SCAFFALE LECCHESE/310: truffatori, spie ed avvocati sulle tracce di Sigismondo Boldoni

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Di Sigismondo Boldoni si è già parlato. Per la sua descrizione del Lario e perché ucciso ancora giovane dalla peste del 1630, quella che ormai siamo soliti definire la peste manzoniana per via dei “Promessi sposi”. Che qualcosa devono anche a Boldoni. Leggete, per esempio, cosa scriveva in una lettera del 26 settembre 1629: «Fino ad ora sono transitati: per primo il reggimento di fanti di Merode; per secondo un reggimento di cinquecento cavalieri del principe di Anhalt; poi il reggimento dei fanti del marchese di Brandeburgo, che per sei giorni hanno devastato, come fossero nemici, la nostra borgata; quarta una schiera di circa quattrocento cavalieri del Montecuccoli.» E avanti: il Ferrari, l’Acerboni, l’Altringher, «il Furstyenberg che ci afflisse più di tutti», il principe di Sassonia, il Colloredo, il Wallenstein… È la calata dei lanzichenecchi sul lago che il Manzoni ha ripreso quasi pari pari. I lanzichenecchi che si portano dietro la peste e la diffondono e appunto anche Boldoni la contrarrà morendone il 3 luglio 1630 a Pavia.
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 “Peste lo colse” si intitola un libro voluto dal Comune di Bellano in occasione dei quattrocento anni della nascita di Boldoni che ricorrevano nel 1997 e che raccoglie un lungo racconto dello scrittore Andrea Vitali e un’appendice curata da Vittorio Mezzera.

Vitali racconta a modo suo la vita di Boldoni, affidandosi a un avvocato milanese dal nome decisamente impegnativo – Agostino d’Adda –, solito trascorrere i mesi estivi a Bellano, dedicandosi a propri particolari studi letterari: «Ormai all’età di sessant’anni, con una solida posizione, senza alcuna velleità mondana, aveva giudicato maturo il tempo per dedicare tutte le sue energie ad un particolare tipo di indagine letteraria, che consisteva nello studio degli angoli oscuri dei segreti celati nelle vite degli uomini di lettere: misteri, in poche parole, andava cercando, piccoli o grandi: cose, insomma, sulle quali la maggior parte dei critici sorvola. (…) Ladrerie, bisticci di famiglia, corna e morti sospette: questo interessava all’avvocato per arrivare a compilare l’opera che sognava e che avrebbe raccolto le miserie dei grandi autori che egli amava: e che, a suo dire, li avrebbe fatti ancor più grandi, riconducendoli ad una dimensione umana.» E nella torrida estate del 1853 «aveva fatto il piano di dedicarsi a Sigismondo Boldoni, preda succulenta, nobile figlio di Bellano, ivi nato il 5 luglio 1597 e battezzato il dieci dello stesso mese» sul quale «aveva meditato di scrivere qualcosa di più di un trattatello: un romanzo storico, piuttosto, ecco l’idea che aveva accarezzato per un poco.»
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Sospettoso di chiunque citi in qualche maniera il Boldoni, temendo che possa precederlo nel pubblicare studi, l’avvocato d’Adda si sente peraltro l’autentico depositario della memoria boldoniana. Ed è attraverso le sue ricerche che Vitali ci racconta per sommi gradi la biografia del letterato secentesco.

La nascita: «L’avvocato d’Adda aveva notato che alcuni storici definivano il Boldoni milanese, quasi a voler defraudare Bellano di quell’illustre figlio per porlo in una cornice più degna.» La lite coi fratelli Aurelio e Flavio per l’eredità paterna: «Un giorno Flavio, che doveva aver l’animo del bravo, aveva aggredito Sigismondo mentre questi se ne stava nel giardino di casa: spada in pugno, gli si era scagliato contro. Con che intenzione, se di ucciderlo o semplicemente di intimorirlo, non era possibile stabilire. Sta di fatto che Sigismondo, lungi dal cedere al panico, aveva reagito e, strappata la spada di mano a Flavio, l’aveva colpito, ferendolo gravemente. Era stato in quel momento che Aurelio, carognescamente occultato sino ad allora, aveva fatto capolino dal suo rifugio e s’era dato a gridare che Sigismondo aveva ucciso Flavio.» A Sigismondo toccò cercar salvezza oltre confine e trovò rifugio in quel di Padova. E poi a Venezia, a Pesaro, a Urbino e a Roma, peraltro brillando nel mondo delle lettere. Ma «nonostante gli onori, il Boldoni non aveva mai smesso di pensare al suo ritorno in patria e , sfruttando il favore degli eminenti prelati conosciuti, era riuscito infine a staccare il biglietto che l’avrebbe riportato a Bellano, grazie all’interessamento del senatore milanese Giovan Battista Arconati: era, all’incirca, la metà del 1622 quando, finalmente, il bando che lo teneva lontano dal lago veniva revocato ed egli poteva fare ritorno in patria.»
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Le opere come Il “Larius”, la “Caduta dei Longobardi” e un misterioso “De foetu”, ma soprattutto le lettere sul passaggio dei lanzichenecchi a Bellano: «A barbara soldatesca peggior soldatesca succede. La rabbia luterana, spalancate le porte, si diffonde in Italia. Nulla v’ha di santo, nulla di sicuro… Saccheggiata vedi ogni abitazione; i terrazzani malmenati, percossi, feriti: arse le travi; rotte le stoviglie; pieno ogni angolo di brutture, di stupri; sparso per le strade, i crocicchi, le stanze un fetor tetro e somigliando alla lor crudeltà; incendiati in campagna u tuguri, recisi gli alberi, calpestate le biade, dispersa la vendemmia, unica ricchezza di questi monti, spezzati e gettati alle fiamme i tini e i rustici arnesi. Da ogni parte ti assordano i tamburi e i timballi; da ogni parte grondano le lacrime degl’infelicissimi abitatori.» Sono gli eventi che inducono Boldoni ad attraversare il lago nottetempo per mettere al sicuro a Bellagio «il suo denaro, il suo oro e particolarmente tutta la sua produzione letteraria: oltre a un testamento che, come asserivano le cronache, l’insigne bellanese aveva ricoverato presso i Cappuccini» per poi tornarsene a Bellano e montare la guardia alla propria abitazione. Infine, di lì a pochi mesi, la morte.
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Da parte sua, l’avvocato d’Adda è disturbato negli studi dai misteriosi malesseri della figlia Evelina che consigliano un periodo di cura alle terme di Regoledo. A metterlo davvero nei guai, però, è un articolo che pubblica su «un noioso ebdomadario che si stampava a Lecco e che usciva sotto gli auspici della censura austriaca»: scritto più che altro per rivalersi nei confronti di un medico proprio a proposito di argomenti boldoniani, secondo l’autorità austrica nasconde tra le righe messaggi in codice ai cospiratori. Tanto che il d’Adda viene arrestato. 

In questa partita gioca un suo ruolo anche un truffatore fuggito dalla Svizzera e riparato a Lecco, dove trova alloggio al “Leon d’Oro”, albergo che «si chiamava così perché nell’atrio campeggiava il ritratto di Leon Crucejo, nato a Lecco nel secolo XIV, autore di un’opera in latino e di ricerche appassionate sulle antiche vicende di Milano.» Dice l’oste che Crucejo «è nato qui. Non proprio qui, s’intende, nell’albergo. Ma pare che qui ci fosse la sua casa natale divenuta poi nei secoli, un albergo.» In quanto al ritratto «l’ho trovato nella cantina quando ho acquistato l’albergo.»
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Più che al “Leon d’oro” di Lecco e a tal Crucejo, ci pare che il Vitali pensi all’albergo “Cavallo bianco” di Bellano e a Sigismondo Boldoni. È’ Vittorio Mezzera a dirci che la casa natale di Boldoni sia nell’edificio in parte incorporato nell’albergo.  E il ritratto sarebbe il dipinto a olio che raffigura il letterato bellanese, ora è conservato nell’aula consiliare del municipio bellanese: commissionato al pittore Daniele Crespi, il quadro, risalente probabilmente al 1625, «venne donato, nel 1850, allo storico valsassinese ing. Giuseppe Arrigoni, da Guglielmo Boldoni, figlio di Gaetano Boldoni, ex prete emigrato a Parigi nel periodo rivoluzionario. (…) Nel 1890 il quadro risultava essere in possesso della famiglia Denti, proprietaria della trattoria Cavallo Bianco. Finché giunse, attraverso vari passaggi, nella disponibilità del Comune di Bellano» che lo acquistò e restaurò nel 1953. Per quanto «secondo lo storico Pietro Gini, il dipinto conservato nel Comune di Bellano, sarebbe solo una copia coeva, ma più volte rimaneggiata, del ritratto originale eseguito dal Crespi, le cui tracce si perderebbero, verso il 1898, nei depositi della Pinacoteca Ambrosiana di Milano.» Mezzera ci dice anche del «singolare e atroce destino che accomunerà il nostro poeta al suo ritrattista: entrambi, probabilmente anche coetanei, morirono di peste a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro.

Tornando alla trama del romanzo, il giovane truffatore viene catturato dalla polizia che lo va a prendere proprio al “Leon d’Oro” e gli propone, in cambio di clemenza sulle proprie malefatte, di mettersi alle calcagna dell’avvocato d’Adda per scoprirne le macchinazioni e consegnarlo nelle mani dell’autorità. Il giovanotto accetta, ma in realtà ne approfitta per dileguarsi non prima comunque di aver raggiunto il nostro avvocato al quale ruba il passaporto per potersi garantire una nuova falsa identità. Avvocato  che, arrestato, viene rilasciato dopo pochi giorni, ma Bellano e il lago gli erano ormai venuti «in uggia: tanto che a settembre, quando l’imbroglio fu completamente chiarito (…) decise di vendere la villa di Bellano; quindi, tornato a Milano, chiuse anche lo studio legale e decise unicamente di dedicarsi ai diletti studi» che si rivolsero questa volta a Tommaso Grossi, morto il 10 ottobre 1853 e lo estraniarono completamente dalla vita famigliare, imboccando – a detta del medico, la «via dello svanimento.»

Se Andrea Vitali ci ha raccontato Sigismondo Boldoni sciogliendone le vicende in un racconto umoristico, Vittorio Mezzera assolve allo stesso compito con una ricostruzione da saggista: ci offre una cronologia del tempo e della vita dell’illustre bellanese, ci illustra le opere maggiori, ci accompagna a “visitare” la villa e i giardini della famiglia Boldoni, appoggiandosi anche alle lettere dello stesso Sigismondo: «La mia villa, bagnata dalle acque del Lario così da vicino, che dalle sue finestre si può pescare con l’amo e ingannare i pesci con bocconi avvelenati. Non mancano dei giardini che, per quanto piccoli, sono allietati dall’eterno mormorio di acque zampillanti, e la verdeggiante fronda dell’alloro adorna le passeggiate dei viali.» 
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Per sostare infine ai piedi del monumento eretto sul lungolago bellanese, in occasione dei trecento anni dalla nascita del poeta. Nel maggio 1897 venne promossa una sottoscrizione per raccogliere i fondi necessari alla realizzazione dell’opera e che «andò per le lunghe, perché si giunse all’inaugurazione del monumento nell’anno successivo. (…) Il busto che ritrae il Boldoni (…) venne eseguito dallo scultore Giulio Branca di Cannobio. (…) L’inaugurazione del monumento, con discorsi delle autorità, suono della Marcia Reale, lotteria a premi, illuminazioni serali e fuochi d’artificio, banchetto d’occasione all’albergo Porta – come narrano le cronache apparse sulla stampa locale -, avvenne l’11 settembre 1898. Il busto marmoreo venne sistemato sopra una preesistente fontana monumentale, donata al Comune di Bellano da monsignor Luigi Vitali e suoi fratelli, ed inaugurata il 12 maggio 1895.»
Dario Cercek
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