SCAFFALE LECCHESE/308: quando i ragazzi del porto salvarono l’antico palazzo

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Per attraversare l’Adda c’era la barca. Funzionavano veri e propri “servizi” di traghettatori. I quali, immaginava Uberto Pozzoli, «può darsi abbiano traghettato in barchetta Giulio Cesare, buon’anima, quando venne a Lecco ad impiantare la sua colonia militare italo-greca.» Fino a quando Azzone Visconti decretò la costruzione di quel ponte che noi lecchesi d’oggi chiamiamo “Vecchio”, realizzato tra il 1336 e il 1338. Inabissato già da tempo ormai quello romano più a valle.
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Il Palazzo e il porto

Per servirsene occorreva comunque pagare dazio. Gabellieri furono certi Bonanomi, arricchitisi al punto da potersi permettere la costruzione, nel XVI secolo, di un sontuoso palazzo in riva all’Adda. Ancora esistente, riadattato col passare del tempo e delle proprietà: con l’annesso oratorio di San Carlo, si impone alla vista di chi attraversa quell’altro ponte, il “Nuovo”. Laddove Malgrate diventa il Porto, toponimo evocatore dell’antica vocazione del luogo. Il prossimo fine settimana, tra l’altro, Palazzo Bonanomi poi Recalcati e poi altro ancora, aprirà le porte ai visitatori, su iniziativa della parrocchia, della Pro loco e del Fai
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Il porto di Malgrate

Dal 1976, il complesso è di proprietà della Curia milanese che l’anno seguente istituì la nuova parrocchia di San Carlo Vescovo (San Carlo al Porto nel parlar comune) che aveva cominciato a prendere forma negli anni precedenti e che proprio in quell’edificio trovò collocazione. Ristrutturando una vecchia stalla per realizzare la chiesa, non essendo l’oratorio più sufficiente a contenere la popolazione della località ormai cresciuta in maniera esponenziale rispetto al passato.
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Il porto nel passato e oggi
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Eppure, anche il palazzo Bonanomi-Recalcati sembrava destinato alla demolizione, come avvenuto agli altri vecchi edifici circostanti per lasciare posto a moderni condomini. A salvarlo fu la mobilitazione di quelli che sono ricordati come “i ragazzi del porto”, coloro che appunto furono i promotori della stessa parrocchia. E “I ragazzi del porto” è il titolo di un libro curato dal giornalista lecchese Angelo Sala e pubblicato proprio dalla parrocchia nel 1997 in occasione del ventennale. Libro nel quale si raccolgono la storia del luogo e «le memorie di una generazione cresciuta negli anni tra le due guerre mondiali»
Il Porto, come detto, è frazione malgratese, ma storicamente ha sempre fatto riferimento a Lecco. Non è un caso che la parrocchia faccia parte della comunità pastorale di Lecco centro. 
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La caserma
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Negli anni del secondo dopoguerra, la località era andata cambiando fisionomia con l’espansione edilizia destinata a trasformare radicalmente il paesaggio. Scrive Tiziana Rota nel suo “Malgrate da vivere, da conoscere, da vedere…” (pubblicato nel 2009 dal Comune di Malgrate): «Il Ponte, nel territorio di Lecco, e Palazzo Recalcati con l’Oratorio di S. Carlo, Villa Ceribelli sono le uniche vestigia del passato sopravvissute alla selvaggia urbanizzazione degli anni Sessanta che ha visto trasformare l’antico nucleo, e la ridente località balneare descritta nelle guide di fine Ottocento, in una selva di condomini che ha affollato la sponda destra dell’Adda.» Scomparso, in corrispondenza del Ponte Nuovo, anche lo «storico ed imponente edificio detto Caserma con doppio loggiato sul cortile interno, un condominio popolare a cui si sono aggiunte altre abitazioni a ringhiera. Qui ora sorge, affacciato sul lago con la mossa facciata, il complesso edilizio progettato dall’architetto milanese Luigi Caccia Dominioni. Un intersecarsi di volumi che variando per altezza, copertura e scelta cromatica nei toni del rosso mattone e del bianco, vuol richiamare il paese dei pescatori che un tempo Malgrate è stata.»
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Oratorio e condomini

Nella premessa a “I ragazzi del porto”, l’allora parroco don Sandro Chiesa spiegava: «In queste pagine si è cercato di sintetizzare quanto emerso nel corso di alcune conversazioni con i vecchi abitanti del Porto, la generazione nata e cresciuta tra le due guerre mondiali, che ha visto, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, la radicale trasformazione della zona. (…) La pubblicazione vede la luce nel ventennale di istituzione della parrocchia: una scadenza significativa perché (…) ci consente anche di ripercorrere il cammino di una parrocchia che, pur breve, tanto merito ha avuto per la valorizzazione prima e la difesa poi dell’identità del Porto. (…) Nell’ordinare gli appunti delle conversazioni con i ragazzi del Porto, si è tenuto proprio conto della formazione e dello sviluppo di questa comunità, che ha preceduto di qualche decennio l’istituzione stessa della parrocchia. Prima della storia della chiesa di pietre – pur interessante – è parso più giusto ricordare quella di una comunità viva, che i nostri ragazzi nel frattempo divenuti padri e nonni, ci hanno consegnato e della quale noi potremmo ancora essere pietre, umili e fragili ma, tutte insieme, coerenti e durature.»
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Non si tratta, dunque, di una storia della località, per quanto le pagine di storia siano molte. E non potrebbe essere diversamente, trovandosi il Porto in uno di quei punti cruciali come il Ponte Vecchio in cui la Storia lascia segni e testimonianze profondi, Soprattutto, però, si è voluto mettere in luce l’evoluzione e la crescita di quello che era un angolo di mondo con poche case ed è diventato nel giro del turbolento decennio dei Sessanta una popolosa frazione, «uno dei più fitti agglomerati di tutto il lecchese – scrive Sala -, risultato della trasformazione urbanistica iniziata alla fine degli anni Cinquanta. Delle rustiche case dell’antica contrada, delle siepi, degli orti, e delle stradicciole campestri restano solo il ricordo e le testimonianze capaci di far rivivere il tempo passato.».
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Così, nel suo racconto, Angelo Sala ci accompagna tra ricostruzioni storiche ed episodi di vita quotidiana del periodo tra le due guerre, vita spicciola: l’atmosfera politica che è quella del fascismo viene lasciata in ombra.
Già peraltro era passata da tempo l’epoca in cui la località il Porto era anche luogo di villeggiature. E si ricorda come una volta si sognasse «il tramvai che da Milano doveva giungere al ponte Azzone Visconti», tram che non sarebbe poi mai arrivato. C’era invece quello per Como: «Il suo passaggio, al Porto, era calibrato al centimetro e non pochi sono i ricordi emersi tra i ragazzi del Porto della rapidità con la quale ci si doveva mettere al riparo dalle vetture. Non c’è più quel famoso tram che per anni ha costeggiato tutto il Porto, dal ponte al “palazzo” che ne rappresentava la zona più caratteristica. (…) Il tram infatti era entrato a far parte del mondo del Porto, rappresentava qualcosa di intimo, di personale per la gente del piccolo borgo, Benché costretti a sopportare i disagi del suo passaggio – vere e proprie gimkane in bicicletta, soste rischiosissime, violenti traballamenti delle case prospicienti – gli abitanti della zona lo avevano adottato come un figlio.»
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E poi, come per tante altre località c’era il “muretto”, luogo di ritrovo lungo il fiume: «Era lo svago degli adulti, ma era anche quello che faceva scatenare un’infanzia attiva fatta di spontaneità ardimentosa (c’è chi ricorda i giochi sulla neve con le prime gare di slittino che si facevano sui prati dietro le case), di ingenua bricconeria (le incursioni nei frutteti) e di inventiva sagace. (…) Il tratto di strada tra le case e il fiume, una stradicciola rispetto all’odierno, assediante nastro d’asfalto, fu per lungo tempo il “salotto”, il ritrovo quotidiano per gli abitanti del Porto. È facile documentare come qui si discutesse di problemi grandi e piccoli, e ci si dividesse tra tifosi di Bartali e tifosi di Coppi. Questo tratto di strada era poi un vero balcone aperto su tutta la conca di Lecco. E anche quando un temporale improvviso provocava un fuggi fuggi a cercare riparo, non appena la pioggia era cessata la gente si accomodava ancora al proprio posto e lo “spettacolo” continuava. Questo tratto di strada era vivo: gli abitanti conoscevano vita, morte e miracoli dì ognuno, e nelle ore del riposo serale si radunavano a crocchio, sedendo sul muretto o sugli sgabelli che s’erano portati.»
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Villa Ceribelli oggi e in passato
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Facile riconoscere usi e abitudini diffusi ovunque, quando la vita sociale si sviluppava lungo le strade, nelle piazze.
«Quello del Porto – continua Sala – è un territorio sostanzialmente statico, dove per decenni – o forse addirittura per secoli – non si accaniscono gli interventi dell’uomo. Fatta eccezione per la ferrovia, realizzata nel 1885, è solo nel secondo dopoguerra, sotto la spinta di un dinamismo economico senza precedenti, che gli interventi dell’uomo hanno conosciuto un’accelerazione formidabile. Fondamentale è stato il ruolo avuto dall’edilizia in questo processo di trasformazione. Il volto del Porto ne è uscito modificato in profondità. (…) Chi esce da Lecco attraverso il ponte visconteo ha del Porto un’immagina non certo invitante: una selva di condomini l’uno sull’altro, che sembrano lì per cadere nell’Adda. (…) Questo paesaggio era indubbiamente più suggestivo e rilevabile fino a pochi decenni fa.»
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Paradossalmente, però, la trasformazione urbanistica va a creare una comunità «che al Porto non è mai esistita (…) e la struttura abitativa prende forma un po’ casualmente a differenza di quanto avviene negli altri paesi vicini che si consolidano progressivamente attorno a un centro comunitario della vita pubblica: una chiesa piuttosto che una torre, una fontana piuttosto che una piazza, un cimitero piuttosto che un porto, un centro di produzione piuttosto che un’officina. L’unico punto di riferimento qui è il palazzo» che è appunto quello fatto costruire dai Bonanomi. E da quando i Recalcati, che rilevarono il complesso dai Bonanomi, edificarono anche l’oratorio, gli abitanti ebbero in qualche modo pure la loro chiesa. Era sì, una cappella privata, ma aperta anche per i riti rivolti alla popolazione. 
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Fu negli anni Settanta del Novecento che si rilevò «ormai necessaria la realizzazione di una nuova chiesa e la residenza di un sacerdote con la creazione di una parrocchia – scrive Sala - L’azione partì proprio dai ragazzi del Porto. Furono loro, ormai sposati e con figli, a manifestare la necessità di avere una parrocchia con un oratorio come punto di aggregazione dei tanti bambini che ormai c’erano nel nuovo quartiere. (…) L’anno decisivo è stato il 1977, quando la minaccia della definitiva cancellazione di tutto quanto c’era stato prima era diventata quanto mai reale. Anche il palazzo (Bonanomi, ndr), infatti, sembrava destinato a subire la sorte degli altri edifici con la demolizione e la sostituzione con nuovi condomini. Sono stati i ragazzi del Porto a ribellarsi a questa prospettiva. Le prime riunioni, in casa di Luigi Fumagalli, avvennero alla presenza dell’allora sindaco di Malgrate, Pietro Scola. Fu in quella sede che si decise dapprima di coinvolgere la parrocchia di San Nicolò, attraverso l’allora prevosto mons, Enrico Assi e quindi direttamente la Curia di Milano, con l’allora cardinale Giovanni Colombo, per l’acquisto del palazzo e la sua destinazione strutturale alla nascente parrocchia. E così avvenne: la Curia non solo acquistò lo stabile (nel 1976) ma istituì la nuova parrocchia, con decreto firmato in data 4 novembre 1977, solennità di san Carlo Borromeo al quale la parrocchia stessa venne dedicata. Era il riconoscimento della dimensione e della configurazione raggiunta dalla nuova comunità insediatasi al Porto.»
Dario Cercek
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