A Castello con 'Frazioni di musica': dopo il seminario e la chiesa un salto nella Lecco che fu
Tappa al Seminario di Castello per il ciclo “Frazioni di musica” promosso dalla Filarmonica Giuseppe Verdi di San Giovanni, dall’Associazione Giuseppe Bovara e dall’Officina Gerenzone.

Iniziativa per la quale nel mese di maggio era già stata effettuata una visita a Cereda, lo scorso anno al centro di una polemica per le indicazioni urbanistiche contenute nel nuovo piano di governo del territorio, mentre il 4 luglio l’appuntamento sarà a Varigione con la sua piccola chiesa nella quale è conservata una Madonna Nera al centro di un progetto di restauro promosso dalla stessa Associazione Bovara e che interessa anche due tele conservate nella parrocchiale di San Giovanni e il cui intervento di recupero è stato presentato la scorsa settimana.

La conclusione nel mese di settembre a Ballabio Superiore, Comune guidato dal sindaco Giovanni Bussola che è anche suonatore nella stessa banda Verdi che anche ieri ha accompagnato i visitatori con le sue musiche.

La “passeggiata” è cominciata appunto da quello che era un monastero e che per circa mezzo secolo è stato seminario arcivescovile nel quale hanno studiato tra gli altri Antonio Stoppani e Antonio Ghislanzoni, il primo che avrebbe proseguito gli studi religiosi, mentre il secondo ne sarebbe stato espulso per via di una focaccia mangiata in maniera non proprio composta come egli stessi racconta nelle “Memorie di un seminarista”.

Le vicende del complesso sono state illustrare dallo storico Francesco D’Alessio. Ha ricordato come nel Quattrocento il lecchese Giacomo Longhi fondò il monastero di Maria Maddalena nella zona della Malpensata, per potervi sistemare le proprie figlie. Le quali – forti di questa “proprietà” - «facevano ciò che volevano.»

Nel 1530 circa, il monastero venne fatto abbattere dal Medeghino. La sua posizione era stata infatti ritenuta pericolosa in caso di truppe nemiche che avessero attaccato la città e che nel complesso religioso avrebbero potuto trovare una sorta di testa di ponte. Stesso discorso per il monastero maschile di San Giacomo che sorgeva dall’altra parte del borgo (oggi ricordato proprio dal vicolo San Giacomo). I due monasteri vennero quindi trasferiti a Castello, quello maschile nell’attuale via Mentana (sarebbe stato abbattuto negli anni Trenta del Novecento). Quello femminile, invece, in quest’altro angolo di Castello che all’epoca si chiamava Arlenico; del monastero, trasformato negli anni Settanta in un complesso residenziale, rimangono il chiostro nel quale si riconosce la struttura cinquecentesca e una parte della chiesa.

Nel 1785 l’imperatore austriaco soppresse il convento e destinò l’edificio a usi civile, L’intenzione era quella di realizzare un ospedale, ma la Curia spinse per la realizzazione di un seminario e la spuntò. Per il progetto di ristrutturazione venne chiamato uno degli architetti più illustri dell’epoca, Leopoldo Pollack, il quale peraltro era già Lecco per realizzazione della villa Belgiojoso sempre a Castello (che sarebbe poi diventata la Villa Badoni).
D’Alessio ha ricordato come sorsero non indifferenti screzi tra Pollack e il prevosto lecchese Benedetto Volpi che ci ha lasciato scritte definizioni non proprio educate nei confronti dell’architetto. Di fatto. Gli interventi apportati alla struttura preesistente furono minimi.
Il seminario, istituito nel 1792, chiuse i battenti nel 1831e venne acquisito da Battista Sala che lo trasformò in filanda. Per guadagnarsi il sostegno del parroco di Castello, Sala gli promise la “restituzione” della chiesa del vecchio monastero. Cosa che poi non avvenne, con gran scorno e recriminazioni da parte del curato. La filanda restò attiva fino agli anni Venti del Novecento e lo stabile venne destinato ad abitazioni. Fino agli anni Settanta, quando l’intero complesso subì un radicale intervento di ristrutturazione, conservando comunque il chiostro e una parte della chiesa, quella già destinata al pubblico: sparì invece l’ala delle monache che sorgeva dove ora c’è una sala per conferenze pubbliche.

Ci si è poi spostati nella chiesa di Maria Maddalena ma oggi dedicata a San Nicola dopo che da lustri è stata assegnata alla comunità ortodossa. E all’interno convivono le opere del vecchio culto cattolico e quelle del nuovo con tanto di iconostasi a dividere la parte sacra da quella “civile”.

Angelo Rusconi ha sottolineato la profondità di relazioni ancora avvertibili tra i riti orientali e il nostro rito ambrosiano, unico sopravvissuto della molteplicità di riti che aveva caratterizzata la prima Chiesa cristiana.

È stato poi Umberto Calvi a descrivere l’evoluzione dell’edificio che, nonostante le trasformazioni succedutesi, ha mantenuto le caratteristiche della struttura originaria.
Infine, la comitiva è stata portata alla scoperta di quello che Angelo Rusconi ha definito un luogo magico che molti ancora non conoscono e che in effetti ha lasciato sbalorditi: una vecchia fattoria incastonata in una selva di condomini e varcandone la soglia sembra davvero di entrare in un altro tempo.

È l’unica fattoria sopravvissuta nel tessuto urbano della città. E il suo custode si chiama Luca Mastragostino, ha 50 anni e lavorava nel settore informatico, quando quattro anni fa ha deciso di abbondonare la vecchia professione e dedicarsi all’agricoltura, acquistando quell’ultima oasi verde che era già destinata alla costruzione di un condominio di una settantina di appartamenti, come del resto avvenuto all’intorno.

Mastragostino ha ricordato come fin da bambino veniva in quella fattoria tutte le sere a prendere il latto. Quando i contadini che c’erano prima hanno lasciato, ha deciso di acquistarla per salvarla dalla scomparsa: «Una forma di resistenza civile all’orrore» è stato il commento di Rusconi.

È stato poi Paolo Colombo dell’Officina Gerenzone a ricordare come questa cascina sia l’unica rimasta delle tante che all’epoca costellavano quella parte di città, dove il terreno scosceso era stato trasformato in terrazzamenti. Si produceva vino, ma si allevava anche il baco da seta per rifornire le tante filande operanti in città prima che il sistema industriale si convertisse interamente alla metallurgia. Lo stesso Battista Sala della filanda del Seminario era proprietaria di quella vasta area chiamata Vincanino piantumata a gelsi, circa seicento piante, delle cui foglie si nutre il baco da seta. L’azienda agricola San Martino – così si chiama la fattoria di Mastragostino – è dunque quel che rimane di una Lecco del tempo che fu.

Iniziativa per la quale nel mese di maggio era già stata effettuata una visita a Cereda, lo scorso anno al centro di una polemica per le indicazioni urbanistiche contenute nel nuovo piano di governo del territorio, mentre il 4 luglio l’appuntamento sarà a Varigione con la sua piccola chiesa nella quale è conservata una Madonna Nera al centro di un progetto di restauro promosso dalla stessa Associazione Bovara e che interessa anche due tele conservate nella parrocchiale di San Giovanni e il cui intervento di recupero è stato presentato la scorsa settimana.

La conclusione nel mese di settembre a Ballabio Superiore, Comune guidato dal sindaco Giovanni Bussola che è anche suonatore nella stessa banda Verdi che anche ieri ha accompagnato i visitatori con le sue musiche.

La “passeggiata” è cominciata appunto da quello che era un monastero e che per circa mezzo secolo è stato seminario arcivescovile nel quale hanno studiato tra gli altri Antonio Stoppani e Antonio Ghislanzoni, il primo che avrebbe proseguito gli studi religiosi, mentre il secondo ne sarebbe stato espulso per via di una focaccia mangiata in maniera non proprio composta come egli stessi racconta nelle “Memorie di un seminarista”.

Le vicende del complesso sono state illustrare dallo storico Francesco D’Alessio. Ha ricordato come nel Quattrocento il lecchese Giacomo Longhi fondò il monastero di Maria Maddalena nella zona della Malpensata, per potervi sistemare le proprie figlie. Le quali – forti di questa “proprietà” - «facevano ciò che volevano.»

Nel 1530 circa, il monastero venne fatto abbattere dal Medeghino. La sua posizione era stata infatti ritenuta pericolosa in caso di truppe nemiche che avessero attaccato la città e che nel complesso religioso avrebbero potuto trovare una sorta di testa di ponte. Stesso discorso per il monastero maschile di San Giacomo che sorgeva dall’altra parte del borgo (oggi ricordato proprio dal vicolo San Giacomo). I due monasteri vennero quindi trasferiti a Castello, quello maschile nell’attuale via Mentana (sarebbe stato abbattuto negli anni Trenta del Novecento). Quello femminile, invece, in quest’altro angolo di Castello che all’epoca si chiamava Arlenico; del monastero, trasformato negli anni Settanta in un complesso residenziale, rimangono il chiostro nel quale si riconosce la struttura cinquecentesca e una parte della chiesa.

Nel 1785 l’imperatore austriaco soppresse il convento e destinò l’edificio a usi civile, L’intenzione era quella di realizzare un ospedale, ma la Curia spinse per la realizzazione di un seminario e la spuntò. Per il progetto di ristrutturazione venne chiamato uno degli architetti più illustri dell’epoca, Leopoldo Pollack, il quale peraltro era già Lecco per realizzazione della villa Belgiojoso sempre a Castello (che sarebbe poi diventata la Villa Badoni).
D’Alessio ha ricordato come sorsero non indifferenti screzi tra Pollack e il prevosto lecchese Benedetto Volpi che ci ha lasciato scritte definizioni non proprio educate nei confronti dell’architetto. Di fatto. Gli interventi apportati alla struttura preesistente furono minimi.

Ci si è poi spostati nella chiesa di Maria Maddalena ma oggi dedicata a San Nicola dopo che da lustri è stata assegnata alla comunità ortodossa. E all’interno convivono le opere del vecchio culto cattolico e quelle del nuovo con tanto di iconostasi a dividere la parte sacra da quella “civile”.

Angelo Rusconi ha sottolineato la profondità di relazioni ancora avvertibili tra i riti orientali e il nostro rito ambrosiano, unico sopravvissuto della molteplicità di riti che aveva caratterizzata la prima Chiesa cristiana.

È stato poi Umberto Calvi a descrivere l’evoluzione dell’edificio che, nonostante le trasformazioni succedutesi, ha mantenuto le caratteristiche della struttura originaria.
Infine, la comitiva è stata portata alla scoperta di quello che Angelo Rusconi ha definito un luogo magico che molti ancora non conoscono e che in effetti ha lasciato sbalorditi: una vecchia fattoria incastonata in una selva di condomini e varcandone la soglia sembra davvero di entrare in un altro tempo.

È l’unica fattoria sopravvissuta nel tessuto urbano della città. E il suo custode si chiama Luca Mastragostino, ha 50 anni e lavorava nel settore informatico, quando quattro anni fa ha deciso di abbondonare la vecchia professione e dedicarsi all’agricoltura, acquistando quell’ultima oasi verde che era già destinata alla costruzione di un condominio di una settantina di appartamenti, come del resto avvenuto all’intorno.

Mastragostino ha ricordato come fin da bambino veniva in quella fattoria tutte le sere a prendere il latto. Quando i contadini che c’erano prima hanno lasciato, ha deciso di acquistarla per salvarla dalla scomparsa: «Una forma di resistenza civile all’orrore» è stato il commento di Rusconi.

È stato poi Paolo Colombo dell’Officina Gerenzone a ricordare come questa cascina sia l’unica rimasta delle tante che all’epoca costellavano quella parte di città, dove il terreno scosceso era stato trasformato in terrazzamenti. Si produceva vino, ma si allevava anche il baco da seta per rifornire le tante filande operanti in città prima che il sistema industriale si convertisse interamente alla metallurgia. Lo stesso Battista Sala della filanda del Seminario era proprietaria di quella vasta area chiamata Vincanino piantumata a gelsi, circa seicento piante, delle cui foglie si nutre il baco da seta. L’azienda agricola San Martino – così si chiama la fattoria di Mastragostino – è dunque quel che rimane di una Lecco del tempo che fu.
D.C.




















