SCAFFALE LECCHESE/316: com’è fatta la Valsassina. Una gita con lo scienziato
Geomorfologia – ci dice il vocabolario Treccani - è «una disciplina che studia le forme della crosta terrestre, la loro genesi ed evoluzione.». Tra gli studiosi della materia più riconosciuti del Novecento italiano ci fu il milanese Giuseppe Nangeroni, nato nel 1892 e morto nel 1987. Si era laureato in scienze naturali nel 1919 discutendo la propria tesi avendo come relatore il professor Torquato Taramelli, uno degli allievi prediletti del nostro Antonio Stoppani. E nel 1941, ricorrendo il cinquantesimo della morte dell’abate Stoppani, proprio Nangeroni ne pubblicò un ritratto sulla rivista “Vita e pensiero” dell’Università Cattolica. Ateneo dove fu a lungo docente e che nel 1992, nel centenario della nascita, lo volle ricordare pubblicando alcuni suoi scritti sotto il titolo di “Geomorfologia lariana”.
«Tra il 1969 e il 1974 – recita la presentazione di Giuseppe Orombelli, docente alla Statale di Milano – Giuseppe Nangeroni veniva pubblicando una serie di note e memorie concernenti la geomorfologia delle montagne lariane, un tema di ricerca da lungo tempo coltivato ed a lui particolarmente caro, al quale in quegli anni, libero ormai dagli impegni accademici, poteva dedicare tempo e attenzione. Quasi spinto dall’ansia di non lasciar svanire, ma anzi di raccogliere e riordinare i frutti di ricerche svolte negli anni passati, con lena ancora giovanile e con l’onestà chi sente il dovere di portare a compimento i lavori iniziati.»
Nel volume sono dunque raccolte le note geomorfologiche sui monti a occidente del Lario comasco e sul territorio montuoso ad oriente, gli appunti sul Triangolo Lariano e infine le montagne lariane nel loro complesso. Dunque, si parla del nostro territorio, del lago e dei monti.
È impossibile – e sarebbe un tedio smisurato – riassumere un corposo volume di oltre cinquecento pagine muovendoci tra rocce liassiche, gneiss, morene rissiane, radiolariti, marne e calcari. Si tratta del resto di argomento per specialisti.
Meglio allora soffermarsi su un libretto pubblicato dal Comitato scientifico del Club alpino italiano in prima edizione nel 1973 e in seconda nel 1976, nell’ambito della collana “Itinerari naturalistici e geografici attraverso le montagne italiane”.
Nangeroni, che del Cai era anche esponente di punta, guida il lettore in una vera e propria gita da Milano in Valsassina (con ritorno da Bellano e il lago). Una gita di una giornata «tutta in torpedone» prevedendo però «una puntata per un totale di circa due ore che comprendono l’andata e ritorno in cabinovia da Barzio a Bobbio e, a piedi, sui dossi degli stessi Piani.»
Il professor Nangeroni si occupa anche dei piccoli dettagli tecnici: «Insistere perché il torpedone sia fornito di microfono funzionante; meglio se si può disporre anche di un alto-parlante per quando si è a terra. Il tempo da trascorrere in torpedone non è molto, però sono da dosare bene i tempi delle fermate.»
Dunque la gita. Si esce da Milano lungo il viale Zara e il viale Fulvio Testi che a Sesto San Giovanni-Cinisello si innesta con la superstrada per il Rondò di Monza…
Naturalmente noi non stiamo sul torpedone e ci troviamo già a Balisio a guardare verso il Grignone: «Vediamo uscire da un vallone le acque del torrente Pioverna, Siamo a 725 m, le acque vengono da nord; a sud, nel cañon del Prà alla Chiesa, tutto è più basso (696 m. alla Gera di Ballabio); dunque il fiume dovrebbe scendere a sud, verso Lecco. Invece, ecco che gira di oltre 90° per dirigersi a nord e scendere così sul fondo della conca diretto a Bellano.
È probabile che in origine queste acque scendessero veramente verso Ballabio e Lecco, ma che la fronte glaciale würmiana (e cioè della cosiddetta glaciazione di Würm, l’ultima che ha interessato l’arco alpino tra centomila e ventimila anni fa, ndr), qui giunta da Bellano, abbia determinato un tale scavo a nord da obbligare le acque a prendere questa nuova via per raggiungere, insieme alle acque della Pioverna di Maggio-Moggio, le acque della Valsassina che già seguivano la direzione verso Bellano.»
Attorno, ci sono i paesi di «Barzio, Cremeno, Maggio, Cassina, Moggio, (…) Pasturo e Baiedo. Tutti nomi che ci ricordano le migrazioni di pastori e di bestiame dalle valli brembane alla nostra Valsassina; di pastori-fittavoli, che dalle cascine corti del basso milanese si stanziarono nella città di Milano, come si può riconoscere da alcuni tipici cognomi milanesi ma di provenienze brembana-valsassinese (Brambilla, Manzoni, Invernizzi, Locatelli, ecc.). A questo movimento migratorio popolare dalla bergamasca al milanese, aveva corrisposto un movimento politico-ecclesiastico in direzione opposto, tanto che la Diocesi di Milano, ancora oggi, penetra nella terra brembana, ormai solo come rito ambrosiano alla Val Taleggio di Mezzo, ma ancora come giurisdizione nell’alta Val Taleggio, nell’alta Valle Imagna e nell’alta Val Torta.»
A proposito delle Grigne, Nangeroni rileva come «la separazione è data da una notevole ben visibile depressione chiamata Buco di Grigna. Qui finisce la dolomia ladinica della Grignetta e ha inizio una gradinata che sale al Grignone. La gradinata è dovuta all’alternanza di rocce compatte (= salti) e tenere (= piani).» descrivendoci poi il «grande circo del Moncodeno (Grigna settentrionale), circo glaciale a carsificato in modo grandioso da pozzi e doline (presso cui vi è la famosa grotta di Moncodeno descritta da Leonardo, fredda e ricca di stalattiti di ghiaccio.»
Nangeroni, che si è anche occupato di quella che viene definita geografia antropica, ci dice che «la popolazione tradizionale della Valsassina è una delle poche popolazioni prealpine e alpine che hanno compreso come ogni territorio deve essere utilizzato per quello che può rendere di più. E, in montagna, rende certo di più l’allevamento bovino, cioè il prato e il pascolo, che il grano (naturalmente oltre al bosco, alla forza delle acque e alle patate). Qui non si coltiva grano; al più le patate, moltissimo il foraggio, (…) poi il turismo» ma «nessuna industria vera e propria» Particolare quest’ultimo un po’ incongruo: è probabile che negli anni Settanta – quando l’industria era più che ben avviata anche in valle – l’autore fosse ricorso ad appunti raccolti chissà quanti anni prima…
E guardando al Monte Muggio, segnala la scomparsa di una civiltà. Sulle pendici infatti «sono sorti villaggi di montagna, di cui uno più importante degli altri è Vendrogno. (…) Altri piccoli lenti pendii naturali vennero trasformati in terrazzi (in Lombardia chiamati “ronchi”). Questi terrazzi ben coltivati fino a 30 anni fa, oggi sono quasi tutti abbandonati e di essi sovente neppure l’erba dei prati viene falciata, effetto dello sviluppo industriale e dall’aumentato tenore di vita non compatibile oggi con un’agricoltura di montagna polverizzata, come è questa e in genere quella alpina. »
Dal canto suo dimostra un po’ troppo ottimismo: «Con la parziale diminuzione dello sviluppo industriale, cioè con la diminuzione razionale del consumismo, e con una migliore utilizzazione della campagna, sia con maggiori aiuti ai coltivatori, sia con l’introduzione di piccole macchine, adatte anche ai brevi e stretti piani dei terrazzi, sia con la scelta di prodotti di maggior valore, cioè migliori, è probabile che si ritorni ad un maggior sfruttamento di questi ronchi.»
Scesi a Bellano non si può certo non fare tappa all’Orrido: «È probabile che questo scavo sia avvenuto solo nei 15 mila anni dal ritiro dei ghiacciai, ma non è improbabile che l’azione erosiva abbia avuto inizio quando ancora il gradino era coperto dalla lingua glaciale., però già in forte regresso. (…) Si notano delle grandiose “marmitte dei giganti”»
Affacciandosi al lago, si scorge sull’altra sponda Dongo, «celebre per le miniere di ferro che hanno alimentato fino a uno-due secoli fa le fonderie di Laorca sopra Lecco,»
Usciti da Bellano, comunque, ci si avvia verso Sud, «cioè verso Milano donde siamo partiti stamane.»
La piccola guida riporta anche “uno sguardo alla vegetazione” a cura di Giovanni Fornaciari: nato nel 1907 e morto nel 1991, fu docente universitario di botanica, visse a lungo in Valtellina e lavò anche in Friuli. Fu anche socio del Gruppo naturalistico della Brianza e i lecchesi lo conoscono soprattutto per il sentiero naturalistico del monte Barro che a lui è intitolato anche se le condizioni attuali non sono certo delle migliori, per non dire che non lo si riconosce quasi più.
Ci parla dei boschi di castagni, querce e robinie e anch’egli ricorda i terrazzamenti di Vendrogno un tempo coltivati a vite, mentre a lecco negli orti e nei giardini «non è difficile vedere piante di ulivi, di palme giapponesi, di araucarie e moltissime piante esotiche perfettamente acclimatate. Ci viene poi descritta la flora nelle sue infinite variazioni. Che, appunto essendo infinite, non possiamo certo contenere nei nostri spazi.
Fornaciari conclude il suo intervento con un invito a difendere anche gli animali. Scrive: «È vero, vi sono animali che fanno del male, direttamente o indirettamente all’uomo, ma sono molto pochi, almeno nelle nostre regioni; anche gran parte di ciò che si dice di male delle fiere è invenzione o esagerazione oppure sono animali piccoli, piccolissimi, microscopici che trasmettono o danno malattie: zanzare, mosche, amebe e altri protozoi, Ma la maggior parte degli animali che noi vediamo non fanno male, spesso, anzi, portano benefici. (…) Perché schiacciare le lumache e le chiocciole? Che male ci fanno? Perché uccidere i millepiedi e gli scarabei, divoratrici di piccoli insetti dannosi?» E via: lucertole, salamandre, raganelle e rospi, lombrichi, ragni, talpe, ricci egli uccelli. «Non maltrattiamo, non distruggiamo gli animali che non ci fanno del male!»

Nel volume sono dunque raccolte le note geomorfologiche sui monti a occidente del Lario comasco e sul territorio montuoso ad oriente, gli appunti sul Triangolo Lariano e infine le montagne lariane nel loro complesso. Dunque, si parla del nostro territorio, del lago e dei monti.
È impossibile – e sarebbe un tedio smisurato – riassumere un corposo volume di oltre cinquecento pagine muovendoci tra rocce liassiche, gneiss, morene rissiane, radiolariti, marne e calcari. Si tratta del resto di argomento per specialisti.

Nangeroni, che del Cai era anche esponente di punta, guida il lettore in una vera e propria gita da Milano in Valsassina (con ritorno da Bellano e il lago). Una gita di una giornata «tutta in torpedone» prevedendo però «una puntata per un totale di circa due ore che comprendono l’andata e ritorno in cabinovia da Barzio a Bobbio e, a piedi, sui dossi degli stessi Piani.»

Dunque la gita. Si esce da Milano lungo il viale Zara e il viale Fulvio Testi che a Sesto San Giovanni-Cinisello si innesta con la superstrada per il Rondò di Monza…
Naturalmente noi non stiamo sul torpedone e ci troviamo già a Balisio a guardare verso il Grignone: «Vediamo uscire da un vallone le acque del torrente Pioverna, Siamo a 725 m, le acque vengono da nord; a sud, nel cañon del Prà alla Chiesa, tutto è più basso (696 m. alla Gera di Ballabio); dunque il fiume dovrebbe scendere a sud, verso Lecco. Invece, ecco che gira di oltre 90° per dirigersi a nord e scendere così sul fondo della conca diretto a Bellano.

Attorno, ci sono i paesi di «Barzio, Cremeno, Maggio, Cassina, Moggio, (…) Pasturo e Baiedo. Tutti nomi che ci ricordano le migrazioni di pastori e di bestiame dalle valli brembane alla nostra Valsassina; di pastori-fittavoli, che dalle cascine corti del basso milanese si stanziarono nella città di Milano, come si può riconoscere da alcuni tipici cognomi milanesi ma di provenienze brembana-valsassinese (Brambilla, Manzoni, Invernizzi, Locatelli, ecc.). A questo movimento migratorio popolare dalla bergamasca al milanese, aveva corrisposto un movimento politico-ecclesiastico in direzione opposto, tanto che la Diocesi di Milano, ancora oggi, penetra nella terra brembana, ormai solo come rito ambrosiano alla Val Taleggio di Mezzo, ma ancora come giurisdizione nell’alta Val Taleggio, nell’alta Valle Imagna e nell’alta Val Torta.»
A proposito delle Grigne, Nangeroni rileva come «la separazione è data da una notevole ben visibile depressione chiamata Buco di Grigna. Qui finisce la dolomia ladinica della Grignetta e ha inizio una gradinata che sale al Grignone. La gradinata è dovuta all’alternanza di rocce compatte (= salti) e tenere (= piani).» descrivendoci poi il «grande circo del Moncodeno (Grigna settentrionale), circo glaciale a carsificato in modo grandioso da pozzi e doline (presso cui vi è la famosa grotta di Moncodeno descritta da Leonardo, fredda e ricca di stalattiti di ghiaccio.»
Nangeroni, che si è anche occupato di quella che viene definita geografia antropica, ci dice che «la popolazione tradizionale della Valsassina è una delle poche popolazioni prealpine e alpine che hanno compreso come ogni territorio deve essere utilizzato per quello che può rendere di più. E, in montagna, rende certo di più l’allevamento bovino, cioè il prato e il pascolo, che il grano (naturalmente oltre al bosco, alla forza delle acque e alle patate). Qui non si coltiva grano; al più le patate, moltissimo il foraggio, (…) poi il turismo» ma «nessuna industria vera e propria» Particolare quest’ultimo un po’ incongruo: è probabile che negli anni Settanta – quando l’industria era più che ben avviata anche in valle – l’autore fosse ricorso ad appunti raccolti chissà quanti anni prima…

Dal canto suo dimostra un po’ troppo ottimismo: «Con la parziale diminuzione dello sviluppo industriale, cioè con la diminuzione razionale del consumismo, e con una migliore utilizzazione della campagna, sia con maggiori aiuti ai coltivatori, sia con l’introduzione di piccole macchine, adatte anche ai brevi e stretti piani dei terrazzi, sia con la scelta di prodotti di maggior valore, cioè migliori, è probabile che si ritorni ad un maggior sfruttamento di questi ronchi.»
Scesi a Bellano non si può certo non fare tappa all’Orrido: «È probabile che questo scavo sia avvenuto solo nei 15 mila anni dal ritiro dei ghiacciai, ma non è improbabile che l’azione erosiva abbia avuto inizio quando ancora il gradino era coperto dalla lingua glaciale., però già in forte regresso. (…) Si notano delle grandiose “marmitte dei giganti”»
Affacciandosi al lago, si scorge sull’altra sponda Dongo, «celebre per le miniere di ferro che hanno alimentato fino a uno-due secoli fa le fonderie di Laorca sopra Lecco,»
Usciti da Bellano, comunque, ci si avvia verso Sud, «cioè verso Milano donde siamo partiti stamane.»
La piccola guida riporta anche “uno sguardo alla vegetazione” a cura di Giovanni Fornaciari: nato nel 1907 e morto nel 1991, fu docente universitario di botanica, visse a lungo in Valtellina e lavò anche in Friuli. Fu anche socio del Gruppo naturalistico della Brianza e i lecchesi lo conoscono soprattutto per il sentiero naturalistico del monte Barro che a lui è intitolato anche se le condizioni attuali non sono certo delle migliori, per non dire che non lo si riconosce quasi più.
Ci parla dei boschi di castagni, querce e robinie e anch’egli ricorda i terrazzamenti di Vendrogno un tempo coltivati a vite, mentre a lecco negli orti e nei giardini «non è difficile vedere piante di ulivi, di palme giapponesi, di araucarie e moltissime piante esotiche perfettamente acclimatate. Ci viene poi descritta la flora nelle sue infinite variazioni. Che, appunto essendo infinite, non possiamo certo contenere nei nostri spazi.
Fornaciari conclude il suo intervento con un invito a difendere anche gli animali. Scrive: «È vero, vi sono animali che fanno del male, direttamente o indirettamente all’uomo, ma sono molto pochi, almeno nelle nostre regioni; anche gran parte di ciò che si dice di male delle fiere è invenzione o esagerazione oppure sono animali piccoli, piccolissimi, microscopici che trasmettono o danno malattie: zanzare, mosche, amebe e altri protozoi, Ma la maggior parte degli animali che noi vediamo non fanno male, spesso, anzi, portano benefici. (…) Perché schiacciare le lumache e le chiocciole? Che male ci fanno? Perché uccidere i millepiedi e gli scarabei, divoratrici di piccoli insetti dannosi?» E via: lucertole, salamandre, raganelle e rospi, lombrichi, ragni, talpe, ricci egli uccelli. «Non maltrattiamo, non distruggiamo gli animali che non ci fanno del male!»
Dario Cercek




















