«Non siamo né vittime né eroi. In Palestina anche vite normali». L'incontro a Lecco con lo scrittore Ziad Khaddash

«Non siamo vittime e nemmeno eroi. Tutto quello di cui abbiamo bisogno è di una vita normale e dignitosa. Ed è quanto scrivono gli scrittori palestinesi di oggi che parlano delle proprie vite. Senza lacrime. Che ce ne sono state già tante. Ed è proprio ciò che l’Occupazione non vorrebbe: non vogliono che noi si scriva di una vita normale, che si abbia una vita normale. Tanto che quando a un soldato israeliano a un checkpoint spiegai dei miei racconti che erano storie d’amore, si stupì che anche noi si potesse vivere una vita normale.»
1_Ziad_Khaddash_2__1_.JPG (42 KB)
Lo scrittore Ziad Khaddash – ospite di “Les Cultures” per un incontro tenutosi ieri sera a Palazzo delle paure – ha voluto raccontare di un’altra Palestina, sottolineando come anche la continua vittimizzazione del popolo palestinese sia a suo modo una disumanizzazione. Uguale a quella che nega la dignità delle persone.
L’appuntamento rientrava nelle iniziative collaterali alla mostra fotografica “Activestils” dedicata alla guerra di Gaza e allestita fino al 14 giugno al piano terreno dello stesso Palazzo delle paure e inaugurata venerdì scorso.
2_Giorgio_Redaelli.JPG (54 KB)
Nell’introdurre la serata di ieri, il presidente di “Les Cultures” Giorgio Redaelli ha spiegato come si sia voluto andare oltre la contingenza del genocidio in corso a Gaza, affrontando anche altri aspetti della cultura e della storia palestinesi. E l’occasione è stata data appunto dalla presenza in Italia di Khaddash, venuto per presentare il suo ultimo libro, “Le ferite ci raccontano” appena pubblicato dalla casa editrice “emuse” e che ha dato il titolo anche all’incontro lecchese.
scrittorepalestineselecco__7_.JPG (57 KB)
Khaddash ha parlato in arabo, tradotto da Giacomo Longhi e intervistato da Grazia Dell’Oro, lecchese e ideatrice della “emuse”, nel cui catalogo vi sono scrittori e poeti arabi. È stata proprio Dell’Oro a offrire un ritratto di Khaddash: scrittore e insegnante che ora vive a Ramallah, ma nato in un campo profughi dove la sua famiglia si era ritrovata dopo essere stata costretta ad abbandonare il proprio villaggio in Cisgiordania in occasione della Nakba del 1948.
Come insegnante, Khaddash oggi è in pensione «e la pensione – le parole dello scrittore – è la malattia più brutta da affrontare e perciò mi chiudo in biblioteca e studio la storia della Palestina dal 1948.» Ha detto di amare, tra gli scrittori italiani, Italo Calvino e Antonio Tabucchi. Calvino mi ha insegnato a intrecciare le storie con la Storia e il mito, ma anche Alberto Moravia mi ha insegnato qualcosa: a scrivere di sentimenti. Ha poi ricordato una notte di eccidi a Ramallah, attraversata leggendo le “Città invisibili” e all’amico che lo rimproverava rispose: “Leggo, dunque sono libero, dunque sono un palestinese forte.»
3_Grazia_Dell_Oro.JPG (47 KB)
Da parte sua, Dell’Oro ha chiesto cosa significhi nascere in un campo profughi che diventa una sorta di città e quale sia stata la parabola che l’ha poi portato a insegnare in un liceo e poi all’attività di scrittore.»
«I campi profughi – ha spiegato Khaddash – sono nati da raggruppamenti di persone fuggite da tutte le città della Palestina. Ricordo che nella mia infanzia coltivavo sui tetti e in piccoli vasi, quando mio padre, prima di essere cacciato dal suo villaggio, aveva coltivato campi molto estesi e coltivava di tutto. Io mi chiedevo come fosse possibile che ora fossimo ridotti a coltivare nei vasetti. Chiedevo spiegazioni e lui mi diceva che quello che stavamo vivendo fosse la Nakba, la catastrofe del 1948 che hanno vissuto i palestinesi, E poi le case attaccate l’una all’altra: da piccolo sentivo voci, grida, pianti e non capivo: semplicemente erano momenti di intimità tra mariti e moglie. La gente semplicemente viveva la sua vita, ma la vita privata di ciascuno non poteva avere segreti.»
«Odiavo il campo profughi – ha continuato – e volevo andarmene in città. Ero orgoglioso di avere una vita difficile, ma volevo andare oltre, Fu mio padre, anch’egli insegnante, a dirmi che sarei diventato uno scrittore. E allora ho letto sempre di più per poter scrivere una storia sul campo profughi, una storia che lo nobilitasse. Il campo profughi è così diventato la colonna portante della mia narrativa, anche dopo che sono andato a vivere in città, anche adesso.»
Dell’Oro ha poi portato l’attenzione sulla letteratura palestinese contemporanea.
1_Ziad_Khaddash_2__2_.JPG (44 KB)
«Ho avuto la fortuna – ha quindi detto lo scrittore – di essermi formato dopo gli accordi di Oslo (1993), quando decine di intellettuali palestinesi hanno potuto interfacciarsi con il resto del mondo molto più rispetto alle generazioni precedenti. Noi, gli scrittori degli anni Novanta, non ci riconoscevamo nei racconti scritti prima di noi. Era come non ci fosse spazio per una storia personale. Non si poteva scrivere d’amore senza sentire il peso dell’Occupazione. E io scrissi dell’amore tra due ragazzi in un cimitero circondato dai carri armati. Ci furono forti reazioni da parte degli scrittori precedenti e anche da parte dei miei professori universitari: mi accusavano d’avere svergognato la questione palestinese. Ma io, semplicemente, raccontavo me stesso, allontanandomi dal problema dell’Occupazione. Avevo deciso di cambiare prospettiva e di concentrarmi sulla filosofia personale dei miei personaggi, lasciando l’Occupazione sullo sfondo. Da altri intellettuali che risiedevano all’estero arrivarono invece pareri positivi e mi incoraggiarono. Il loro punto di vista incise profondamente sulla nostra generazione. E il loro ritorno cambiò la faccia di Ramallah, una città dove la vita sociale esplose all’improvviso. Non voglio celebrare gli accordi di Oslo che furono penalizzanti, ma io parlo della vita culturale che si era risvegliata. Potevamo anche muoverci più di prima e per la prima volta arrivammo addirittura a vedere il mare. E finalmente ho potuto scrivere di me stesso e non solo dell’Occupazione che era poi la causa del nostro ritardo sulla letteratura europea. Abbiamo capito tardi che potevamo liberarci scrivendo di noi stessi. Ed è ciò che abbiamo fatto dagli anni Novanta ed è stata una Liberazione.»
scrittorepalestineselecco__9_.JPG (57 KB)
«Certo – ha aggiunto -, non abbiamo cancellato l’Occupazione, ma l’abbiamo raccontate da prospettive diverse. Non dobbiamo parlare di noi stessi come vittime, dobbiamo ribaltare il nostro vocabolario, nemmeno rappresentarci come eroi che ci spingerebbe indietro. Ed è questo che ha generato “Le fatiche ci raccontano”, il libro delle belle sconfitte, sconfitte umane e personali, che però non significa che siamo deboli. È un libro privo di eroismo nel senso tradizionale, ma si riconoscono tanti piccoli eroi perché eroe è chi esce dio casa per andare al lavoro, tenere per mano la donna che si ama e attraversare la strada, piangere tra le braccia della ragazza che ti sta lasciando. Sono questi gli eroismi che mi interessano.»
Un intervenuto dal pubblico ha evidenziato come Khaddash abbia parlato sempre senza rabbia, quasi con serenità e con il sorriso sulle labbra, chiedendo come sia possibile che non esplodesse di fronte a quanto accade.
scrittorepalestineselecco__1_.JPG (88 KB)
Lo scrittore ha replicato dicendo che «come uomo può essere che prima o poi esploda. Come scrittore no. La scrittura non esplode, nasce dalla riflessione e dalla quiete. Anche se come cittadino palestinese sono impegnato in una resistenza quotidiana. Quando c’è la guerra, devi metterti in salvo come tutti gli altri. La scrittura non può venire che dopo, arriva quando c’è una distanza tra noi e ciò su cui vogliamo scrivere. Altrimenti faremmo giornalismo e non letteratura.»
scrittorepalestineselecco__10_.JPG (57 KB)
In quanto all’oggi, Khaddash ha detto di vedere molti giovani autori «e vedo in loro una nuova rivoluzione della scrittura. Per esempio, sta tornando l’autobiografia ed è una maniera di salvare le nostre vite che l’Occupazione vorrebbe toglierci. Noi non siamo vittime e nemmeno eroi. Abbiamo solo bisogno di una vita normale e dignitosa.»
L’ultimo appuntamento del ciclo è in calendario per giovedì 11 giugno, sempre a Palazzo delle paure alle 21: Matteo Meschiari parlerà di “Mappe di Palestina”.
D.C.
Invia un messaggio alla redazione

Il tuo indirizzo email ed eventuali dati personali non verranno pubblicati.