SCAFFALE LECCHESE/306: albori dell’alpinismo lecchese. In cammino con i “pionieri”
La mostra in corso in questi giorni alla Torre Viscontea è un esplicito invito alla lettura del libro pubblicato due anni fa dal Cai lecchese per celebrare i 150 di fondazione: “In cammino con i pionieri” curato da Alberto Benini, Pietro Corti e Sergio Poli, con fotografie di Mauro Lanfranchi e disegni di Raffaele Negri (stampa Bellavite, Missaglia).
Il volume è proprio dedicato ai primi passi della sezione del Cai di Lecco e in teoria coprirebbe l’arco di un mezzo secolo: dal 1874, anno di fondazione, al 1924. In realtà, il racconto si conclude molto prima, nel 1911. Il 1924 è quasi simbolico: moriva infatti quell’anno lo scienziato e parlamentare Mario Cermenati, da 35 anni ininterrotti presidente dell’associazione lecchese. Con la sua dipartita si chiudeva così un’era. Di lì a poco, negli anni Trenta, il quieto tran tran dell’alpinismo lecchese sarebbe stato rivoluzionato sai grandi rocciatori. Tanto più che per Cermenati l’arrampicata «costituiva una sorta di aberrazione del sano andar per monti.»

La scelta dei curatori del libro, inoltre, è stata quella di ridurre al minimo essenziale il proprio contributo, lasciando che fossero le parole dei protagonisti dell’epoca a farci rivivere certe atmosfere.
E così è il primo presidente Giovanni Pozzi a raccontarci con qualche svolazzo letterario della gita inaugurale della sezione sulla vetta del Resegone il 24 maggio 1874: «Prima che il sole indorasse per bervi istanti le vette dei monti (…) vari gruppi di alpinisti, da Morterone, da Vall’Imagna e da Val d’Erve guadagnarono la più alta cima del Resegone, lassù dove si estolle la croce a mezzo schiantata dal fulmine, attorniata da grossi macigni, che un dì occupavano una posizione più elevata e sui quali si leggono scolpiti molti nomi. (…) Sorrise loro uno splendido mattino, ma ben presto una fitta e molesta nebbia, che vi campeggiò tutto il giorno, li avvolse in un umido manto ad interdir loro il vasto panorama, che si presenta dalla più alta guglia del Resegone. Non per anco erano scoccate le sette del mattino, che gli alpinisti già si avevano stretta la mano e scambiati cordiali saluti, e sedendo sull’erba e sui ceppi, stavano calmando un appetito veramente alpinistico.»

Insomma, alle 7 del mattino erano già su. Mica bruscolini…
Alla salita sul Resegone, seguono altre escursioni. In giugno, al Pizzo dei Tre Signori con sosta a Biandino: «Si dormì poche ore e male, chi ricoverandosi nella chiesa del Sasso, chi nell’attigua osteria. Sarebbe opportuno, che colassù si migliorassero e si tenessero più puliti quegli angusti locali.» In agosto sul monte Legnone partendo da Dervio («dove fummo accolti dalla popolazione e dal sindaco Andreani, uomo di squisita educazione, gentilissimo a nostro riguardo, ed al quale siamo davvero obbligati delle sue premure): lasciato il paese poco prima delle sei di sera «si prese l’erta del monte. Una scalinata in mezzo ai campi, e più in alto in mezzo a folti castagneti , conduce fino a Vestreno. (…) Comparve il curato di questa parrocchia, paffuto e gaio, il quale ci invito a visitare la chiesa»; poi su verso Introzzo sotto una pioggia battente «e fu d’uopo ricoverarci sotto un porticato, finché una giovane ben vestita e bella ci prestò ricovero nella scuola del paese. Era la maestra del Comune, alla quale siamo oltre modo riconoscenti»; la comitiva discese poi per Pagnona e Margno fino a Taceno per concludere l’escursione con un’imprevista serata danzante alle terme di tartavalle: «Accettamo di buon grado, quantunque stanchi, di danzare con quelle gentili signore, le quali forse mai avranno trovato ballerini tanto pesanti e con scarpe armate di sì lunghi chiodi. Noi le ringraziammo, e se non fummo troppo cavalieri, se ne dia la colpa alle scarpacce e al disastroso viaggio.»
Due anni dopo anche il tentativo fallito di una salita invernale sul Grignone (all’epoca Montecodano o similmente) che a leggere il racconto del Pozzi sembra invero di seguire certe imprese di quegli “sprovveduti di internet” contro i quali oggi tanti strali si lanciano.
Cominciava inoltre a prendere forma, già in quegli anni Settanta dell’Ottocento, l’idea di costruire una “capanna” sul Resegone, Ne scriveva Cermenati: «Eccoci sulla cima del Resegone. Quale spettacolo! (…) Ma se imperversasse il tempo, dove ritrovare riparo ché oltre a Costa e Morterone non c’è casolare? Una capanna lassù quanto la sarebbe utile e desiderabile! Una capanna non solo potrebbe servire per il sopraggiungere d’una fatalità, ma sapendo di trovare ricovero in qualunque momento, anche di sera si potrebbe intraprendere la passeggiata. E chi non provò la delizia di una corsa per i monti in una bella notte d’estate.»

Come si sa, dovranno passare oltre vent’anni perché il Cai lecchese possa avere il suo primo rifugio che è la Capanna Stoppani, inaugurata nel 1895: «La cronaca – ci dicono i curatori – non è riuscita a tenere il conto dei brindisi a colpi di spumante che bagnarono il ricco buffet. Poi il corteo riuscì in qualche modo a scendere a Lecco per le ore 16, giusto in tempo per il banchetto delle 18 all’albergo Croce di Malta.
Gli ottanta convitati assistettero infine allo spettacolo di gala nel vicino Teatro, a chiusura della lunghissima giornata, nella quale spicca l’assenza di un momento religioso: una messa o una benedizione… Fatto singolare, visto che si tratta di un edificio dedicato a un sacerdote, ma coerente con lo stile dei democratici-radicali lecchesi.»

Con il tempo, poi, si “sconfinerà” nella Bergamasca e in Valtellina e anche in Piemonte, mentre nel 1883 Giovanni Pozzi dà alle stampe la sua guida alle Prealpi di Lecco e vent’anni dopo uscirà quella di Edmondo Brusoni
I “pionieri” dell’alpinismo lecchese, dunque. Sulle molte ormai avvolte dall’oblio spiccano quattro figure: naturalmente Antonio Stoppani, «uno dei padri dell’alpinismo italiano», e Mario Cermena e il suo alpinismo «di esplorazione e di scienza (…) impastato di patriottismo, sensibile ai valori letterari e musicali.» E Giovanni Pozzi, «dottor fisico, chirurgo valente, strenuo alpinista, difensore dei diritti del popolo colle armi e colla penna» come si legge sul monumento funebre al cimitero di Acquate. Il quarto è personaggio del quale la città ha quasi perso memoria, nonostante gli sia stata intitolata una strada: si parla di Giuseppe Ongania, ingegnere e nel 1897 sindaco di Lecco a soli 27 anni, «il più giovane a ricoprire questa carica.
Ruolo che esercitò fino alle dimissioni del 1909, con un breve intervallo di due mesi nel 1900, quando venne sospeso dal Prefetto di Como per avere esposto il Tricolore sul Municipio per celebrare il Primo Maggio, Evidentemente, il momento politico non era favorevole alle istanze progressiste, tanto che spesso le feste dei lavoratori venivano vivacizzate dalle cariche della cavalleria.» Quella sospensione provò polemiche e mobilitazioni; a Ongania il poeta Giovanni Bertacchi dedicò una poesia («Dov’è l’illuso che pensò d’offrire/ un po’ d’aria e di sole al tricolore;/ l’insegna di chi è morto e di chi muore?»)

Grande appassionato di montagna – leggiamo nel libro - «la figura di Ongania è di grande rilevanza all’interno della vita del Cai Lecco per la strettissima collaborazione con l’amico Mario Cermenati, di cui fu il fedele vicepresidente dal 1894 al 1904, assumendo un ruolo di crescente importanza con l’infittirsi degli impegni di Cermenati, che lo portavano lontano dalla città. Ma va ricordato anche come alpinista, la cui attività, svolta prevalentemente, avvalendosi di guide alpine, è ricca di ascensioni di rilievo. Tra queste ci sono numerose scalate su roccia, tanto da poter affermare che è con lui che a Lecco nasce l’alpinismo “tecnico”.» Una quindicina le imprese elencate, dal Cevedale al Disgrazia al Monte Bianco.


Un ultimo capitolo è invece dedicato al congresso geologico nazionale che si svolse a Lecco dal 10 al 18 settembre 1811 promosso da Mario Cermenati, presidente anche della Società Geologica Italiana, con l’intenzione di ricordare Antonio Stoppani a vent’anni dalla morte. Attraverso cronache e pubblicazioni, seguiamo i congressisti quasi passo per passo: le gita in Valsassina, con la visita alle miniere che davano «lavoro (e poco reddito, a quanto pare) alle popolazioni locali», l’escursione alla Troggia e alle immancabili terme di Tartavalle; nella Val d’Esino con la descrizione del viaggio di ritorno che «non manca di una sua suggestiva forza: per la ripidezza della discesa e per i danni arrecati al sentiero dagli uragani dalla precedente quindicina, che hanno reso molto difficoltoso il cammino, viene evocato addirittura un girone dantesco!»; infine, il monte Barro, con la prima tappa «alla località Azzarola, alle falde del monte, dove ora si trova il forno inceneritore: il sito era famoso per essere studiato a fondo dallo Stoppani, che vi rinvenne molti fossili. Allora il monte era utilizzato per produrre calce.»


Congressisti all'Orrido di Bellano
La scelta dei curatori del libro, inoltre, è stata quella di ridurre al minimo essenziale il proprio contributo, lasciando che fossero le parole dei protagonisti dell’epoca a farci rivivere certe atmosfere.
E così è il primo presidente Giovanni Pozzi a raccontarci con qualche svolazzo letterario della gita inaugurale della sezione sulla vetta del Resegone il 24 maggio 1874: «Prima che il sole indorasse per bervi istanti le vette dei monti (…) vari gruppi di alpinisti, da Morterone, da Vall’Imagna e da Val d’Erve guadagnarono la più alta cima del Resegone, lassù dove si estolle la croce a mezzo schiantata dal fulmine, attorniata da grossi macigni, che un dì occupavano una posizione più elevata e sui quali si leggono scolpiti molti nomi. (…) Sorrise loro uno splendido mattino, ma ben presto una fitta e molesta nebbia, che vi campeggiò tutto il giorno, li avvolse in un umido manto ad interdir loro il vasto panorama, che si presenta dalla più alta guglia del Resegone. Non per anco erano scoccate le sette del mattino, che gli alpinisti già si avevano stretta la mano e scambiati cordiali saluti, e sedendo sull’erba e sui ceppi, stavano calmando un appetito veramente alpinistico.»

Sulla vetta del Resegone
Insomma, alle 7 del mattino erano già su. Mica bruscolini…
Alla salita sul Resegone, seguono altre escursioni. In giugno, al Pizzo dei Tre Signori con sosta a Biandino: «Si dormì poche ore e male, chi ricoverandosi nella chiesa del Sasso, chi nell’attigua osteria. Sarebbe opportuno, che colassù si migliorassero e si tenessero più puliti quegli angusti locali.» In agosto sul monte Legnone partendo da Dervio («dove fummo accolti dalla popolazione e dal sindaco Andreani, uomo di squisita educazione, gentilissimo a nostro riguardo, ed al quale siamo davvero obbligati delle sue premure): lasciato il paese poco prima delle sei di sera «si prese l’erta del monte. Una scalinata in mezzo ai campi, e più in alto in mezzo a folti castagneti , conduce fino a Vestreno. (…) Comparve il curato di questa parrocchia, paffuto e gaio, il quale ci invito a visitare la chiesa»; poi su verso Introzzo sotto una pioggia battente «e fu d’uopo ricoverarci sotto un porticato, finché una giovane ben vestita e bella ci prestò ricovero nella scuola del paese. Era la maestra del Comune, alla quale siamo oltre modo riconoscenti»; la comitiva discese poi per Pagnona e Margno fino a Taceno per concludere l’escursione con un’imprevista serata danzante alle terme di tartavalle: «Accettamo di buon grado, quantunque stanchi, di danzare con quelle gentili signore, le quali forse mai avranno trovato ballerini tanto pesanti e con scarpe armate di sì lunghi chiodi. Noi le ringraziammo, e se non fummo troppo cavalieri, se ne dia la colpa alle scarpacce e al disastroso viaggio.»

Mario Cermenati
Due anni dopo anche il tentativo fallito di una salita invernale sul Grignone (all’epoca Montecodano o similmente) che a leggere il racconto del Pozzi sembra invero di seguire certe imprese di quegli “sprovveduti di internet” contro i quali oggi tanti strali si lanciano.
Cominciava inoltre a prendere forma, già in quegli anni Settanta dell’Ottocento, l’idea di costruire una “capanna” sul Resegone, Ne scriveva Cermenati: «Eccoci sulla cima del Resegone. Quale spettacolo! (…) Ma se imperversasse il tempo, dove ritrovare riparo ché oltre a Costa e Morterone non c’è casolare? Una capanna lassù quanto la sarebbe utile e desiderabile! Una capanna non solo potrebbe servire per il sopraggiungere d’una fatalità, ma sapendo di trovare ricovero in qualunque momento, anche di sera si potrebbe intraprendere la passeggiata. E chi non provò la delizia di una corsa per i monti in una bella notte d’estate.»

Mario Cermenati col cappello
Come si sa, dovranno passare oltre vent’anni perché il Cai lecchese possa avere il suo primo rifugio che è la Capanna Stoppani, inaugurata nel 1895: «La cronaca – ci dicono i curatori – non è riuscita a tenere il conto dei brindisi a colpi di spumante che bagnarono il ricco buffet. Poi il corteo riuscì in qualche modo a scendere a Lecco per le ore 16, giusto in tempo per il banchetto delle 18 all’albergo Croce di Malta.

Giovanni Pozzi
Gli ottanta convitati assistettero infine allo spettacolo di gala nel vicino Teatro, a chiusura della lunghissima giornata, nella quale spicca l’assenza di un momento religioso: una messa o una benedizione… Fatto singolare, visto che si tratta di un edificio dedicato a un sacerdote, ma coerente con lo stile dei democratici-radicali lecchesi.»

Antonio Stoppani
Con il tempo, poi, si “sconfinerà” nella Bergamasca e in Valtellina e anche in Piemonte, mentre nel 1883 Giovanni Pozzi dà alle stampe la sua guida alle Prealpi di Lecco e vent’anni dopo uscirà quella di Edmondo Brusoni
I “pionieri” dell’alpinismo lecchese, dunque. Sulle molte ormai avvolte dall’oblio spiccano quattro figure: naturalmente Antonio Stoppani, «uno dei padri dell’alpinismo italiano», e Mario Cermena e il suo alpinismo «di esplorazione e di scienza (…) impastato di patriottismo, sensibile ai valori letterari e musicali.» E Giovanni Pozzi, «dottor fisico, chirurgo valente, strenuo alpinista, difensore dei diritti del popolo colle armi e colla penna» come si legge sul monumento funebre al cimitero di Acquate. Il quarto è personaggio del quale la città ha quasi perso memoria, nonostante gli sia stata intitolata una strada: si parla di Giuseppe Ongania, ingegnere e nel 1897 sindaco di Lecco a soli 27 anni, «il più giovane a ricoprire questa carica.

Giuseppe Ongania
Ruolo che esercitò fino alle dimissioni del 1909, con un breve intervallo di due mesi nel 1900, quando venne sospeso dal Prefetto di Como per avere esposto il Tricolore sul Municipio per celebrare il Primo Maggio, Evidentemente, il momento politico non era favorevole alle istanze progressiste, tanto che spesso le feste dei lavoratori venivano vivacizzate dalle cariche della cavalleria.» Quella sospensione provò polemiche e mobilitazioni; a Ongania il poeta Giovanni Bertacchi dedicò una poesia («Dov’è l’illuso che pensò d’offrire/ un po’ d’aria e di sole al tricolore;/ l’insegna di chi è morto e di chi muore?»)

La prima capanna
Grande appassionato di montagna – leggiamo nel libro - «la figura di Ongania è di grande rilevanza all’interno della vita del Cai Lecco per la strettissima collaborazione con l’amico Mario Cermenati, di cui fu il fedele vicepresidente dal 1894 al 1904, assumendo un ruolo di crescente importanza con l’infittirsi degli impegni di Cermenati, che lo portavano lontano dalla città. Ma va ricordato anche come alpinista, la cui attività, svolta prevalentemente, avvalendosi di guide alpine, è ricca di ascensioni di rilievo. Tra queste ci sono numerose scalate su roccia, tanto da poter affermare che è con lui che a Lecco nasce l’alpinismo “tecnico”.» Una quindicina le imprese elencate, dal Cevedale al Disgrazia al Monte Bianco.


Corteo dei partecipanti al congresso geoogico
Un ultimo capitolo è invece dedicato al congresso geologico nazionale che si svolse a Lecco dal 10 al 18 settembre 1811 promosso da Mario Cermenati, presidente anche della Società Geologica Italiana, con l’intenzione di ricordare Antonio Stoppani a vent’anni dalla morte. Attraverso cronache e pubblicazioni, seguiamo i congressisti quasi passo per passo: le gita in Valsassina, con la visita alle miniere che davano «lavoro (e poco reddito, a quanto pare) alle popolazioni locali», l’escursione alla Troggia e alle immancabili terme di Tartavalle; nella Val d’Esino con la descrizione del viaggio di ritorno che «non manca di una sua suggestiva forza: per la ripidezza della discesa e per i danni arrecati al sentiero dagli uragani dalla precedente quindicina, che hanno reso molto difficoltoso il cammino, viene evocato addirittura un girone dantesco!»; infine, il monte Barro, con la prima tappa «alla località Azzarola, alle falde del monte, dove ora si trova il forno inceneritore: il sito era famoso per essere studiato a fondo dallo Stoppani, che vi rinvenne molti fossili. Allora il monte era utilizzato per produrre calce.»
Dario Cercek




















