seguono, nella loro semplicità, scritte da un vecchio parroco di 70 anni, appena tornato dal campo di sterminio di Kaisbein Donauworth, sono una dimostrazione e una risposta di quelli che, definiti oggi come “reazionari”, hanno fatto e dato a caro prezzo per la costruzione della “Repubblica Italiana” e della “Libertà” del nostro Paese.» Specchio dei tempi. A tal proposito, valgono le considerazioni fatte in passato parlando di alcuni libri sui cattolici nella lotta di liberazione: quello di don Barbareschi oltre a “Un popolo per la libertà” di Aloisio Bonfanti e “A Milano è morto l’arciprete” di Enrica Bolis e Clara Tacchi).
Il “diario” di don Corti in realtà non è un vero e proprio un diario: si tratta delle pagine del “liber cronicus”, il libro ufficiale della parrocchia in cui il curato del luogo annota gli avvenimenti e le notizie più importanti. A Giovenzana, è successo che, al suo ritorno dalla Germania, don Corti avesse deciso di integrare con le proprie memorie quanto era stato scritto da chi aveva retto la parrocchia durante la sua assenza. È per questo che il racconto alterna brani scritti in terza persona ad altri, magari soltanto una riga aggiunta, in prima. Nel pubblicare il racconto, i curatori hanno evidentemente preferito lasciare quell’incongruenza per non perdere di autenticità e vividezza. Scegliendo qual titolo “Cronaca di una prigionia. 1943-1945”,
Tra l’altro, nel risvolto di copertina di quell’opuscolo di una sessantina di pagine (comprese note e appendici) ci viene anche ricordato come le pagine del “liber cronicus” relative alla deportazione di don Corti fossero state in precedenza date per disperse, scomparse misteriosamente. E che, solo dopo una trentina d’anni, «grazie a una paziente ricerca» vennero ritrovate. Non sappiamo in quali circostanze e quindi cosa sia successo.
Il racconto principia dall’arresto: «Eccoci all’11 ottobre 1943 – registra il “liber cronicus” -. Al mattino, ore cinque, il parroco come al solito, con la propria domestica che da soli due mesi si trovava al servizio, scendono in chiesa per suonare l’Ave Maria e il 1° segno dell’Ufficio dei poveri morti. Al ritorno dalla chiesa un batter concitato alla porta (…) con un grido forte: “Aprite, aprite, altrimenti noi sfondiamo la porta,” Il parroco calmo apre. Si vede davanti due figuri vestiti metà da fascisti e metà da tedeschi, che gli pongono la rivoltella allo stomaco e la mitraglia dietro le spalle: “Siete in arresto, venite con noi.” (…) La domestica si fa avanti per difendere il parroco e anche lei è presa in arresto.» Ed ecco l’aggiunta di don Riccardo: «Entrambi veniamo condotti nella piazzetta al centro di Giovenzana».
Piazzetta sulla quale già erano stati radunati «gli 8 prigionieri alloggiati dal parroco, in camiciola, con le mani sulla testa, fiancheggiati da guardie tedesche.»

Ci viene detto della requisizione dei viveri in canonica da parte dei tedeschi, del tentativo di fuga degli arrestati, della sparatoria e dell’uccisione dei due spagnoli «lasciati a Pessina per più di tre giorni finché non vennero seppelliti.» E quindi del parroco caricato su un’auto «con due poliziotti tedeschi armati di tutto punto.»
Il percorso è poi simile a quello di altre deportazioni: da Giovenzana a Lecco passando per Galbiate e poi a Bergamo dove tre giorni dopo si sarebbe celebrato il processo sommario: «Tutto era stato precedentemente preparato in un grosso fascicolo. Il presidente non fa che leggere tutto il fascicolo in tedesco. Io nulla capisco e perciò parecchie volte protesto, ma inutilmente. Egli continua con gran sussiego la sua lettura. (…) Tale giudizio si svolse senza testimoni, senza avvocato difensore e mi si condannò a 18 mesi di carcere.»
In seguito, il trasferimento a Verona e poi in Germania. Don Corti si impone di non lasciarsi abbattere e intercala il suo racconto con molti “pazienza”. Inabile al lavoro e dunque kaput? «Pazienza». Due urtoni e un calcio sonoro? «Pazienza.» Il breviario senza calendario? «Pazienza.» Non nasconde però l’angoscia che l’assale, anche se «fui sempre dai colleghi prigionieri italiani circondato di stima e di soccorso» e ciò «serviva ad alleggerire un po’ l’estrema ambascia e scoraggiamento in cui mi trovavo.» Comunque sia, il mattino del 15 gennaio «fu un momento per me dolorosissimo e umiliantissimo. Dovetti, all’età di 68 anni, dimettere la mia divisa sacerdotale per indossare quella di galeotto. Fui spogliato di tutto, persino della corona. Unico sfogo era la preghiera. Si pregava, si pregava e sospirava la fine dei tormenti.»
Infine, il trasferimento a Donauworth, dove arriva con altri prigionieri alle sei di sera del 29 febbraio: «Fummo fatti scendere, ammanettati due per due, fatti attraversare la città affollatissima. (,,,) Non potevo più reggere. Neve per terra, freddo terribile, ghiaccio, quando cadeva uno cadeva l’altro.» La reclusione è a Kaisbem in quello che «ai tempi di Cecco Beppe fu un convento grandioso dei cistercensi dove si educava la nobilità austriaca. Convento veramente magnifico e grandioso, per nulla mutato. Solo che ai dormitori e alle ampie aule scolastiche furono cambiati gli inquilini: ed ora sono tutti prigionieri politici e criminali d’ogni regione d’Europa ed altresì germanici: anzi, questi sono in maggioranza.»
Il parroco viene assegnato al reparto ciabattini: «Tutti i sacerdoti fatti ciabattini. C’era l’industria dei sarti in cui furono impegnati tutti i professionisti. C’era l’industria della carta e qui impegnati ogni genere d’operai, come pure tra i falegnami. I sacerdoti, tutti ciabattini, in un immenso portico tutto chiuso, dove c’era un polverio continuo. Eravamo in tutto un centinaio e più. Arrivavano giornalmente vagoni di scarpe dai vari fronti d’Europa. Si faceva la cernita: buoni, medi e scarto. Allo scarto, si tagliavano le suole, salvando le tomaie ancora godibili. Io ero impegnato a scegliere le ciabatte, le suole ancora godibili, a tirare i chiodi e mandare i punti. Con me lavorava un giovane polacco, molto buono, di pietà e d’orazione, che mi serviva in tutto, facendo i lavori più difficili e pesanti e lasciando a me i più leggeri e facili, non potendo io fare sforzi alcuni con le mani, essendo affetto d’artrite. Così passai undici mesi da ciabattino, non ne potevo più, fino a quando fui scelto per il lavoro della carta. (…) Ne ringrazio il Signore. Mestiere leggerissimo, facile, pulito. (…) Ma anche qui dalle guardie non mancarono i maltrattamenti. Io sospiravo e pregavo. Pregavo nel silenzio della notte per la mia liberazione.»
Inoltre, «qui mi trovai con italiani, anzi col sig. Fiocchi Giulio di Lecco, industriale.»
Giulio Fiocchi (“junior” per distinguerlo dall’omonimo capostipite) è uno degli esponenti della celebre famiglia lecchese della fabbrica di cartucce. Attivo nella Resistenza, è stato arrestato e deportato, sopravvivendo al campo di concentramento di Mauthausen,»
A rendere più penosa la prigionia al sacerdote lecchese è la ventilata possibilità di una scarcerazione e di un ritorno a casa grazie all’interessamento dell’arcivescovo milanese Ildefonso Schuister. Più volte, sembra che la liberazione sia imminente per poi venire annullata: «Tutti mi chiamavano fortunato, ma pure tutti mi compassionavano, vedendomi preso in giro così bellamente (sistema anche questo germanico per tormentare i poveri prigionieri), In 16 mesi di durissimo carcere, maltrattamenti e fame, non potei ricevere una sola lettera da casa e da nessuno, e quindi non sapere nulla né della parrocchia, né dei miei interessi, nulla di nulla. Le lettere che io scrivevo erano intercettate, allo stesso modo quelle che i miei fratelli scrivevano a me.»
La liberazione avviene il 9 febbraio 1945. Quattro giorni dopo l’arrivo a Milano, dopo un viaggio fortunoso; «Una signorina di S. Maria Hoè (…) volò subito a dare la notizia a quelli di Giovenzana, che non volevano credere a tale e tanta improvvisa notizia.» Il giorno dopo il ritorno alla parrocchia. In treno da Milano a Olgiate: «Al mio scendere dal treno fu un’ovazione generale, un battimano generale. I giovani e gli uomini di Giovenzana mi presero tra loro e mi condussero alla carrozza. (…) Ed eccomi così ritornato dopo un anno e mezzo di durissimo carcere a casa mia, tra il mio popolo nella mia chiesina. Ne sia ringraziato Iddio».
Qui si conclude il racconto dell’odissea, purtroppo con un increscioso refuso: nella firma, don Riccardo Corti diventa don Riccardo Beretta. A chiudere l’opuscolo, alcuni documenti sulle iniziative dell’arcivescovo Schuster per la liberazione del parroco.



Quel diario era stato pubblicato nel 1978 dal settimanale cattolico lecchese “Il Resegone”, sottolineando come don Riccardo si fosse «offerto ostaggio alle forze nazifasciste onde evitare che i paesi della parrocchia di Giovenzana, Cagliano e Paù venissero dati alle fiamme come rappresaglia.»

Tra l’altro, nel risvolto di copertina di quell’opuscolo di una sessantina di pagine (comprese note e appendici) ci viene anche ricordato come le pagine del “liber cronicus” relative alla deportazione di don Corti fossero state in precedenza date per disperse, scomparse misteriosamente. E che, solo dopo una trentina d’anni, «grazie a una paziente ricerca» vennero ritrovate. Non sappiamo in quali circostanze e quindi cosa sia successo.

Piazzetta sulla quale già erano stati radunati «gli 8 prigionieri alloggiati dal parroco, in camiciola, con le mani sulla testa, fiancheggiati da guardie tedesche.»

Ci viene detto della requisizione dei viveri in canonica da parte dei tedeschi, del tentativo di fuga degli arrestati, della sparatoria e dell’uccisione dei due spagnoli «lasciati a Pessina per più di tre giorni finché non vennero seppelliti.» E quindi del parroco caricato su un’auto «con due poliziotti tedeschi armati di tutto punto.»
Il percorso è poi simile a quello di altre deportazioni: da Giovenzana a Lecco passando per Galbiate e poi a Bergamo dove tre giorni dopo si sarebbe celebrato il processo sommario: «Tutto era stato precedentemente preparato in un grosso fascicolo. Il presidente non fa che leggere tutto il fascicolo in tedesco. Io nulla capisco e perciò parecchie volte protesto, ma inutilmente. Egli continua con gran sussiego la sua lettura. (…) Tale giudizio si svolse senza testimoni, senza avvocato difensore e mi si condannò a 18 mesi di carcere.»
In seguito, il trasferimento a Verona e poi in Germania. Don Corti si impone di non lasciarsi abbattere e intercala il suo racconto con molti “pazienza”. Inabile al lavoro e dunque kaput? «Pazienza». Due urtoni e un calcio sonoro? «Pazienza.» Il breviario senza calendario? «Pazienza.» Non nasconde però l’angoscia che l’assale, anche se «fui sempre dai colleghi prigionieri italiani circondato di stima e di soccorso» e ciò «serviva ad alleggerire un po’ l’estrema ambascia e scoraggiamento in cui mi trovavo.» Comunque sia, il mattino del 15 gennaio «fu un momento per me dolorosissimo e umiliantissimo. Dovetti, all’età di 68 anni, dimettere la mia divisa sacerdotale per indossare quella di galeotto. Fui spogliato di tutto, persino della corona. Unico sfogo era la preghiera. Si pregava, si pregava e sospirava la fine dei tormenti.»
Infine, il trasferimento a Donauworth, dove arriva con altri prigionieri alle sei di sera del 29 febbraio: «Fummo fatti scendere, ammanettati due per due, fatti attraversare la città affollatissima. (,,,) Non potevo più reggere. Neve per terra, freddo terribile, ghiaccio, quando cadeva uno cadeva l’altro.» La reclusione è a Kaisbem in quello che «ai tempi di Cecco Beppe fu un convento grandioso dei cistercensi dove si educava la nobilità austriaca. Convento veramente magnifico e grandioso, per nulla mutato. Solo che ai dormitori e alle ampie aule scolastiche furono cambiati gli inquilini: ed ora sono tutti prigionieri politici e criminali d’ogni regione d’Europa ed altresì germanici: anzi, questi sono in maggioranza.»
Il parroco viene assegnato al reparto ciabattini: «Tutti i sacerdoti fatti ciabattini. C’era l’industria dei sarti in cui furono impegnati tutti i professionisti. C’era l’industria della carta e qui impegnati ogni genere d’operai, come pure tra i falegnami. I sacerdoti, tutti ciabattini, in un immenso portico tutto chiuso, dove c’era un polverio continuo. Eravamo in tutto un centinaio e più. Arrivavano giornalmente vagoni di scarpe dai vari fronti d’Europa. Si faceva la cernita: buoni, medi e scarto. Allo scarto, si tagliavano le suole, salvando le tomaie ancora godibili. Io ero impegnato a scegliere le ciabatte, le suole ancora godibili, a tirare i chiodi e mandare i punti. Con me lavorava un giovane polacco, molto buono, di pietà e d’orazione, che mi serviva in tutto, facendo i lavori più difficili e pesanti e lasciando a me i più leggeri e facili, non potendo io fare sforzi alcuni con le mani, essendo affetto d’artrite. Così passai undici mesi da ciabattino, non ne potevo più, fino a quando fui scelto per il lavoro della carta. (…) Ne ringrazio il Signore. Mestiere leggerissimo, facile, pulito. (…) Ma anche qui dalle guardie non mancarono i maltrattamenti. Io sospiravo e pregavo. Pregavo nel silenzio della notte per la mia liberazione.»
Inoltre, «qui mi trovai con italiani, anzi col sig. Fiocchi Giulio di Lecco, industriale.»
Giulio Fiocchi (“junior” per distinguerlo dall’omonimo capostipite) è uno degli esponenti della celebre famiglia lecchese della fabbrica di cartucce. Attivo nella Resistenza, è stato arrestato e deportato, sopravvivendo al campo di concentramento di Mauthausen,»
A rendere più penosa la prigionia al sacerdote lecchese è la ventilata possibilità di una scarcerazione e di un ritorno a casa grazie all’interessamento dell’arcivescovo milanese Ildefonso Schuister. Più volte, sembra che la liberazione sia imminente per poi venire annullata: «Tutti mi chiamavano fortunato, ma pure tutti mi compassionavano, vedendomi preso in giro così bellamente (sistema anche questo germanico per tormentare i poveri prigionieri), In 16 mesi di durissimo carcere, maltrattamenti e fame, non potei ricevere una sola lettera da casa e da nessuno, e quindi non sapere nulla né della parrocchia, né dei miei interessi, nulla di nulla. Le lettere che io scrivevo erano intercettate, allo stesso modo quelle che i miei fratelli scrivevano a me.»

Qui si conclude il racconto dell’odissea, purtroppo con un increscioso refuso: nella firma, don Riccardo Corti diventa don Riccardo Beretta. A chiudere l’opuscolo, alcuni documenti sulle iniziative dell’arcivescovo Schuster per la liberazione del parroco.
Dario Cercek




















