SCAFFALE LECCHESE/303: Giuseppe Sirtori garibaldino: il prete che divenne generale

La caserma militare esistita a Lecco per poco più di un secolo, dal 1867 al 1973, e dal 2001 adibita a uffici della questura, portava il nome del generale Giuseppe Sirtori, un’altra di quelle glorie risorgimentali del nostro territorio. Di alcuni di loro abbiamo già parlato: del bergamasco-lecchese Lorenzo Balicco, del barzanese Luciano Manara, dei fratelli Torri Tarelli. Nonché dell’esilio del valsassinese Giuseppe Arrigoni.
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Giuseppe Sirtori
Di questa schiera fa appunto parte anche Giuseppe Sirtori nato nel 1813 Casatevecchio, località che oggi rientra nei confini comunali di Monticello Brianza, e morto a Roma nel 1874. Prete spretato, prima milite di Garibaldi e poi militare nell’esercito sabaudo, parlamentare e polemista, Giuseppe Sirtori a Casatevecchio tornava sovente per periodi di vacanza o riflessione.
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La casa natale esiste ancora e si trova, in quella che “naturalmente” è diventata via dei Mille. A lui sono intitolate numerose strade ed eretti monumenti un po’ dappertutto: anche a Roma, a Milano, a Venezia. E proprio in occasione dell’inaugurazione milanese, nel 1892, Giovanni De Castro (storico e docente, nato nel 1837 a Padova e morto sul nostro lago, a Bellagio, nel 1897) pubblicò con gli editori Dumolard il primo studio dedicato all’eroe garibaldino e repubblicano. Una biografia esaustiva sarebbe però uscita solo nel 1940 dall’editore Laterza: “Giuseppe Sirtori.
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Il primo dei Mille”, scritta da Carlo Agrati (1872-1940), un ingegnere e imprenditore dedicatosi poi alle ricerche storiche con tanta attenzione al Risorgimento e alle imprese di Giuseppe Garibaldi. Il libro, curato da quel grande storico che fu Adolfo Omodeo non potendo l’Agrati occuparsene fino in fondo per la morte che lo sorprese pochi mesi prima della pubblicazione, ricostruisce, anche attraverso molte lettere e altre testimonianze, la figura di Sirtori che «fra gli astri del Risorgimento italiano non è, forse, di prima grandezza, ma brilla di luce tutta propria, vivissima così che quasi eguaglia quella degli astri maggiori.»
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La casa natale

Da parte sua De Castro si attiene alla “tradizione” agiografica. E pertanto «la giovinezza di Giuseppe Sirtori è un fedele annunzio di quel che sarà dappoi. Le oscillazioni e le mutazioni che egli ci offre via via sono il necessario risultato di un successivo ricredersi della coscienza obbediente alle voci interiori e incapace di sacrificare alcuna cosa agli interessi volgari.»
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Giovanni De Castro

E ancora; una famiglia «di tradizionale probità» e «né fu senza effetto sugli estri gentili del pensiero il luogo di nascita, Casate Vecchio, che è uno dei più pittoreschi della pittoresca Brianza, preferita contrada del Milanese. La mite bellezza della Brianza e l'incanto dei luoghi ove trascorse la prima età valsero di sicuro a ingentilire il suo animo. (…) Quel vivere coi poveretti e cogli umili gli fe' sentire il pregio di una esistenza innocente e industriosa, e assai di buon'ora, è a credere, destasse in lui il culto di un rigido dovere e la vocazione dei più meritori sacrifizi.» Oltretutto «lungo i vigneti di quelle deliziose colline egli trovò un compagno capace di intenderlo, Cesare Correnti, e negli interminabili colloqui s'accese in entrambi un fervore mistico che non sarà più smentito.» 
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Ma per l’Agrati, sembra «che il De Castro (…) voglia persuadere prima di tutto sé stesso della verità di quanto asserisce.» Perché, in realtà, «dei primi anni del futuro Generale garibaldino ben poco sappiamo ed è naturale: nessuno avrebbe potuto sognare che un giorno anche i documenti di quei primi suoi anni sarebbero stati vivamente desiderati.»
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Ci offre comunque un simpatico bozzetto di Casatevecchio: «La grande strada che da Monza conduce ad Oggiono, sul lago di Annone, attraversa la campagna brianzola, la quale in questo tratto pare veramente un immenso giardino, popolato di ville e di paeselli ridenti sull’altro dei colli e giù nell’ombrosa valle del Lambro, Una dozzina di chilometri a settentrione di Monza, e precisamente a Casatenuovo, da quella strada che prosegue diritti per Monticello, si stacca a ponente una comunale, che ne diverge di poco e che sbocca dopo circa un chilometro nell’altra, pure comunale da Monticello a Besana. Quasi alla confluenza di queste due strade minori sorge il piccolo paese di Casatevecchio, ove nacque Giuseppe Sirtori. È un minuscolo gruppo di case, modestissime tutte, e fra esse, quella che era, com’è ancora dei Sirtori, non si distingue dall’altre che per due lapidi meschine dalle iscrizioni sbiadite e per un meschino busto, sporgente dalla facciata stinta, le quali lapidi ed il qual busto ricordano il Generale.»
Della giovinezza di Sirtori si comincia a sapere qualcosa di più. Gli studi furono a Milano, al ginnasio e liceo di Porta Nuova, e milanesi furono le grandi amicizie raccolte nella “brigatella di via Spiga”, «nido studioso di cuori fervidi», come scrive De Castro, nido dal quale «si volgevano più che altro al cielo, che si poteva contemplare, senza impedimento di opere umane, stendentesi al di sopra delle annose piante dei vecchi Giardini Pubblici: e quando gli sguardi ricadevano sulla terra, era per gemere sulle sorti politiche del paese e per chiedere all'avvenire occasioni di benemerenze.» 
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Monumento ai giardini pubblici di Milano

Finito il liceo, il giovane Sirtori prese la decisione di intraprendere la carriera ecclesiastica per «servire dove gli apparivano maggiori le possibilità di sacrificarsi, di soffrire per gli altri, di far del bene». Parole di De Castro che ci ricorda anche la figura quel curato di campagna tratteggiata da Carlo Ravizza che abbiamo già incontrato con la sua «propaganda apostolica in mezzo alle plebi ignorate, trascurate e tanto bisognose di intelligenti cure.». Del resto, anche un fratello del Sirtori si fece prete e sarebbe diventato parroco di Oggiono.
Ma un viaggio a Parigi, il confronto serrato con un amico, le contraddizioni tra fede e modernità, sembrano aprire qualche crepa nelle convinzioni: «Mi si disse – le parole del Sirtori - che io avevo la convinzione, l'ostinazione, ma insieme la buona fede d'un cretino; mi si disse che io voleva essere cattolico, ma insieme non rinunziare alle mie idee. Eppure, sebbene io volessi essere sinceramente cattolico, il semititolo d'eretico non m'offese tanto quanto la poca stima e il rifuggito esame delle mie idee. Io mi accorgeva dello sviamento del cuore, ma l'orgoglio mi dominava.»
«Andò a riposarsi di questi travagli – ci racconta De Castro – a Casate Vecchio. Nel 1836 il colera inquinò orribilmente l'aria, ma spazzò via, dalla mente del teologo, i fantasmi paurosi dell'indagine filosofica: fantasmi che potevano prendere corpo d'ora in ora, e che egli aveva deciso di cacciare come immagini di peccato. Il meglio da fare, in quei mesi, era gittarsi fra i colerosi, vivere per la carità, e, almeno in questo. raggiungere l'assoluto. Qui la pacificazione suprema. Il seminarista fu l'angelo di Casate e dei luoghi vicini, e il suo nome visse nelle lunghe benedizioni di centinaja di famiglie. Era al posto suo, era sulla breccia, e rimpetto la morte, come, in seguito, dinanzi le carabine e i cannoni dell'Austria. Fu, crediamo, in questa palestra che egli rafforzò il voto, e deliberò senz'altro di en trare nella schiera combattente per l'Amore e per la Croce.»
Fu penitenziere al monastero delle monache agostiniane di Milano e insegnante al Collegio degli Oblati di Gorla Minore, poi maestro all’oratorio di San Carlo ancora a Milano. Ma quelle crepe che sembravano riparate tornarono ad aprirsi nel corso di nuovo lungo soggiorno a Parigi, interrotto dal rientro. per la morte del padre. Infine, la decisione di gettare la tonaca e di aderire alle idee mazziniane. 
«Dico subito – osserva l’Agrati – che persone anche altolocate nella gerarchia ecclesiastica desidererebbero che del Sirtori non si parlasse: fu un apostata, dicono, e poiché (…) non tornò pentito all’ovile, la Chiesa non può e non potrà mai considerarlo che come tale, come un ribelle. (…) Egli è un reprobo, non è morto in grazia di Dio e perciò dev’essere ed è condannato.»
Quando nel 1848, «Parigi fece le barricate, e la monarchia borghese, bottegaia, corrotta e corruttrice fu spazzata via», Giuseppe Sirtori «si mostrò d’un tratto uomo d’azione – le parole di De Castro -. E non fra io gregari, ma in prima linea: «Si segnalò immediatamente e si riconobbe per la sua superiorità. Qui e altrove egli era sortito a comandare.»
Cominciò così l’avventura risorgimentale di Sirtori. Estremista per l’epoca. Repubblicano più di Mazzini con il quale ebbe discussioni e scontri, rivoluzionario, «cerca la verità assoluta e disdegna gli accomodamenti e i mezzi termini». Si arruolò e fece carriera nell’esercito repubblicano: Venezia, Corfù, Malta, Genova, la Svizzera e l’Inghilterra. Poi la mobilitazione per abbattere il regno dei Borboni a Napoli, il ritorno a Parigi e il coinvolgimento in una polemica accesissima sul possibile ritorno di un Murat sul trono partenopeo (Luciano dopo Gioacchino) che lo mise in cattiva luce con le autorità. Tanto che, in circostanze romanzesche, venne arrestato e rinchiuso in manicomio: «Là dentro – scrive Agrati -, secondo i diabolici disegni dei suoi persecutori, egli avrebbe dovuto restare sino alla consumazione dei suoi giorni, poiché quelli speravano che prima di venire a conoscenze di altri luogo ov’egli era stato trasportato il Sirtori avesse ad impazzire per davvero.»
Il piano non riuscì. La mobilitazione degli amici riuscì a farlo rimettere in libertà.
Poi, «ai primi squilli di sollevazione», il ritorno in Italia: «Pareva trasfigurato dalla speranza, e ingrandito dalla fede annota De Castro -. Una specie di proclama che egli diresse agli Italiani il giorno di Pasqua di quell'anno reca l'impronta fedele della sua virile e poetica ispirazione: parla da sacerdote, ma è sacerdote del laicato e dell'imminente battaglia. Disposto ad accettare le contingenze della giornata, vuol rischiararle e purificarle con una luce superiore: era divenuto pratico senza cessare di essere idealista.»
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La lapide a Roma
Giuseppe Garibaldi gli offrì il comando di un reggimento dei Cacciatori delle Alpi, ma poi non se ne fece niente e «neppur mancarono mormorazioni e rimproveri annota ancora De Castro -, mentre egli sentiva tutta l'ingiuria e tutta l'amaritudine di doversene rimanere inoperoso. (…) Liberata la Lombardia, e ritornato in seno della propria famiglia, andò a celare le personali ambasce sull'alpe di Corneno, che sopraguarda la Valassina, ove i Sirtori avevano una masseria. Non gli bastò la solitudine di Casate Vecchio, cercò pace lunge da ogni frequenza sociale, chiese ai silenzi dei pascoli montani e alla poesia dei grandi orizzonti la forza per vincere il fiero turbamento dello spirito.»
Indi, «la pace di Villafranca lo richiamò senz'altro fra i combattenti, se non colla spada, colla parola. Crucciato di non aver potuto adoperare la spada, anche più avverti il debito di intervenire colla propria influenza nelle cose politiche, che accennavano a prendere meno felice indirizzo.»
Fu eletto nel primo Parlamento della nuova Italia che andava formandosi, partecipò poi alla spedizione dei Mille di Garibaldi che gli trasmise il comando dell’esercito meridionale e poi nuovamente in Parlamento polemizzando con il governo: «Avete mandato l’esercito sabaudo al Volturno non per attaccare i borbonici ma i garibaldini.» Tornò in Meridione per la battaglia contro il cosiddetto brigantaggio, una delle pagine più equivoche della lotta risorgimentale. Ebbe poi qualche problema coi superiori, finché nel 1874 venne richiamato a Roma dove morì il 18 settembre. 
«Come si diffuse la triste, affatto inattesa – leggiamo nella biografia dell’Agrati -, fu un compianto generale anche tra coloro che al Sirtori avevan tanto amareggiato gli ultimi anni. Tutti, uomini e giornali, ne esaltarono coraggio, ingegno, disinteresse e bontà. (…) I funerali ebbero luogo in Roma il 20 settembre e (…) riuscirono solenni. Ma ancor più solenni furon quelli celebrati due giorni dopo a Milano, che ne aveva reclamata la salma per il suo Famedio, ove essa riposa.»
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Nel 2016, per l’editore missagliese Bellavite, è uscito un libro curato dal ricercatore storico e docente Marco Sampietro: “Il generale Giuseppe Sirtori. Un protagonista del Risorgimento italiano. Percorsi, ricordi, immagini”. Un volume che potremmo definire divulgativo, coronamento di una ricerca scolastica da parte degli studenti del liceo “Greppi” di Monticello, in occasione del 150° dell’unità d’Italia nel 2011. Oltre a raccontarci la vita di Sirtori, il libro di accompagna a riscoprire i “ricordi sirtoriani”: le lapidi, i monumenti, le strade intitolategli, gli aneddoti «a dimostrazione – scrive Sampietro – della “fortuna” del Generale che divenne nei decenni postrisorgimentali una figura di spicco e nello stesso tempo popolare, non solo nella sua terra, ma un po’ in tutta Italia.» Vi sono poi un percorso “iconografico” e una raccolta di “Voci dal passato” con testimonianze e documenti anche inediti sulla figura di Giuseppe Sirtori.
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Allo stesso Sampietro, infine, si deve un ritratto contenuto nel numero monografico dedicato ai “Lecchesi e brianzoli per il Risorgimento italiano” della rivista “Archivi di Lecco” pubblicata nel 2012. Sampietro ci parla di Sirtori come del «generale filosofo» e infatti ne mette in luce, più che le pluridecantate doti militari, l’evoluzione ideologica, gli studi scientifici, il pensiero.
Dario Cercek
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