SCAFFALE LECCHESE/315: un amore alla Madonna del Bosco. Ma intanto si fa anche l'Italia unita
Dopo i “Promessi sposi”, in Lombardia, fu tutto un fiorire di romanzi storici. In quei decenni dell’Ottocento, chi viveva di penna si sentiva in obbligo di cimentarsi nel genere. Come fece anche Giulio Carcano, nato a Milano nel 1812 e morto a Lesa sul lago Maggiore nel 1884. Giornalista e scrittore, fu anche politico e nel 1876 venne nominato senatore. Due anni prima, nel 1874, aveva pubblicato con l’editore milanese “Paolo Carrara” il romanzo “Gabrio e Camilla”. 
Così come Manzoni definì storia milanese i suoi “Promessi Sposi”, anche Carcano definì in quel modo il suo romanzo, raccontando però una vicenda che era ancora attualità. La storia si svolge infatti tra il 1859 e il 1866 e cioè gli anni in cui si va compiendo l’unificazione italiana e di quello Carcano si occupa, pur riconoscendo che soltanto i posteri potranno dare di quel periodo un giudizio più avveduto: «Non vogliamo intessere in questo racconto casalingo le memorabili vicende della guerra d’indipendenza: la storia le scriverà e saranno pagine gloriose che noi, superbi di aver veduto que’ giorni, insegneremo a leggere ai figli nostri, ricordandoci d’aver anche noi amato questa cara Italia e sofferto per essa.»
Quando Carcano scrive, l’Italia è pressoché “fatta”: Roma è già la capitale e all’appello mancano solo Trento e Trieste. Ma negli anni in cui si dipana il racconto, l’Italia non c’è ancora e si è nel pieno delle guerre d’indipendenza. Il romanzo diventa così una riflessione sul Risorgimento, al quale lo scrittore dette pure il suo contributo. Forse piccolo e un po’ “avventato” stando al ritratto fornitoci (a firma Renzo Negri) dal Dizionario biografico degli Italiani dell’Enciclopedia Treccani: «Nel 1848, al termine dell'insurrezione delle Cinque giornate, si mise a disposizione del governo provvisorio. (…) Il 27 luglio, volgendo al peggio le sorti della guerra, fu mandato a Parigi, accompagnandovi il marchese A. Guerrieri Gonzaga, con l'urgente missione di chiedere l'aiuto dei Francesi; ma dal ritorno degli Austriaci ai primi d'agosto ebbe precluso il rimpatrio. Brav'uomo ma tutt'altro che tempra d'eroe, il Carcano si lagna nell'epistolario di essersi cacciato in simili frangenti, e da Lucerna, Basilea e Parigi scrive lettere sgomente alla moglie, rivelando insieme la perplessità e l'imbarazzo con cui venivano accolte nella Francia del Thiers, già per suo conto in gravi difficoltà politiche e finanziarie, le speranze italiane.»

Gli eventi bellici e politici risorgimentali si intrecciano dunque strettamente con la storia personale di Gabrio e Camilla. Non solo perché il protagonista partecipa da volontario a quelle battaglie, ma anche perché l’amore tra i due sembra proprio voler simboleggiare i tempi nuovi. L’uno e l’altra sono milanesi. Lei proviene da una famiglia nobile, lui ha un’estrazione più modesta per quanto sia pur sempre un ingegnere e abbia dimora e Milano e casa per la villeggiatura in Brianza. A pochi passi dal “castellazzo” del padre di Camilla, il marchese Francesco Maria di C***, «un uomo dei più ricchi di Milano». Si contrappongono così la nobilità in decadenza (e infatti il marchese è sull’orlo della rovina) e la borghesia in ascesa (a salvare i suoceri sarà proprio Gabrio). La prima per lo status quo, la seconda per la “rivoluzione”.

Non è detto dove siano di preciso il castellazzo del marchese e la più sobria casa di Gabrio, detta il “Campello”: dovrebbero essere lo stesso villaggio e la stessa parrocchia di fantasia. Ma in un luogo ben preciso: nei pressi di Monticello, località attorno alla quale si snoda la gran parte degli eventi. Ed è al Caffè di Monticello, chiamato prima “Nazionale” e poche pagine dopo “Nuovo” (se poi un Caffè sia stato possibile a quell’epoca nel paese brianzolo), che si spettegola sulle sorti degli uni e degli altri.

Il romanzo si apre in occasione della festa al santuario della Madonna del Bosco nell’autunno del 1858: «Il cielo della Brianza non era mai stato così splendido, né l’aria così pura e tranquilla, come il giorno che precedette la festa della Madonna di settembre. La Brianza, la più bella parte dell’alto milanese (…) era quel giorno, in molti paeselli della sua parte montana, più del consueto allegra e ridente: la vigilia pareva già un principio della festa. Un andare e venire di gente affaccendata negli apparecchi per la domane, uno sgombrar delle vie e della piazza della chiesa, uno sfoggio di fronde e festoni alle porte, alle finestre; lo scampanare incessante, l’alzar di tavole e trabacche all’aperto chiamavano frotte d’uomini, di donne e fanciulli sulle strade e pei campi; che tutti sentivano il bisogno d’un po’ d’allegria, di romore, e volevano, per un giorno, dimenticare la loro povera vita e lo scarso ricolto dell’anno.»

E «dinanzi a una scena così bella (…) a chi non sarebbe corsa sul labbro questa esclamazione: “Che paese, che popolo felice.” Eppure, non era così. Al pari di tutta la restante Lombardia, quella parte del bel paese, quelle campagne sparse di ville e di palazzi, liete qua e là di piccole borgate che son piccole città, soffrivano anch’esse a quel tempo sotto il peso del dominio straniero. (…) E le famiglie campagnuole, non men di quelle delle città, vedevansi ormai ridotte allo stremo dalle imposte crescenti, dalla dura legge della coscrizione militare, e dagli arbitri d’un governo che s’affidava di poter togliere agli oppressi fin la speranza.»
È’ proprio alla vigilia della festa della Madonna del Bosco che gli sguardi di Gabrio e Camilla s’incrociano fortuitamente facendo scoccare fin da subito un sentimento coltivato a lungo solitariamente prima di poterlo non solo vivere ma financo esprimere. A ostacolare quell’amore vi sono non solo le condizioni sociali delle due famiglie, ma anche gli orientamenti politici. Dalla parte del regime austriaco stanno il marchese e la moglie, con i “rivoluzionari” Gabrio. Gli ostacoli saranno poi superati e si arriverà al matrimonio non senza qualche dolore: la madre di Camilla rifiuta quell’unione e si ritira da una lontana sorella per non partecipare alle nozze. Il marchese acconsente più che altro perché si rende conto delle proprie fortune che vengono meno e quindi dell’impossibilità di garantire alla figlia una dote cospicua necessaria per un matrimonio nobiliare. A rovesciare la realtà interviene anche l’amicizia tra Gabrio e il fratello di Camilla, Galeazzo: i due condividono le lotte risorgimentali nell’esercito sabaudo. La vita coniugale di Gabrio e Camilla procede tutto sommato serenamente, con qualche angoscia per il figlioletto colto da una febbra che pare debba condurlo alla morte e sopravvive: miracolo della Madonna del Bosco. E con qualche ombra come la presenza di una giovanissima sordomuta, a sua volta innamorata di Gabrio, e che morirà – lei sì – per un malanno.
Sulla scena si fanno altri personaggi che è impossibile qui tratteggiare nella loro completezza e che contribuiscono da un lato ad arricchire la trama e dall’altro a evidenziare i pensieri e le evoluzioni dei personaggi. C’è, per esempio, quel don Vitale spedito a far da coadiutore in una valle sperduta per via di certe sue prese di posizione giudicate poco ortodosse. A Gabrio, incontrato in un momento di debolezza proprio nei confronti di Camilla «veduta distaccarsi da me, distratta, perduta nelle sua malinconie», il prete dice: «Povera ragione umana! Che ti spaventi dell’infinito, perché non vuoi comprendere ciò che sorpassa la natura. Ma ditemi, la scienza, questa fatica della nostra mente, non è parte dell’infinito? O l’infinito essa medesima?... Voi avete studiato per tant’anni, avete forse trovato qualche principio del vero, qualche certezza, là dove altri n’ebbero appena un barlume, un sospetto, una previsione; e potete credere che verrà giorno, in cui un uomo abbia a dire: Nella scienza, nell’arte mia tutto è scoperto, tutto si sa?... Nessuno più grande di Omero e di Shakespeare? Nessuno più profondo di Galileo, di Newton, di Volta?... Oh! Sentite compassione di voi, perché la vostra ragione, che non crede all’amore, non crede neppure alla scienza.» E più avanti: «L’errore e l’ignoranza regneranno, pur troppo, fino a quando nella fraterna concordia cristiana e nella libertà tutti avranno imparato ad amare, a perdonare; fino al giorno in cui si capirà che la scienza degli uomini e quella di Dio hanno lo stesso principio… Oh! Quel giorno verrà…».
La vicenda personale di Gabrio e Camilla finisce con una riconciliazione: il vecchio marchese viene a morire al castellazzo, la moglie si riappacifica con figlia e genero, non prima di una straziante ricerca del corpo di Galeazzo morto in battaglia.
Del resto, la storia famigliare rispecchia i cambiamenti sociali: la vecchia aristocrazia austriacante si è adeguata a questa nuova Italia che va formandosi. E del resto, anche i reduci delle battaglie risorgimentali cambiano pelle,
In un Risorgimento dalle molte facce e dalle tante pulsioni, Giulio Carcano non nasconde ala propria posizione politica: fedele alla monarchia sabauda, loda Vittorio Emanuele II e stravede per Cavour, mentre ci appare quanto meno perplesso sulle turbolenze garibaldine e repubblicane.
Vede comunque anch’egli le ombre che si profilano fin da subito all’orizzonte, affidandosi al pensiero di Gabrio: «Aveva veduto agli esterni pericoli, che attorniavano il nuovo regno, aggiungersi, pur troppo, gl’interni rancori, le inimicizie personali, le diffidenze e le gare rinascenti, de’ partiti politici; i quali, dopo la morte di Cavour, non s’erano mai potuti rannodare in una maggioranza sincera de’ liberali, forza e unità potente d’ogni governo. Mutavansi a ogni poco i ministri; e non sempre gli uomini più autorevoli, più onesti, seguaci della tradizione del perduto grand’uomo di stato, s’erano avvicendati ne’ consigli del re. L’Italia era fatta, si diceva da ogni parte; ma pure Austriaci e Francesi tenevano ancora il piede in casa nostra. Il partito dell’opposizione andava aumentando di numero e d’audacia. (…) Gabrio non ritrovò più a Milano la vita romorosa e splendida, quell’aria di contentezza, quell’entusiasmo confidente nell’avvenire che v’aveva lasciato: non ci vollero che que’ pochi mesi per vedere rinnovato il malcontento, ridesti i sospetti che negli animi covavano, più sordo e più tristi che non ai primi giorni della pace di Villafranca. Rivide gli amici, gli antichi compagni di scuola e molti co’ quali aveva un tempo divisi i rischi del campo e le gioie della battaglia, Ma que’ giorni eran passati: alcuni lo accolsero con fredda cortesia, altri con indifferenza significante; più d’uno, con quel sorriso di congratulazione ironica che vuol dire: Ti sei messo dalla parte che trionfa; ma ride bene chi ride ultimo.» E «uno di que’ molti che col gridare “guerra di popolo e repubblica!” credono di ver trovato il rimedio a tutti i mali del nostro tempo» fu un avvocato vecchia conoscenza di Gabrio «che pareva del numero di que’ politici di buona fede, così facili alle conversioni, i quali da conservatori liberali promettono di diventar codini a suo tempo, da ultimo s’era mutato in socialiste e democratico arrabbiato, Anche lui era di que’ tali a cui par facile combinare insieme la famiglia e la società, la patria e lo stato, come fossero gli elementi chimici delle loro utopie; e, credendo un’invenzione la vita sociale che vedono intorno a sé, vogliono inventarne una alla loro volta.»
Al cospetto del ritratto degli antenati di famiglia. Comunque, Gabrio impartirà al figlioletto una lezione di patriottismo che pare la morale finale di un libro delle “buone letture”: «Questi uomini che ti piace tanto di guardare, e de’ quali sta bene ti ricordi i nomi, adesso son passati, non torneranno più. Anch’essi, a quel tempo, n’hanno fatto delle cose grandi e belle… Ma noi, noi più di loro! Perché noi, vedi, dal nostro paese siam riusciti a cacciar via gli stranieri, a cui i nostri vecchi, quantunque qualche volta ci pensassero anche loro, e ne sentissero vergogna, l’avevano lasciato in mano… E l’Italia, ricordati bene questo, è nostra finalmente! E tuo padre ti dice che anche tu, come fece lui, dovrai difenderla sempre, contro tutti!... Amala fin da oggi, guarda la sua bellezza… Ma non basta! Sii l’amico di quanti le fanno onore; diventa il compagno de’ poveri lavoratori di questa terra benedetta, de’ buoni e industriosi artigiani; passa i torrenti, i boschi, le montagne… La natura è viva: ma tu hai da vivere più forte di lei!...»

Giulio Carcano
Così come Manzoni definì storia milanese i suoi “Promessi Sposi”, anche Carcano definì in quel modo il suo romanzo, raccontando però una vicenda che era ancora attualità. La storia si svolge infatti tra il 1859 e il 1866 e cioè gli anni in cui si va compiendo l’unificazione italiana e di quello Carcano si occupa, pur riconoscendo che soltanto i posteri potranno dare di quel periodo un giudizio più avveduto: «Non vogliamo intessere in questo racconto casalingo le memorabili vicende della guerra d’indipendenza: la storia le scriverà e saranno pagine gloriose che noi, superbi di aver veduto que’ giorni, insegneremo a leggere ai figli nostri, ricordandoci d’aver anche noi amato questa cara Italia e sofferto per essa.»
Quando Carcano scrive, l’Italia è pressoché “fatta”: Roma è già la capitale e all’appello mancano solo Trento e Trieste. Ma negli anni in cui si dipana il racconto, l’Italia non c’è ancora e si è nel pieno delle guerre d’indipendenza. Il romanzo diventa così una riflessione sul Risorgimento, al quale lo scrittore dette pure il suo contributo. Forse piccolo e un po’ “avventato” stando al ritratto fornitoci (a firma Renzo Negri) dal Dizionario biografico degli Italiani dell’Enciclopedia Treccani: «Nel 1848, al termine dell'insurrezione delle Cinque giornate, si mise a disposizione del governo provvisorio. (…) Il 27 luglio, volgendo al peggio le sorti della guerra, fu mandato a Parigi, accompagnandovi il marchese A. Guerrieri Gonzaga, con l'urgente missione di chiedere l'aiuto dei Francesi; ma dal ritorno degli Austriaci ai primi d'agosto ebbe precluso il rimpatrio. Brav'uomo ma tutt'altro che tempra d'eroe, il Carcano si lagna nell'epistolario di essersi cacciato in simili frangenti, e da Lucerna, Basilea e Parigi scrive lettere sgomente alla moglie, rivelando insieme la perplessità e l'imbarazzo con cui venivano accolte nella Francia del Thiers, già per suo conto in gravi difficoltà politiche e finanziarie, le speranze italiane.»

Gli eventi bellici e politici risorgimentali si intrecciano dunque strettamente con la storia personale di Gabrio e Camilla. Non solo perché il protagonista partecipa da volontario a quelle battaglie, ma anche perché l’amore tra i due sembra proprio voler simboleggiare i tempi nuovi. L’uno e l’altra sono milanesi. Lei proviene da una famiglia nobile, lui ha un’estrazione più modesta per quanto sia pur sempre un ingegnere e abbia dimora e Milano e casa per la villeggiatura in Brianza. A pochi passi dal “castellazzo” del padre di Camilla, il marchese Francesco Maria di C***, «un uomo dei più ricchi di Milano». Si contrappongono così la nobilità in decadenza (e infatti il marchese è sull’orlo della rovina) e la borghesia in ascesa (a salvare i suoceri sarà proprio Gabrio). La prima per lo status quo, la seconda per la “rivoluzione”.

Il colle di Montevecchia
Non è detto dove siano di preciso il castellazzo del marchese e la più sobria casa di Gabrio, detta il “Campello”: dovrebbero essere lo stesso villaggio e la stessa parrocchia di fantasia. Ma in un luogo ben preciso: nei pressi di Monticello, località attorno alla quale si snoda la gran parte degli eventi. Ed è al Caffè di Monticello, chiamato prima “Nazionale” e poche pagine dopo “Nuovo” (se poi un Caffè sia stato possibile a quell’epoca nel paese brianzolo), che si spettegola sulle sorti degli uni e degli altri.

Una veduta di Monticello
Il romanzo si apre in occasione della festa al santuario della Madonna del Bosco nell’autunno del 1858: «Il cielo della Brianza non era mai stato così splendido, né l’aria così pura e tranquilla, come il giorno che precedette la festa della Madonna di settembre. La Brianza, la più bella parte dell’alto milanese (…) era quel giorno, in molti paeselli della sua parte montana, più del consueto allegra e ridente: la vigilia pareva già un principio della festa. Un andare e venire di gente affaccendata negli apparecchi per la domane, uno sgombrar delle vie e della piazza della chiesa, uno sfoggio di fronde e festoni alle porte, alle finestre; lo scampanare incessante, l’alzar di tavole e trabacche all’aperto chiamavano frotte d’uomini, di donne e fanciulli sulle strade e pei campi; che tutti sentivano il bisogno d’un po’ d’allegria, di romore, e volevano, per un giorno, dimenticare la loro povera vita e lo scarso ricolto dell’anno.»

Il Santuario della Madonna del Bosco
E «dinanzi a una scena così bella (…) a chi non sarebbe corsa sul labbro questa esclamazione: “Che paese, che popolo felice.” Eppure, non era così. Al pari di tutta la restante Lombardia, quella parte del bel paese, quelle campagne sparse di ville e di palazzi, liete qua e là di piccole borgate che son piccole città, soffrivano anch’esse a quel tempo sotto il peso del dominio straniero. (…) E le famiglie campagnuole, non men di quelle delle città, vedevansi ormai ridotte allo stremo dalle imposte crescenti, dalla dura legge della coscrizione militare, e dagli arbitri d’un governo che s’affidava di poter togliere agli oppressi fin la speranza.»

Sulla scena si fanno altri personaggi che è impossibile qui tratteggiare nella loro completezza e che contribuiscono da un lato ad arricchire la trama e dall’altro a evidenziare i pensieri e le evoluzioni dei personaggi. C’è, per esempio, quel don Vitale spedito a far da coadiutore in una valle sperduta per via di certe sue prese di posizione giudicate poco ortodosse. A Gabrio, incontrato in un momento di debolezza proprio nei confronti di Camilla «veduta distaccarsi da me, distratta, perduta nelle sua malinconie», il prete dice: «Povera ragione umana! Che ti spaventi dell’infinito, perché non vuoi comprendere ciò che sorpassa la natura. Ma ditemi, la scienza, questa fatica della nostra mente, non è parte dell’infinito? O l’infinito essa medesima?... Voi avete studiato per tant’anni, avete forse trovato qualche principio del vero, qualche certezza, là dove altri n’ebbero appena un barlume, un sospetto, una previsione; e potete credere che verrà giorno, in cui un uomo abbia a dire: Nella scienza, nell’arte mia tutto è scoperto, tutto si sa?... Nessuno più grande di Omero e di Shakespeare? Nessuno più profondo di Galileo, di Newton, di Volta?... Oh! Sentite compassione di voi, perché la vostra ragione, che non crede all’amore, non crede neppure alla scienza.» E più avanti: «L’errore e l’ignoranza regneranno, pur troppo, fino a quando nella fraterna concordia cristiana e nella libertà tutti avranno imparato ad amare, a perdonare; fino al giorno in cui si capirà che la scienza degli uomini e quella di Dio hanno lo stesso principio… Oh! Quel giorno verrà…».

Del resto, la storia famigliare rispecchia i cambiamenti sociali: la vecchia aristocrazia austriacante si è adeguata a questa nuova Italia che va formandosi. E del resto, anche i reduci delle battaglie risorgimentali cambiano pelle,
In un Risorgimento dalle molte facce e dalle tante pulsioni, Giulio Carcano non nasconde ala propria posizione politica: fedele alla monarchia sabauda, loda Vittorio Emanuele II e stravede per Cavour, mentre ci appare quanto meno perplesso sulle turbolenze garibaldine e repubblicane.
Vede comunque anch’egli le ombre che si profilano fin da subito all’orizzonte, affidandosi al pensiero di Gabrio: «Aveva veduto agli esterni pericoli, che attorniavano il nuovo regno, aggiungersi, pur troppo, gl’interni rancori, le inimicizie personali, le diffidenze e le gare rinascenti, de’ partiti politici; i quali, dopo la morte di Cavour, non s’erano mai potuti rannodare in una maggioranza sincera de’ liberali, forza e unità potente d’ogni governo. Mutavansi a ogni poco i ministri; e non sempre gli uomini più autorevoli, più onesti, seguaci della tradizione del perduto grand’uomo di stato, s’erano avvicendati ne’ consigli del re. L’Italia era fatta, si diceva da ogni parte; ma pure Austriaci e Francesi tenevano ancora il piede in casa nostra. Il partito dell’opposizione andava aumentando di numero e d’audacia. (…) Gabrio non ritrovò più a Milano la vita romorosa e splendida, quell’aria di contentezza, quell’entusiasmo confidente nell’avvenire che v’aveva lasciato: non ci vollero che que’ pochi mesi per vedere rinnovato il malcontento, ridesti i sospetti che negli animi covavano, più sordo e più tristi che non ai primi giorni della pace di Villafranca. Rivide gli amici, gli antichi compagni di scuola e molti co’ quali aveva un tempo divisi i rischi del campo e le gioie della battaglia, Ma que’ giorni eran passati: alcuni lo accolsero con fredda cortesia, altri con indifferenza significante; più d’uno, con quel sorriso di congratulazione ironica che vuol dire: Ti sei messo dalla parte che trionfa; ma ride bene chi ride ultimo.» E «uno di que’ molti che col gridare “guerra di popolo e repubblica!” credono di ver trovato il rimedio a tutti i mali del nostro tempo» fu un avvocato vecchia conoscenza di Gabrio «che pareva del numero di que’ politici di buona fede, così facili alle conversioni, i quali da conservatori liberali promettono di diventar codini a suo tempo, da ultimo s’era mutato in socialiste e democratico arrabbiato, Anche lui era di que’ tali a cui par facile combinare insieme la famiglia e la società, la patria e lo stato, come fossero gli elementi chimici delle loro utopie; e, credendo un’invenzione la vita sociale che vedono intorno a sé, vogliono inventarne una alla loro volta.»
Al cospetto del ritratto degli antenati di famiglia. Comunque, Gabrio impartirà al figlioletto una lezione di patriottismo che pare la morale finale di un libro delle “buone letture”: «Questi uomini che ti piace tanto di guardare, e de’ quali sta bene ti ricordi i nomi, adesso son passati, non torneranno più. Anch’essi, a quel tempo, n’hanno fatto delle cose grandi e belle… Ma noi, noi più di loro! Perché noi, vedi, dal nostro paese siam riusciti a cacciar via gli stranieri, a cui i nostri vecchi, quantunque qualche volta ci pensassero anche loro, e ne sentissero vergogna, l’avevano lasciato in mano… E l’Italia, ricordati bene questo, è nostra finalmente! E tuo padre ti dice che anche tu, come fece lui, dovrai difenderla sempre, contro tutti!... Amala fin da oggi, guarda la sua bellezza… Ma non basta! Sii l’amico di quanti le fanno onore; diventa il compagno de’ poveri lavoratori di questa terra benedetta, de’ buoni e industriosi artigiani; passa i torrenti, i boschi, le montagne… La natura è viva: ma tu hai da vivere più forte di lei!...»
Dario Cercek




















