SCAFFALE LECCHESE/313: le leggende dei Della Torre e la storia della Valsassina
I ruderi quasi irriconoscibili di un’antica torre ricordano quando Primaluna fu un castello nonché capoluogo civile e religioso della Valsassina. E ci ricordano una famiglia che fu potente: per un breve periodo dominò Milano, prima di essere scalzata dai Visconti. È la famiglia Della Torre e poi Torriani. Che, secondo tradizione, proprio alla rocca di Primaluna dovrebbe il nome.
Un Martino della Torre lo abbiamo già incontrato alla guida di una spedizione partita nel 1147 della Valsassina per partecipare alla Seconda Crociata. Dell’episodio ci ha offerto una versione romanzata Carlo Del Teglio nel suo racconto “Il guerriero e l’eremita”. In un libro del 2003 (“I Della Torre”, editore Marna di Barzago), Carlo Pirovano e Monica Minonzio rilevavano come il casato fosse citato nei testi storici «solamente come gli avversari sconfitti dei Visconti» non prendendo in considerazione «la famiglia Torriani nello specifico, nella sua forza di famiglia di guerrieri di origini provinciali arrivata da una valle tra i monti del lago di Como, la Valsassina, fino ai palazzi e al seggio del comando della più grande città dell’Italia settentrionale nei primi tre secoli dell’anno Mille.»
Sulle “radici” dei Torriani, però, c’è molta nebbia che favorisce le leggende, come quelle relative a origini borgognone. Il primo documento che ne attesta la presenza a Primaluna risale al 1047. È assodato, comunque, che «i Della Torre – ci dicono Pirovano e Minonzio - dominarono la Valsassina per 250 anni» per poi diventare «arbitri della vita del più importante Comune dell’Italia Settentrionale, Milano. Ma nonostante nel 1240 Pagano Della Torre, divenuto Capitano del Popolo di Milano, si trasferisce, “armi e bagagli”, con la famiglia verso la nuova sede, la Valsassina restò sempre profondamente legata ai destini della Famiglia Torriani» e rimase «la mai dimenticata terra natia, il luogo da cui far giungere soldati animosi e bene armati, una fonte di indubbio guadagno attraverso l’estrazione e la commercializzazione del ferro, e alla fine, nel 1277, dopo la battaglia di Desio che segnò il tramonto dei Torriani, un rifugio per gli scampati.»
Seguirono altre guerre e, come uso, scomuniche e tradimenti, liti famigliari e condanne all’esilio, che noi non stiamo a seguire. Registriamo solo che la famiglia Torriani si disperse in mille rivoli sulle strade dell’esilio da Milano: il ramo più significativo si insediò in Friuli, un altro prese la strada della Svizzera e altri ancora andarono a Roma e a Napoli. Mentre «i componenti della numerosa genia Torriani – ancora parole di Pirovano e Minonzio – che, dopo la sconfitta, si diressero verso l’avita Valsassina (…) ebbero certamente vita meno facile dei parenti friulani, ma anche nell’ombra politica in cui erano caduti non persero mai nulla in dignità e coraggio. La Valsassina, caduta la Signoria Torriana, subì la sorte dei suoi antichi dominatori, cioè una sorta di esilio politico e venne per un lungo periodo di tempo allontanata dal centro della vita politica e militare del ducato di Milano. I Visconti presero possesso definitivo del territorio di Valsassina solamente nel 1335, e ne fecero successivamente dono al pavese Facino Cane, capitano di ventura e braccio armato di Giovanni Maria Visconti.»
L’esilio da Milano a sua volta ha dato adito ad altre leggende: si cominciò a raccontare che Lamoral, un figlio di Guido che fu l’ultimo capitano del popolo milanese appartenente ai Torriani, si rifugiò in Valle Brembana e in particolare a Cornello dove avrebbe assunto il nome di Tasso, dando così origine a quella celebre stirpe dalla quale sarebbe uscito anche il poeta Torquato. Ma il cognome Tasso era attestato già precedentemente a Cornello: «Tra le vaghe notizie relative ai tempi più antichi – scrive Gianfranco Rocculi sulla Rivista del Collegio araldico del dicembre 2016 –, si sa per certo che il capostipite di tale casata assurta a considerevole censo, Omodeo Tasso (o Tassi) del Cornello, nel 1290 a Bergamo istituì una rete di corrieri, elaborando per loro un regolamento organico che sarebbe poi servito da riferimento per il futuro assetto di quasi tutta la posta europea, in proseguo di tempo, organizzata per incarico delle varie case regnanti dai suoi discendenti.»
Gli intrecci famigliari spesso sono più che aggrovigliati. Non ci è quindi chiaro quando e dove i Della Torre o Torriani abbiano stretto legami coi Tasso, a loro volta suddivisi in rami che hanno prese strade diverse di qua e di là dalle Alpi.
Lasciamo aggrovigliata la matassa per seguire un discendente del ramo rimasto valsassinese. E cioè Paride Cattaneo Della Torre. Nacque a Primaluna nel 1531, vi morì nel 1614. Il Dizionario storico del Lecchese ci dice che «fu sacerdote per dodici anni a Venezia, quindi segretario a Modena del vescovo Morone, per cui eseguì ambascerie in Ferrara, Firenze, Roma. Tornato a Milano, fu protonotario apostolico e membro dell’Accademia degli Affidati. Nel 1566 compare canonico in patria e incaricato come viceprevosto da S. Carlo, Scrisse molti trattati e in particolare cronache milanesi e genealogie dei Torriani, cento sermoni e altri manoscritti ora perduti.» Pare, inoltre, che disponesse di una biblioteca non proprio ortodossa con libri di magia e altri giudicati lascivi, tanto che «ebbe nel 1571 la ventura di dover bruciare con il fratello alcuni dei suoi preziosi libri di poesia e fra l’altro i discorsi di Machiavelli.»
È al Della Torre che si deve quella “Descrizione della Valsassina” compilata nel 1571, per quanto «dettata in rozzo italiano» come avrebbe detto Mario Cermenati, e considerata la prima storia della terra valsassinese. Che il canonico primalunese scrisse «per non lasciar la patria mia nella descrizione d’Italia senza memoria.»
Lo storico Marco Sampietro ci informa che «il manoscritto originale del 1571 rimase di proprietà della famiglia Torriani fino a metà Ottocento» quando arrivò nelle mani dell’ingegnere e architetto Giuseppe Arrigoni, l’autore delle “Notizie storiche della Valsassina, che lo pubblicò in una raccolta di “Documenti inediti riguardanti la storia della Valsassina” stampata nel 1857 con l’editore milanese Giuseppe Pirola; nel 2016, il testo “torriano” è stato riproposto in edizione anastatica, dall’associazione primalunese “Amici della Torre” (naturalmente: a testimoniare il profondo legame del paese con l’antico rudere evocatore di tempi perduti).
L’introduzione è appunto di Sampietro che scrive: «Paride Cattaneo Della Torre fu un cronista e un erudito tipicamente cinquecentesco che, spinto dall’amore per la sua valle e dal culto della casata illustre dalla quale discendeva, raccolse, redasse e tramandò un intero archivio di memorie, cronache e dissertazioni, parzialmente poi disperso. (…) La lingua della “Descrizione” è il volgare di fine Cinquecento. A differenza di altri testi corografici dell’epoca che erano scritti rigorosamente in latino, il canonico primalunese opta per un impasto di volgare e latino così ruvido nella forma e nella sostanza da far convivere parole scritte in volgare accanto a dialettalismi e latinismi corretti ed erronei.»
Ovviamente, nel raccontare la storia valsassinese, Cattaneo Della Torre voleva anche ripercorrere le glorie della propria famiglia, alla quale dedica infatti una lunga dissertazione. E a proposito di origini nebbiose, il nostro canonico si affida alla secentesca “Historia milanese” di Bernardino Corio che fa risalire il dominio valsassinese dei Torriani a sant’Ambrogio «padrone potentissimo della città di Milano» che aveva nominato un capitano per ognuna delle sei porte della città, affidando la Nova ai Torriani «alli quali diede Valsassina in feudo di contado. (…) Si trova che al tempo del suddetto santo Ambrogio era questa valle già contado grande et la consignò ai detti Torriani l’anno 333. La signoreggiò li Torriani fino all’anno 1333, sicché stette nelle mani sue da mille anni finché da Visconti gli fu detto Contado levato.»
Nel presentare il suo lavoro, Cattaneo Della Torre ricorda come spesso, nelle ricostruzioni storiche, vi sia la pessima abitudine di perdere «più tempo a descrivere, et provare, che un fiume sia così nomato et che l’altro si chiama così, et dicono che ‘l tal autor ha grandemente errato, et perdono più tempo circa a questo che si descriveria di belle Regioni e di grandi Provincie, così che rendono alcune volte tedio a lettori et sospettose le opere.»
Abitudine, ci vien da dire durata fino a tutto l’Ottocento e ancora nel Novecento. E del resto, egli stesso si lascia prendere la mano nel soffermarsi sull’origine del toponimo Primaluna e nel discettare su Licinoforo con la relativa ben nota diatriba tra Lecco e Incino che evidentemente già ferveva nel XVI secolo.
Si parla di una Valsassina grassa e opulenta, ma altrove anche che «ha poco territorio et sterile» e che «è tutta cinta da Monti et questi li fanno mura inespugnabili» con soli tre luoghi dai quali si può entrare e uscire «al basso» e altrettanti «sopra li alti monti.»
E i viaggiatori preferivano «solcare con le barchette l’ameno sito del lago che cavalcare una valletta di diciotto o venti miglia. (…) Ma siagli perdonato, perché molto meglio è andar agiatamente in barca per detto lago che cavalcar con pericolo le storte vie della valle.»
La descrizione è molto accurata e non possiamo certamente tenere il passo. Parla di Ballabio e di «una chiara fonte di freddissima acqua» chiamata Fontana fredda, della Colmine, di San Pietro e della Pioverna dove «si ritrovano dieci sorta di pesci, tra quali la truta pesce saporitissimo ottiene il principato». Del monastero di Concenedo e della beata Guarisca, delle fucine, dei mulini, della Troggia, Arrivato a Primaluna ci dice che il castello «è cosa nota e manifesta esser stato il più nobile, antico e il primo seggio et luogo principale de questi nostri paesi. Di ogni località ci dice le famiglie più in vista e sono i cognomi tipici della Valsassina, radicati ancora oggi; Manzoni, Loccadelli, Mojoli, Combio, Fondrio e Fondra, Annovazzi, Magni, Parolini, Grattarola, Tenca, Tenderini conti a Carrara, Cotica marchesi di Premana, Mornico e naturalmente i Cattaneo e della Torre o Torriani coi titoli di conti, marchesi e principi, e tra gli Arrigoni «il signor Pietro Pavolo Arrigoni, che le enciclopedie ci danno comnque nativo di Cremona, quali essendo prima dottore dell’eccelso collegio di Milano, fu per le sue immense virtù asciso al ordine senatorio» e divenne poi presidente del Senato e tanto si distinse che alla morte fu pianto in tutto il ducato di Milano e dal re medesimo.»
La “passeggiata” prosegue per Premana e Pagnona, un breve accenno al Varrone e poi si continua per Vendrogno e quindi per Esino. A Parlasco segnala la fortezza di Marmoro, che fu luogo militarmente importante, e che deve la celebrità alle avventure di Lasco raccontateci tre secoli dopo dal bellanese Antonio Balbian. Altra rocca importante, naturalmente, quella di Bajedo con la grande muraglia al ponte di Chiuso. E si capisce perché Introbio, proprio per la sua vicinanza alla rocca, finì col soppiantare Primaluna quale capoluogo della valle: «Duchi di Milano, quali per maggior comodità della valle, in Introbio stabilirono la habitationre del Podestà pere esser più propinqui alla Rocca di Bajedo, la dove per il più abitava il luogotenente dei signori di Milano. Hanno poscia gli homini di questa valle fabbricato in Introbio un bella casa con horto e giardino, chamanlo il Palazzo della Comunità. In questa casa habita il suddetto Podestà, il qual muta ogni biennio, et vien questo eletto dalViceduca di Milano il qual risiede in nome del Re.»
Si sofferma su usanze e statuti, su qualche, episodio di cronaca come un cardinale rapinato lungo la strada o il miracolo dell’apparizione mariana a Cortabbio nel 1535 (è il primo e l’unico a riferirne, sottolinea Sampietro): «Nella sommità della detta Terra giace una vaga chiesuola novamente fabricata in honor dell’alta Regina dei Cieli Maria Vergine, allegra, aerosa et molto bella. (…) Il principio di questa chiesa fu a questo modo, una povera donna sorda et tarda nel parlare, cogliendo legna nel luogo ove hor risiede la divota chiesa, gli apparve gloriosa Virgine et disse: va figlia et comanda agli uomini di questo luogho, che faciano qui fabvricar una chiesa in honor mio et in segno certo più non sarai tarda del parlar; et subito sparve.»
Gustosa la descrizione dei pastori della Val Biandino, dove certamente il Della Torre deve essere salito in occasione di qualche festa: «I pascoli di Abbio e Biandino, fertilissimi con un gran numero di pastori «i quali più volte, ritrovandosi ben pasciuti et grassi godono assai quella morbida et poltronesca vita» e li si vedono a squadre «danzare, ballare et saltare, altri correre, altri sonare e cantare, altri nel chiaro fiume piano et piacevole nuottare et pescare, altri vedrai lottare, far correre cavalli, dei quali in gran copia ivi sempre si ritrovano, altri fanno risonar gli antri, caverne spelonche, li cavi sassi, li alti colli et le basse valli da loro frequenti gridi, urli et fremiti, d arusticani stromenti, di varie et diverse sorti, et da repetiti nomi delle sue dolci et grate favorite. Altri essendo poi pieni di cibo si vedono prostrati sopra le verdi herbe, sornacchiar, dormire, et ronfarre et altri per fuggire l’otio vedransi tirar il palo, lanciar dardi, giochar alle braccia, tirar il sasso, giocare a carte, tesser sportelle et altri degni esercitii far li vedrai, cose che a lor danno spasso et a risguardanti trastullo e grato piacere.»
Come detto, il manoscritto di Paride Cattaneo Della Torre non venne pubblicato fino all’Ottocento. V’è da pensare però che non se ne restò chiuso e dimenticato in un cassetto per tre secoli. Qualcosa dovette girare.
Nel 1709, infatti, un araldista lussemburghese – Engelbert Flacchio – pubblicò a Bruxelles una imponente Genealogia della casata de la Tour-Taxis-Valsassina dedicandola al principe Eugenio Alessandro Torre Taxis, cavaliere del Toson d’Oro, supremo prefetto delle Poste e probabilmente committente dell’opera. Il Flacchio accredita la leggendaria fuga di Lamoral all’indomani della disfatta milanese. Ciò che però c’interessa è che la “Genealogie” del Flacchio contiene una breve descrizione della Valsassina, corredata da tanto di cartina, desunta proprio dal manoscritto del canonico primalunese. La descrizione del Flacchio, in francese, venne ripubblicata nel 1911 in un opuscoletto, su iniziativa di Mario Cermenati che volle farne dono ai partecipanti al celeberrimo congresso geologico che si tenne quell’anno a Lecco.









Abitudine, ci vien da dire durata fino a tutto l’Ottocento e ancora nel Novecento. E del resto, egli stesso si lascia prendere la mano nel soffermarsi sull’origine del toponimo Primaluna e nel discettare su Licinoforo con la relativa ben nota diatriba tra Lecco e Incino che evidentemente già ferveva nel XVI secolo.
Si parla di una Valsassina grassa e opulenta, ma altrove anche che «ha poco territorio et sterile» e che «è tutta cinta da Monti et questi li fanno mura inespugnabili» con soli tre luoghi dai quali si può entrare e uscire «al basso» e altrettanti «sopra li alti monti.»
E i viaggiatori preferivano «solcare con le barchette l’ameno sito del lago che cavalcare una valletta di diciotto o venti miglia. (…) Ma siagli perdonato, perché molto meglio è andar agiatamente in barca per detto lago che cavalcar con pericolo le storte vie della valle.»


Si sofferma su usanze e statuti, su qualche, episodio di cronaca come un cardinale rapinato lungo la strada o il miracolo dell’apparizione mariana a Cortabbio nel 1535 (è il primo e l’unico a riferirne, sottolinea Sampietro): «Nella sommità della detta Terra giace una vaga chiesuola novamente fabricata in honor dell’alta Regina dei Cieli Maria Vergine, allegra, aerosa et molto bella. (…) Il principio di questa chiesa fu a questo modo, una povera donna sorda et tarda nel parlare, cogliendo legna nel luogo ove hor risiede la divota chiesa, gli apparve gloriosa Virgine et disse: va figlia et comanda agli uomini di questo luogho, che faciano qui fabvricar una chiesa in honor mio et in segno certo più non sarai tarda del parlar; et subito sparve.»

Come detto, il manoscritto di Paride Cattaneo Della Torre non venne pubblicato fino all’Ottocento. V’è da pensare però che non se ne restò chiuso e dimenticato in un cassetto per tre secoli. Qualcosa dovette girare.

Dario Cercek




















