SCAFFALE LECCHESE/328: la beata Guarisca al Cantello, una vita tra storia e leggenda

Secondo la leggenda sarebbe stata sedotta e abbandonata «dall’uomo deluso nei suoi desideri insani» e perciò ritiratasi per vergogna a vita solitaria: «È la trama di una bella favola, che tenta di colorire il sacrificio spontaneo e generoso di una giovane donna, la quale. mossa da fede profonda, pensò di dedicarsi al servizio del prossimo aprendo un ospizio sul colle, ove tutto è incanto, per i malati, i poveri e per quanti passavan lì sotto lungo la mulattiera che, attraverso i Piani di Bobbio, diramando, portava a Valtorta, Ornica, Caprile, Mezzoldo per scendere poi in territorio bergamasco.»
Il colle che incanta è il Cantello, l’ospizio sarebbe diventato presto un monastero e la fanciulla della favola proviene da una delle famiglie più nobili e potenti della Valsassina, gli Arrigoni. Di nome Guarisca, come han deciso gli storici sfrondando altre varianti che si incontrano nei documenti. Guarisca Arrigoni, dunque. Nata nel 1382, sei secoli fa. Beata, anche se solo per il culto popolare valsassinese e non per un regolare processo canonico.
copertina_CAZZANI.jpg (121 KB)
A raccontarcene le vicende è Eugenio Cazzani (1913-1988), il sacerdote di Castiglione Olona che ci ha descritto anche la peste del 1630 in Valsassina: “La Beata Guarisca Arrigoni e il Monastero del Cantello” è il titolo del libro stampato nel 1976 a Saronno per una misteriosa “Edizione Lambro” che forse altro non era che un’invenzione dell’autore.
copertina_DON_BAZZI.jpg (96 KB)
Di Guarisca Arrigoni altri sacerdoti avevano scritto in passato. Per esempio, nel 1858, don Carlo Bazzi (1822-1878), parroco di Cremeno dal 1852 al 1865, pubblicò con la comasca Nuova Tipografia di Carlo Franchi “Il monastero del Cantello in Valsassina”.
storiella_Invernizzi.jpg (98 KB)
Mentre lo storico valsassinese Giuseppe Arrigoni scovò un manoscritto di don Antonio Invernizzi (1721-1800) che fu anche parroco di San Giovanni alla Castagna dal 1749 al 1788: alla “beata” dedicò una lode che Arrigoni avrebbe pubblicato nel 1857 nei suoi “Documenti inediti riguardanti la storia della Valsassina” stampati dall’editore Pirola di Milano: «Di Barsio onor, la tenera Arrigona/ Ecco nutre nel fior de’ suoi vent’anni/ Un bel desio di verginal corona (…) Ecco, o Varisca, la mia rozza lira/ Di tue figlie cantò l’eletto coro/ Cui rinchiuse Cantello, e il Cielo ammira:/ Quanto grato ti fia sì bel tesoro!»
In quanto a don Bazzi, Cazzani dice che il suo racconto abbondi di particolari fantastici, pur attingendovi egli stesso. Il fu parroco di Cremeno si dilunga proprio sulla vicenda della seduzione: «Se ella abbia scelto quella solitaria dimora unicamente per soddisfare ad ascetiche tendenze, oppure se abbia voluto in quel luogo condurre una vita di espiazione per colpe commesse nella prima gioventù, non saprei ben precisarlo. Su questo punto non si poté interrogar altro che una incerta tradizione, che la dice salita al Cantello per penitenza. E forse acquista tal’opinione qualche fondamento quando si leggono nel suo testamento espressioni umilissime con che si dichiara peccatrice, scandalosa e simili.»
Don Bazzi dice anche d’avere interrogato un “vecchio ottuagenario di Concenedo di mente lucida e memoria tenace”, il quale gli «narrò un’istoria che aveva, disse, ascoltata dai suoi vecchi» e che il sacerdote ripropone dedicandole una ventina di pagine dettagliate. Con tutto che, se è vero che tale istoria sia stata tramandata oralmente in famiglia, sono pur sempre trascorsi cinque secoli. Anche se il monastero del Cantello è stato operativo fino al 1784 e quindi una certa memoria della sua fondatrice è stata mantenuta viva con gli inevitabili aggiustamenti apologetici.
Quale che sia stato il motivo, comunque, la giovane Guarisca, «una donna ancor nubile sull’età dei venticinque anni – annota don Carlo -, non disaggradevole di aspetto, piccola nella persona, robusta e sempre modestamente vestita di nero sajo», decise di ritirarsi in una sorta di eremitaggio rifugiandosi in una casetta che, sul colle del Cantello affiancava la chiesa di Santa Maria.
Barzio_la_casa_natale_secondo_la_tradizione__1_.JPG (110 KB)
«Fin dal principio della sua dimora al Cantello – osserva don Bazzi - ebbero ad accorgersi i terrieri di Concenedo della squisita carità di Guarisca. (…) Dove languiva l’infermo o stentava il poverello Guarisca appariva ben tosto come l’angelo consolatore a confortare colla soavità delle parole e coll’opera della elemosina le dolorose miserie. Dove la pace domestica veniva alterata da gelosie, dove la leggerezza e l’insolenza dei figli eran causa di pianto e di ambasce ai genitori: ecco Guarisca come il genio della quiete, entrare nelle famiglie, consigliare con persuasione, imporre con dolcezza, ed assopire gli odii, fugare e rompere le immoralità. Per talmodo il nome della Arrigoni saliva in benedizione presso i Valsassinesi che giù usavano chiamarla coll’appellativo di Santa. Ma nella sua mente maturavansi generosi disegni!»
Agli albori del Quattrocento, così, Guarisca Arrigoni fondava un ospizio, «una specie d’istituto – scrive Cazzani – formato da pie donne in istato nubile o di vedovanza, le quali a guisa di suore di carità, vi stessero al pietoso servizio degli ammalati, dei poveri e pellegrini che venissero ad albergarvi. (…)  Sul colle del Cantello c’erano una piccola casa e la chiesa di S. Maria Assunta, di proprietà dei terrieri di Concenedo e prima parrocchiale di Cremeno. La chiesetta esisteva certamente più di un secolo innanzi. (…) Essa comperò quanto terreno poté sulla sommità del Cantello (…) e nel 1407 diede inizio alla costruzione di un fabbricato notevole per quei tempi.» A quanto pare, la struttura venne utilizzata ancora prima della fine del 1408. Guarisca_Arrigoni.jpg (75 KB)La “beata” barziese governò la struttura per una ventina d’anni. Non oltre il 1429, secondo le ricerche di Cazzani. Quell’anno, infatti, Guarisca era già a Milano per ritirarsi nella clausura di un monastero presso la chiesa di Sant’Antonio. Nel proprio testamento, depositato nell’anno 1436, avrebbe auspicato che l’ospizio del Cantello «venga ingrandito, duri a lungo e sia ben governato.»
«Con  quest’ultimo atto pubblico e solenne – le parole di Cazzani -  Guarisca Arrigoni si congedò definitivamente dal mondo per darsi a vita eremitica fra le quattro mura di un minuscolo locale, all’ombra di una chiesa dedicata al santo a lei tanto caro, votandosi a Dio in stretta clausura fino alla morte. Non sappiamo l’anno del suo decesso, ma (…) possiamo dedurre che essa viveva certamente tra il 1450 e il 1465.»
Non sono dunque molte le notizie di Guarisca. Se ne hanno naturalmente di più sulla storia del Cantello.
Scomparsa la fondatrice, l’ospizio di Concenedo cominciò a cambiare destino: «Le pie donne radunate lassù – scrive Bazzi – in breve crebbero di numero: e sia che l’esercizio della ospitalità fosse addivenuto difficile ed imprudente, sia che in loro influisse più il sentimento della propria santificazione, a poco a poco formarono del Pio Luogo un monastero.». Ciò nei primi decenni del Cinquecento.
Come altre strutture religiose, anche il monastero del Cantello ebbe le sue vicissitudini. A cominciare da epidemie e guerra. Ci furono nel 1630 la calata dei lanzichenecchi e la peste, ma i nostri tocercatori si soffermano più sull’episodio del 1636: «Appena sparsasi la voce nel principio di maggio del 1636 che il duca di Rohan passava con la sua soldatesca per mezzo della Valsassina. E che ovunque lasciava tracce orribili del suo passaggio, e depredamenti ed uccisioni, e stupri senza rispetto veruno; quelle pacifiche femmine con tutta sollecitudine si adoperarono a nascondere le loro robe ed a prepararsi un asilo di sicurezza ché, per sé il monastero non era capace di sostenere un assalto, né l’avrebbe voluto. (…) Fu adunque convenuto che la maggior parte delle monache, guidate dal fattore, uscisse tantosto di nottetempo dal sacro luogo, e si recasse al sicuro sulla sommità del monte che domina per di dietro Concenedo.»
Il duca di Rohan è il maresciallo di Francia Henri de Rohan che, alleato con i Savoia, invase lo spagnolo Stato di Milano fermato – così si narra –  da quattromila brianzoli allertati dal suono del celebre campanone di Brianza.
Fermato o meno, l’esercito del duca era comunque passato da Concenedo, depredando il monastero e violentando le poche monache rimaste di guardia.
Nel novembre 1647, invece «parvero spalancate le cateratte del Cielo ed una piova incessante, abbondantissima, inondò campi, prati, selve», mentre la Pioverna spazzò alcuni edifici che sorgevano sulle proprie rive: «E chi allora – scrive don Carlo – lenì a quei valligiani il terribile infortunio? L’operosa carità delle monache del Cantello.»
Infine, il 31 agosto 1784, l’imperatore d’Austria Giuseppe II soppresse il monastero, nell’ambito di un piano complessivo di riorganizzazione degli istituti religiosi. «Tra il 12 e il 27 settembre - ci informa Cazzani – le 32 monache lasciarono il convento per trovare asilo presso le loro famiglie o in quelle di benefattori: «Le monache dovettero sloggiare dal Cantello - la cronaca di don Bazzi - . E fu uno spettacolo commovente pei Valsassinesi la vista di quelle vergini di varie età, non d’altro colpevoli che di vivere in pace e di far del bene coi loro propri mezzi, scacciate come colombe dal loro queto nido, gettate in mezzo ai trambusti del mondo, ed obbligate a cercarsi un altro ricovero. (…) Certo Giuseppe Bacone di Pasturo, vissuto 30 anni con le monache, rimase alla guardia di quel disertato asilo» e fu ritrovato morto accoltellato nella cucina del monastero nel successivo mese di febbraio.»
Il complesso passò inizialmente al Demanio e nel 1785 venne messo all’asta: lo acquistò il barziese Agostino Sacchi, fratello del più celebre Giovenale (1726-1789), per quello che don Bazzi definisce un “vil prezzo”, vale a dire 71,585 lire dell’epoca.
«Alessandro Sacchi – registra Cazzani -, spogliato il monastero di quanto conteneva di prezioso e di interessante, lo vendette a prezzo d’acquisto alla Comunità del Consiglio, comprendente i Comuni di Barzio, Cremeno, Concenedo, Cassina e Moggio. Fu un acquisto provvidenziale perché nel 1817 scoppiò una epidemia di tifo petecchiale [e] gli impotenti (i poveri) trasportati all’ospizio provvisorio del Cantello.»
«Passato il monastero in mano di un uomo volgare – ci dice ancora don Carlo -, fu atterrato e distrutto per mire economiche, indi fu lasciata l’area ed i sassi superstiti alla Comunità di Concenedo che non ne prova altro vantaggio che quello di pagare le imposte vistose. (…) Così, in un secolo ancora impastoiato dai pregiudizi e dall’egoismo scialacquatore del medio evo, un’oscura donna ergeva (…) un istituto singolare di carità» mentre «nel secolo della più chiassosa filosofia, quando si cominciò a divinizzare le parole di umanità e filantropia (…) veniva cessava l’opera pietosa della sconosciuta femmina.»
casapaoloVI.jpg (112 KB)
Ora, al Cantello sorge il centro Paolo VI: era stato proprio Giovanni Battista Montini, negli anni alla guida dell’arcidiocesi milanese, a volere quella casa di spiritualità realizzata poi negli anni Settanta e che in seguito gli sarebbe stata dedicata.
Targa_toponomastica_a_Concenedo.jpg (41 KB)
Alla beata Guarisca è invece intitolata la strada che vi conduce, con una targa toponomastica un po’ improvvisata: “via A. Guarisca”…
Dario Cercek
Invia un messaggio alla redazione

Il tuo indirizzo email ed eventuali dati personali non verranno pubblicati.