SCAFFALE LECCHESE/289: il grande progetto incompiuto del galbiatese Carlo Redaelli
Carlo Redaelli, nato a Galbiate nel 1764 e morto a Mantova probabilmente nel 1854 era un funzionario governativo lombardo, prima per il Regno d’Italia di Napoleone e poi per l’amministrazione austriaca. Laureato in giurisprudenza, per un periodo lavorò nell’Archivio diplomatico di Milano, prima di essere spostato ad altre mansioni «a grande suo dispetto» ci dice un biografo che sottolinea come avrebbe invece reso grandi servigi fosse appunto rimasto applicato all’ufficio originario.
Immaginiamo che proprio il trafficare con vecchi documenti gli abbia instillato il gusto della ricerca storica, portandolo a collaborare con alcune riviste e pubblicando le “Memorie sul lago di Pusiano e sul Pian d’Erba”, uno studio su Romani e Longobardi e soprattutto mettendo mano – questo il suo più ambizioso progetto – a una grande storia della Brianza, del Lecchese e della Valsassina, Negli intenti, voleva essere un contributo a una più completa storia di Milano e del suo territorio che allora andava ben oltre i confini odierni. Tanto che “milanesi” siamo anche noialtri lecchesi, non foss’altro che per diocesi.
Un progetto che egli stesso spiegava rilevando come taluni volessero finalmente «dar opera ad una storia del Milanese», mentre altri sostenessero invece che non fosse ancora giunto il momento, non essendo «ancora adunato tutto il materiale necessario per erigere un edifizio qual si vorrebbe».
Lui, Redaelli, stava coi secondi invitando ad approfondire tutti gli avvenimenti che avevano riguardato nel corso dei secoli tutte le parti del territorio milanese: «E noi pensiamo, che debbano essere con maggiore accuratezza rintracciati i fasti degli abitanti dell’alto Milanese ne’ secoli X, XI, XII e XIII, costituiti allora diremmo quasi in piccoli stati indipendenti, che si dicevan Contadi; de’ quali celebri furono quei di Lecco e della Martesana, i di cui confini comprendevano i monti di Brianza, il paese di Lecco, la Valsassina ed alcune altre minori regioni.»
Da parte sua, come detto, decise di fornire il proprio apporto cominciando a pubblicare le “Notizie istoriche della Brianza, del distretto di Lecco, della Valsassina e dei luoghi limitrofi, dai più remoti tempi ai giorni nostri”. Il progetto prevedeva ben dodici volumi, «frutto di lunghe ricerche in pubblici e privati archivi» ci viene detto ancora dai biografi. Ma Redaelli diede alle stampe solo i primi quattro volumi, tra il 1825 e il 1826 con la milanese Tipografia di Felice Rusconi.
I motivi dell’interruzione non sono chiari: forse dovuti all’allontanamento dagli archivi milanesi, forse il trasferimento a Mantova dove sarebbe poi morto alla comunque bell’età di novant’anni, forse altri progetti. Ma quei soli quattro volumi sono rimasti a lungo punto di riferimento per coloro che, negli anni e decenni successivi, si sono dedicati alla storia del nostro territorio.

Don Giuseppe Bertocci, compilatore di un “Repertorio bibliografico delle opere stampate in Italia nel secolo XIX”, uscito nel 1880, ci offre un ritratto di Redaelli: «Morì colla serena placidità del giusto, compianto e desiderato da quanti ne ammiravano il sapere e le virtù; poiché nel Redaelli le doti morali pareggiavano e forse vincevano le intellettuali. Morigerato, sobrio, caritatevole più che il suo stato nol comportasse, di indole dolce e soave, di una religione pura, amante della patria, amorevole della famiglia, fornito di tutte le virtù domestiche e di quella invincibile fortezza d’animo, per la quale seppe comprimere i dispiaceri e mostrarsi sempre ilare e sereno».
Redaelli, comunque, non coltivò un terreno vergine. Ne dà atto egli stesso, ricordando le ricerche già effettuate, almeno per la Brianza, da don Paolo Antonio Sirtori (1712-1784). Spiega: «Poco aiuto potemmo trarre dai libri ed opuscoli, ne' quali delle cose delle nostre regioni siasi preso a trattare di proposito, o almeno vi si parli alquanto più che per incidenza. Supplirono dei manoscritti più o meno pregevoli alla mancanza di libri. Tra questi ci furono utili i voluminosi scritti tuttavia inediti di don Paolo Antonio Sirtori, milanese, una parte de quali noi possediamo. Riunì egli non solamente quanto era ovvio di riscontrare negli scrittori patrii intorno alle cose de' colli briantei propriamente detti, ed ai luoghi posti ai confini di essi, ma frugò instancabile negli archivi; e sorprende come tante carte private abbia egli potuto vedere. (…) Non pochi poi, a cui professiamo tutta la gratitudine, ebbero la gentilezza di comunicarci scritti e documenti relativi alle nostre regioni, e di favorirci ben anche con alcune indagini».
Delle “Notizie istoriche” del Redaelli, ancora don Giuseppe Bertocci già scriveva ai tempi suoi: «Frutto di lunghe ricerche in pubblici e privati archivi, è questo lavoro. (…) Se troppo minuziosa e qualche volta prolissa ne è la narrazione, il lettore vien compensato della copia delle notizie dell’[Autore] tratte dall’oblio, e colle felici deduzioni dei fatti e di epoche oscure. Che se quest’opera fosse stata scritta in questi ultimi anni, dopo tanto aiuto prestato alle investigazioni storiche, dai progressi della linguistica, più fortunata messe di etimologiche congetture avrebbe potuto l’[Autore] conseguire.»
Parole che ci suggeriscono come l’opera apparisse ridondante anche ai contemporanei, per quanto avvezzi a magniloquenti narrazioni storiche. Redaelli si produce spesso in lunghe e tediose dissertazioni, per esempio quando dedica pagine e pagine al tentativo di dare un’identità a un tal Merobaude del quale sarebbe esistito un sepolcro ritrovato in una località non ben definita della Brianza e poi scomparso chissà dove.
Non è quindi il caso di seguire con puntiglio il racconto storico. Del resto, sono passati ben due secoli e gli storici locali hanno rivangato il terreno offrendoci nuove riletture. Vero è che già, nonostante accogliesse nelle sue pagine interpretazioni leggendarie e una toponomastica molto fantasiosa che avrebbe echeggiato nelle opere di eruditi successivi, Redaelli poneva anche alcuni punti fermi rimasti incontestati come la lapide valsassinese del V secolo dopo Cristo dedicata a una Flora, indicata come cristiana. E a proposito di cristianesimo, ci vengono ricordati la prima chiesa di Lecco, quella di Santo Stefano alle falde del monte Corna Rossa (per noi, oggi, San Martino) e il vescovo Vigilio: «Questa iscrizione potrebbe mai farci dubitare che sino da quell'epoca esistesse la chiesa di Santo Stefano, quantunque pe' ristauri che debbono essere stati praticati alla medesima, non conservi quel fabbricato evidenti segni di tanta antichità? Diciamo quel fabbricato, poiché sino dall' anno 1790 fu convertita in una casa colonica della prebenda prepositurale, essendo profanata e diruta da tempo immemorabile.»
Molta attenzione è riservata a indagare sulla misteriosa popolazione degli Orobi e sulla mitica città di Barra. Quello degli Orobi era argomento sul quale si lasciava prendere un po’ la mano: «Non è a rammentarsi, come taluni nel nome de' piccioli caci detti robiole abbiano creduto di riscontrare, per certa qual consonanza di nome, un avanzo della vita pastorale degli Orobii, quantunque si possa osservare che questi si fanno non solamente a Montevecchia, poco lungi da Robbiate , ben anche in Valsassina , ed anche in vari paesi del Piemonte , altra delle regioni, nelle quali vi è traccia d'esser esistiti gli Orobii , e diconsi ovunque robiole»
Di origini galbiatesi, del resto, Redaelli non poteva non guardare con particolare sguardo al Monte Barro. Tra l’altro, pare che proprio a lui si debba la prima testimonianza dell’eco di Camporeso che avrebbe avuto poi una fortuna – a volte un po’ ingigantita - fino ai giorni nostri. Si ricorderà quanto ne scriveva il piemontese Quirino Trivero; «E’ degnissimo a udirsi in Galbiate l’eco polisillabo, il quale a chi grida d’in su la via, risponde in una casa rimpetta fino a quindici ed anche più sillabe, e ripeté più volte a chi ne fece l’esperimento questi due simpatici versi: “Che vuoi dirmi in tua favella/ pellegrina rondinella!»
In quanto alla Brianza, la “questione” dei confini si era già imposta come cruccio per gli storici: «Nessuno, per quanto noi sappiamo, in tempi lontani ne ha indicati i limiti. Comunemente si determina tra l’Adda ed il Lambro, e da Usmate a Lecco» e «altri le hanno dato più stretti confini» e altri più larghi «ed ora amano alcuni di estenderla sin dove ne’ dintorni si gode di una singolare amenità e salubrità dell’aria.»

E a proposito di abitanti, «il carattere è, generalmente parlando, quieto, franco, onesto; il loro aspetto è dolce, ed in alcuni luoghi si vedono individui di belle e robuste forme, e vi si trova molta gente vegeta in età molto avanzata. Si potrebbe asserire, che sono incapaci di gravi delitti; ed amanti poi sono, per quanto lo permettono i loro mezzi, dell'ospitalità. Non mancano di talenti, donde riescono molto bene in qualunque impiego. Vantano a buon dritto alcuni uomini distinti in ogni età nelle armi, nelle lettere, nelle magistrature e nel disimpegno d'elevate cariche ecclesiastiche, non che distinti artisti, come avremo occasione di osservare. Taluni colle loro fisonomie ed attitudini sembrano rammentare il valore nelle armi deʼ loro antenati. Non pochi sono giustamente riputati bravi agricoltori. Vi sono nelle nostre regioni pochi avanzi di que' pregiudizi e di quelle superstizioni che di frequente s'incontrano nei paesi di montagna. Il linguaggio poco differisce dal dialetto comune a tutto il Milanese. (…) Gli abitanti del distretto di Lecco sono chiamati Lecchesi, Laucesi, lecaschi. I Briantini sono pur detti Briantei, Brianzei, Brianti, Brianzi e Briantios, Brianteos.»
Immaginiamo che proprio il trafficare con vecchi documenti gli abbia instillato il gusto della ricerca storica, portandolo a collaborare con alcune riviste e pubblicando le “Memorie sul lago di Pusiano e sul Pian d’Erba”, uno studio su Romani e Longobardi e soprattutto mettendo mano – questo il suo più ambizioso progetto – a una grande storia della Brianza, del Lecchese e della Valsassina, Negli intenti, voleva essere un contributo a una più completa storia di Milano e del suo territorio che allora andava ben oltre i confini odierni. Tanto che “milanesi” siamo anche noialtri lecchesi, non foss’altro che per diocesi.
Un progetto che egli stesso spiegava rilevando come taluni volessero finalmente «dar opera ad una storia del Milanese», mentre altri sostenessero invece che non fosse ancora giunto il momento, non essendo «ancora adunato tutto il materiale necessario per erigere un edifizio qual si vorrebbe».
Lui, Redaelli, stava coi secondi invitando ad approfondire tutti gli avvenimenti che avevano riguardato nel corso dei secoli tutte le parti del territorio milanese: «E noi pensiamo, che debbano essere con maggiore accuratezza rintracciati i fasti degli abitanti dell’alto Milanese ne’ secoli X, XI, XII e XIII, costituiti allora diremmo quasi in piccoli stati indipendenti, che si dicevan Contadi; de’ quali celebri furono quei di Lecco e della Martesana, i di cui confini comprendevano i monti di Brianza, il paese di Lecco, la Valsassina ed alcune altre minori regioni.»

I motivi dell’interruzione non sono chiari: forse dovuti all’allontanamento dagli archivi milanesi, forse il trasferimento a Mantova dove sarebbe poi morto alla comunque bell’età di novant’anni, forse altri progetti. Ma quei soli quattro volumi sono rimasti a lungo punto di riferimento per coloro che, negli anni e decenni successivi, si sono dedicati alla storia del nostro territorio.

Don Giuseppe Bertocci, compilatore di un “Repertorio bibliografico delle opere stampate in Italia nel secolo XIX”, uscito nel 1880, ci offre un ritratto di Redaelli: «Morì colla serena placidità del giusto, compianto e desiderato da quanti ne ammiravano il sapere e le virtù; poiché nel Redaelli le doti morali pareggiavano e forse vincevano le intellettuali. Morigerato, sobrio, caritatevole più che il suo stato nol comportasse, di indole dolce e soave, di una religione pura, amante della patria, amorevole della famiglia, fornito di tutte le virtù domestiche e di quella invincibile fortezza d’animo, per la quale seppe comprimere i dispiaceri e mostrarsi sempre ilare e sereno».
Redaelli, comunque, non coltivò un terreno vergine. Ne dà atto egli stesso, ricordando le ricerche già effettuate, almeno per la Brianza, da don Paolo Antonio Sirtori (1712-1784). Spiega: «Poco aiuto potemmo trarre dai libri ed opuscoli, ne' quali delle cose delle nostre regioni siasi preso a trattare di proposito, o almeno vi si parli alquanto più che per incidenza. Supplirono dei manoscritti più o meno pregevoli alla mancanza di libri. Tra questi ci furono utili i voluminosi scritti tuttavia inediti di don Paolo Antonio Sirtori, milanese, una parte de quali noi possediamo. Riunì egli non solamente quanto era ovvio di riscontrare negli scrittori patrii intorno alle cose de' colli briantei propriamente detti, ed ai luoghi posti ai confini di essi, ma frugò instancabile negli archivi; e sorprende come tante carte private abbia egli potuto vedere. (…) Non pochi poi, a cui professiamo tutta la gratitudine, ebbero la gentilezza di comunicarci scritti e documenti relativi alle nostre regioni, e di favorirci ben anche con alcune indagini».

Scavi al Monte Barro
Parole che ci suggeriscono come l’opera apparisse ridondante anche ai contemporanei, per quanto avvezzi a magniloquenti narrazioni storiche. Redaelli si produce spesso in lunghe e tediose dissertazioni, per esempio quando dedica pagine e pagine al tentativo di dare un’identità a un tal Merobaude del quale sarebbe esistito un sepolcro ritrovato in una località non ben definita della Brianza e poi scomparso chissà dove.

La lapide a Flora
Molta attenzione è riservata a indagare sulla misteriosa popolazione degli Orobi e sulla mitica città di Barra. Quello degli Orobi era argomento sul quale si lasciava prendere un po’ la mano: «Non è a rammentarsi, come taluni nel nome de' piccioli caci detti robiole abbiano creduto di riscontrare, per certa qual consonanza di nome, un avanzo della vita pastorale degli Orobii, quantunque si possa osservare che questi si fanno non solamente a Montevecchia, poco lungi da Robbiate , ben anche in Valsassina , ed anche in vari paesi del Piemonte , altra delle regioni, nelle quali vi è traccia d'esser esistiti gli Orobii , e diconsi ovunque robiole»

Colle di Santo Stefano
In quanto alla Brianza, la “questione” dei confini si era già imposta come cruccio per gli storici: «Nessuno, per quanto noi sappiamo, in tempi lontani ne ha indicati i limiti. Comunemente si determina tra l’Adda ed il Lambro, e da Usmate a Lecco» e «altri le hanno dato più stretti confini» e altri più larghi «ed ora amano alcuni di estenderla sin dove ne’ dintorni si gode di una singolare amenità e salubrità dell’aria.»

Camporeso
Sia Brianza che Valsassina inoltre, «non hanno, per così dire, un capoluogo». E probabilmente sulla recente provincia di Monza e Brianza, Redaelli sarebbe inorridito: «E’ contrario alla verità l’asserire che Monza è la capitale della Brianza. (…) Volendosi aver riguardo alla posizione geografica ed all’esservi risieduto per il corso di più secoli il Vicario della Brianza, direbbesi anzi d’esser Merate il capoluogo di questa regione, che è d’altronde un borgo considerevole.» E se «Primaluna potrebbesi forse sotto alcuni rapporti considerare il luogo primario della Valsassina», di fatto è «soltanto Lecco che debba giustamente ritenersi per capo-luogo del proprio distretto di tutta la Valassina e di gran parte dell’alta Brianza (complessivamente centomila abitanti).» Anticipando così quel progetto di “provincia lecchese” che avrebbe poi preso corpo nel XX secolo.E a proposito di abitanti, «il carattere è, generalmente parlando, quieto, franco, onesto; il loro aspetto è dolce, ed in alcuni luoghi si vedono individui di belle e robuste forme, e vi si trova molta gente vegeta in età molto avanzata. Si potrebbe asserire, che sono incapaci di gravi delitti; ed amanti poi sono, per quanto lo permettono i loro mezzi, dell'ospitalità. Non mancano di talenti, donde riescono molto bene in qualunque impiego. Vantano a buon dritto alcuni uomini distinti in ogni età nelle armi, nelle lettere, nelle magistrature e nel disimpegno d'elevate cariche ecclesiastiche, non che distinti artisti, come avremo occasione di osservare. Taluni colle loro fisonomie ed attitudini sembrano rammentare il valore nelle armi deʼ loro antenati. Non pochi sono giustamente riputati bravi agricoltori. Vi sono nelle nostre regioni pochi avanzi di que' pregiudizi e di quelle superstizioni che di frequente s'incontrano nei paesi di montagna. Il linguaggio poco differisce dal dialetto comune a tutto il Milanese. (…) Gli abitanti del distretto di Lecco sono chiamati Lecchesi, Laucesi, lecaschi. I Briantini sono pur detti Briantei, Brianzei, Brianti, Brianzi e Briantios, Brianteos.»
Dario Cercek




















