SCAFFALE LECCHESE/323: nel 1785 il missionario derviese frate Fiorenzo Magni moriva in carcere a Pechino
Ricorre quest’anno il bicentenario della nascita del beato Giovanni Mazzucconi, il missionario di Rancio ucciso in Papua Nuova Guinea nel 1855. Non fu il primo missionario martire lecchese in terra d’Asia. Settant’anni prima di Mazzucconi, un altro missionario lecchese era morto in circostanze tragiche: si tratta del frate francescano Fiorenzo Maria Magni, nato a Dervio il 12 febbraio 1725 e deceduto in carcere a Pechino il giorno del suo sessantesimo compleanno, nel 1785. In occasione del bicentenario della morte, nel 1985, la parrocchia di Dervio dedicò il numero di settembre e ottobre del proprio bollettino alla biografia del missionario derviese.
L’autore è Fiorenzo Sabbadin, anch’egli francescano, nato in provincia di Vicenza nel 1923 e morto nel convento meratese di Sabbioncello nel 2005, figura tra l’altro di un certo interesse: negli anni Settanta, con altri frati, visse l’esperienza del prete operaio e successivamente fu segretario dell'Evangelizzazione Missionaria, curando con i rapporti con i numerosi missionari lombardi sparsi nel mondo.
A portarci sull’uscio di casa Magni a Dervio erano stati Franco Belluschi e Giuseppe Ghielmetti nel loro vagabondare lariano. In effetti, accanto all’ingresso c’è una lapide che ricorda come in quell’edificio nacque il «vescovo francescano di Sian Fu in Cina morto martire per la fede».
Battezzato col nome di Tommaso, era figlio di Francesco dei conti Magni e di Maria Cavi di Corenno.
Da parte sua, Sabbadin ci parla di Dervio: «Non era un borgo qualsiasi: era un centro di attività commerciali dovute alla sua felice ubicazione posta allo sbocco della valle del Varrone e allineata sullo “stradale militare” che porta allo Stelvio. (…).
Oggi è quello che è: un insediamento umano in fase di espansione, con una grossa fetta di immigrati, aperto al turismo e con un notevole incremento edilizio, soprattutto attorno e ai piedi del Castello.»
Dell’infanzia di Tommaso poco o nulla si sa. La prima notizia che buca le nebbie del tempo è quella relativa all’inizio del noviziato nel convento di San Bernardino a Pallanza sul lago Maggiore: era il 22 aprile 1742, Tommaso aveva quindi 17 anni e prese il nome conventuale di Francesco Maria da Dervio con il quale «si firmerà sempre.»

Quasi tre lustri dopo, nel 1756, ce lo ritroviamo padre guardiano e cioè superiore del convento di Santa Maria delle Lacrime di Dongo, dove peraltro in passato vi erano stati anche due suoi zii: padre Bonaventura e padre Gaetano. Il nostro Francesco Maria restò a Dongo per tre anni, per poi andare appunto missionario. Aveva presentato domanda per essere inviato in Cina «dove già operavano alcuni frati minori lombardi, come padre Giambattista Pedracini di Bormio e padre Odoardo di Olate.»
L’8 luglio 1760, padre Magni prestava giuramento per il nuovo incarico a Milano Non partì da solo per la Cina – ci informa Sabbadin – ma con due compagni.
I missionari tutti passavano per Roma «che era il punto di partenza obbligato (…) dopo di che iniziavano il grande balzo che li avrebbe portati in Cina attraverso l’Armenia, la Persia, Ceylon, Manila e Macao, colonia portoghese. (…) Un viaggio rischioso che non sempre finiva bene. In alcuni casi, qualche missionario si ammalava, moriva, oppure gruppi interi di frati sparivano nel nulla, ingoiati da questi immensi e selvaggi territori.»
Il viaggio di padre Magni e degli altri due frati – continua il biografo – durò due anni: arrivarono a Macao il 6 luglio 1762 «ma qui cominciarono i guai. I portoghesi non gradirono la venuta di questi missionari italiani (…) i confratelli francescani del luogo si rifiutarono di dar loro ospitalità. (…) Così padre Magni e i suoi compagni si videro costretti a rivolgersi ai Domenicani, i quali offrirono loro un luogo per dormire tanto repellente che il vescovo di Macao, mosso a compassione, ordinò che fossero ospitati nel Collegio dei padri Gesuiti. (…) Rimasero a Macao diversi mersi in attesa che si presentasse l’occasione propizia di penetrare in Cina. In Cina, infatti, essi potevano entrare solo clandestinamente in quanto sui missionari gravava il sospetto, immotivato per la verità, di essere agenti stranieri.»
Occorre ricordare che in quel periodo la Cina era all’erta contro le potenze occidentali e le politiche di colonizzazione che venivano viste anche nell’attività missionaria.
Finalmente, nel 1763, passarono il confine «un po’ mimetizzati» sotto la guida di alcuni cristiani cinesi e raggiunsero la regione dello Shansi-Shensi: «Un viaggio di tremila chilometri, sempre con l’assillo di venire scoperti, che durò praticamente un anno.»
In quella zona a Nord della Cina l’evangelizzazione «non aveva nulla di gratificante, in una situazione di incognite e pesante per la durezza della vita. Spostandosi da una zona all’altra, senza dare nell’occhio, padre Magni visitò ad una ad una le famiglie cristiane del suo settore, per celebrare i sacramenti e fortificarle nella fede, Per dormire, la notte, gli bastava una stuoia al riparo di qualche fienile, e per mangiare quello che trovava nei boschi o quello che gli davano i cristiani. Ma a volte, quando doveva attraversare delle regioni disabitate o desertiche, il rischio era di rimanere a stomaco vuoto per qualche giorno se non si adattava a mangiar radici. Queste notizie non sono creazioni della fantasia. Sono cose che raccontava lo stesso Magni nelle lettere che periodicamente inviava a Canton attraverso fidi amici e che poi giungevano a Roma»
Esiste – ci dice lo stesso Sabbadin nella bibliografia – un «corposo epistolario» di monsignor Magni conservato nell’archivio dell’istituto di Propaganda Fide a Roma. Purtroppo, il libretto stampato dalla parrocchia per i fedeli della comunità derviese non pretendeva di essere uno studio esauriente sulla figura di Magni. Pertanto, di quelle lettere, mai pubblicate nemmeno altrove, non abbiamo nessun esempio a portata di mano. Peccato.
Due anni dopo l’ingresso in Cina, per la precisione il 10 novembre 1765, Magni venne nominato vescovo dello Shensi, un «territorio vasto tre volte l’Italia» e che «ogni tre anni doveva essere percorso tutto.»
Restò vescovo fino al 1778, quando problemi di salute lo convinsero di chiedere d’essere sollevato dall’incarico. A quel punto avrebbe potuto tornare in patria, ma non volle «lasciare i suoi cristiani e rischiare con la sua malferma salute un viaggio simile» e restò quindi in Cina.
Fu nel 1783 che le autorità cinesi impressero una stretta alla presenza straniera con relativa persecuzione di cristiani cinesi e missionari esteri. Ne restò coinvolto anche un altro missionario lecchese, monsignor Giambattista Zucchi da Mandello: «Egli – leggiamo - con tre compagni frati, era sbarcato a Macao, poi era entrato clandestinamente in territorio cinese ed aveva iniziato il viaggio verso lo Shensi per dare una mano a monsignor Magni. Ma nell’aprile del 1784 (…) vennero catturati e condotti a Hukwang per essere interrogati. [Poi] con una marcia di 37 giorni, i quattro missionari incatenati furono portati a Pechino dove giunsero l’8 dicembre 1784. Nel carcere di questa città trovarono monsignor Magni.».
Il frate lariano era stato infatti catturato con due sacerdoie cinesi e rinchiuso a Pechino, dove «fu sottoposto alla tortura perché rivelasse i nomi dei missionari, dei preti cinesi e dei cristiani più importanti. Ma egli tacque sempre.»
Ma la campagna di repressione non mostrava segni di addolcimento e altri religiosi cristiani, missionari e preti cinesi, andarono a riempire le celle pechinesi «in completo isolamento e senza viveri: solo la carità di qualche buona persona faceva passare loro qualche cibo.»
All’alba del 12 febbraio 1785, monsignor Magni moriva, «ucciso dalle torture e dalla fame. Il suo corpo venne staccato dalle catene e consegnato, dietro lauta ricompensa, ad alcuni cristiani di Pechino, che lo seppellirono nel cimitero di Nantang, alla periferia della città. Uno dopo l’altro, altri sei missionari fecero la medesima fine», mentre padre Zucchi e i suoi compagni «vennero espulsi dalla Cina il 9 novembre 1785, dopo quasi un anno di carcere.»
La tomba di padre Francesco Maria da Dervio restò visitabile fino al 1900. L’anno prima era scoppiata la celebre rivolta dei Boxer, un altro movimento contro le interferenze in Cina, e i tumulti che ne furono conseguenza portò alla distruzione della tomba e alla dispersione del corpo. Ma era stato proprio nel 1899 – conclude Sabbadin – che «un fotografo dilettante aveva scattato alcune foto dell’epigrafe scolpita in lingua cinese. È l’unico ricordo che resta del grande vescovo derviese.»

A portarci sull’uscio di casa Magni a Dervio erano stati Franco Belluschi e Giuseppe Ghielmetti nel loro vagabondare lariano. In effetti, accanto all’ingresso c’è una lapide che ricorda come in quell’edificio nacque il «vescovo francescano di Sian Fu in Cina morto martire per la fede».

Da parte sua, Sabbadin ci parla di Dervio: «Non era un borgo qualsiasi: era un centro di attività commerciali dovute alla sua felice ubicazione posta allo sbocco della valle del Varrone e allineata sullo “stradale militare” che porta allo Stelvio. (…).



Quasi tre lustri dopo, nel 1756, ce lo ritroviamo padre guardiano e cioè superiore del convento di Santa Maria delle Lacrime di Dongo, dove peraltro in passato vi erano stati anche due suoi zii: padre Bonaventura e padre Gaetano. Il nostro Francesco Maria restò a Dongo per tre anni, per poi andare appunto missionario. Aveva presentato domanda per essere inviato in Cina «dove già operavano alcuni frati minori lombardi, come padre Giambattista Pedracini di Bormio e padre Odoardo di Olate.»
L’8 luglio 1760, padre Magni prestava giuramento per il nuovo incarico a Milano Non partì da solo per la Cina – ci informa Sabbadin – ma con due compagni.
I missionari tutti passavano per Roma «che era il punto di partenza obbligato (…) dopo di che iniziavano il grande balzo che li avrebbe portati in Cina attraverso l’Armenia, la Persia, Ceylon, Manila e Macao, colonia portoghese. (…) Un viaggio rischioso che non sempre finiva bene. In alcuni casi, qualche missionario si ammalava, moriva, oppure gruppi interi di frati sparivano nel nulla, ingoiati da questi immensi e selvaggi territori.»

Occorre ricordare che in quel periodo la Cina era all’erta contro le potenze occidentali e le politiche di colonizzazione che venivano viste anche nell’attività missionaria.
Finalmente, nel 1763, passarono il confine «un po’ mimetizzati» sotto la guida di alcuni cristiani cinesi e raggiunsero la regione dello Shansi-Shensi: «Un viaggio di tremila chilometri, sempre con l’assillo di venire scoperti, che durò praticamente un anno.»
In quella zona a Nord della Cina l’evangelizzazione «non aveva nulla di gratificante, in una situazione di incognite e pesante per la durezza della vita. Spostandosi da una zona all’altra, senza dare nell’occhio, padre Magni visitò ad una ad una le famiglie cristiane del suo settore, per celebrare i sacramenti e fortificarle nella fede, Per dormire, la notte, gli bastava una stuoia al riparo di qualche fienile, e per mangiare quello che trovava nei boschi o quello che gli davano i cristiani. Ma a volte, quando doveva attraversare delle regioni disabitate o desertiche, il rischio era di rimanere a stomaco vuoto per qualche giorno se non si adattava a mangiar radici. Queste notizie non sono creazioni della fantasia. Sono cose che raccontava lo stesso Magni nelle lettere che periodicamente inviava a Canton attraverso fidi amici e che poi giungevano a Roma»
Esiste – ci dice lo stesso Sabbadin nella bibliografia – un «corposo epistolario» di monsignor Magni conservato nell’archivio dell’istituto di Propaganda Fide a Roma. Purtroppo, il libretto stampato dalla parrocchia per i fedeli della comunità derviese non pretendeva di essere uno studio esauriente sulla figura di Magni. Pertanto, di quelle lettere, mai pubblicate nemmeno altrove, non abbiamo nessun esempio a portata di mano. Peccato.
Due anni dopo l’ingresso in Cina, per la precisione il 10 novembre 1765, Magni venne nominato vescovo dello Shensi, un «territorio vasto tre volte l’Italia» e che «ogni tre anni doveva essere percorso tutto.»
Restò vescovo fino al 1778, quando problemi di salute lo convinsero di chiedere d’essere sollevato dall’incarico. A quel punto avrebbe potuto tornare in patria, ma non volle «lasciare i suoi cristiani e rischiare con la sua malferma salute un viaggio simile» e restò quindi in Cina.
Fu nel 1783 che le autorità cinesi impressero una stretta alla presenza straniera con relativa persecuzione di cristiani cinesi e missionari esteri. Ne restò coinvolto anche un altro missionario lecchese, monsignor Giambattista Zucchi da Mandello: «Egli – leggiamo - con tre compagni frati, era sbarcato a Macao, poi era entrato clandestinamente in territorio cinese ed aveva iniziato il viaggio verso lo Shensi per dare una mano a monsignor Magni. Ma nell’aprile del 1784 (…) vennero catturati e condotti a Hukwang per essere interrogati. [Poi] con una marcia di 37 giorni, i quattro missionari incatenati furono portati a Pechino dove giunsero l’8 dicembre 1784. Nel carcere di questa città trovarono monsignor Magni.».
Il frate lariano era stato infatti catturato con due sacerdoie cinesi e rinchiuso a Pechino, dove «fu sottoposto alla tortura perché rivelasse i nomi dei missionari, dei preti cinesi e dei cristiani più importanti. Ma egli tacque sempre.»
Ma la campagna di repressione non mostrava segni di addolcimento e altri religiosi cristiani, missionari e preti cinesi, andarono a riempire le celle pechinesi «in completo isolamento e senza viveri: solo la carità di qualche buona persona faceva passare loro qualche cibo.»


Dario Cercek




















