SCAFFALE LECCHESE/309: l'impiegato del tribunale raccontò la Lecco dell’800

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Di Andrea Luigi Apostolo altro non sappiamo se non che fu un impiegato al Tribunale di Lecco alla metà dell’Ottocento, Donde provenisse e dove si sarebbe poi trasferito è un mistero: le tracce ormai si sono perse. Anche Aroldo Benini, nel Dizionario storico illustrato di Lecco, non riesce a indicarci date precise su nascita e morte, limitandosi a un generico XIX secolo. Di Apostolo scrisse Mario Cermenati: «Una degnissima persona, che soggiornò nella città nostra, dopo aver compiuto il suo dovere di patriota nelle giornate del quarantotto.»
E' a lui, all’Apostolo, che si deve quello che viene considerato il primo tentativo di stilare una Storia di Lecco. Che è comunque, quella storica, solo una parte di ''Lecco e il suo territorio”, stampato nel 1855 dalla Tipografia Corti. Il volumetto vuole essere infatti una descrizione la più completa possibile del “territorio”, la conca tra lago e monti oggi diventata un solo grande agglomerato che chiamiamo città. A contribuire finanziariamente alla realizzazione dell’opera – ci informa una nota editoriale introduttiva all’edizione riproposta nel 1952 dalla “Rivista di Lecco” – furono quelle «famiglie lecchesi, che lasciarono traccia imperitura nella storia patria e nelle arti, come gli Agudio di Malgrate, l’ing, Giuseppe Arrigoni di Introbio, l’industriale Giuseppe Badoni, Lorenzo Balicco, gli Amati di Oggiono, il prevosto Mascari, i Ticozzi e i Sala di Castello, i Gavazzi di Valmadrera, l’architetto Bovara, l’avv. Bartolomeo Spini e molti altri.»
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Sembra che l’Apostolo, fosse solito redigere “memorie” «sopra ciascun luogo ove ebbi a soggiornare in causa delle mie occupazioni» e fu proprio il tipografo Corti a chiedergli di fare altrettanto per Lecco «nell’intendimento di giovare interinalmente ai visitatori» auspicando «che i miei deboli concetti valgano ad animare qualche bravo Lecchese ad occuparsi più diffusamente di una compita illustrazione di questo bel paese! Lecco merita, dico io, da qualcuno de’ suoi una propria monografia.»
In quanto alle «poche notizie» contenute nella memoria, l’Apostolo dice infatti essere il frutto «di quelle ovvie indagini che a me fu dato di istituire di volta in volta alla meglio nei momenti di ozio e durante qualche passeggiata. Una messe ben più preziosa di utili cognizioni è riservata a chi voglia di proposito dedicarsi allo studio delle cose di Lecco. Ben poche contrade presentano un complesso più svariato di elementi naturali e sociali e di storiche rimembranze. Qui contempli il lago placido e l’improvvisa tempesta; qui il dolce pendio dei colli e le nude vette delle alpi, e la semplicità dei costumi campestri e la vigile azione dell’industriale. Qui le memorie dei bassi tempi non disadorni di gloria, e le vestigia dei secoli meno remoti travagliati dalla guerra, dalla peste, dalla concussione feudale fanno contrasto all’epoca presente, all’aspetto attuale di agi, di sapere, di carità cittadina; e questo confronto fra il presente e il passato ci avvisa che il mondo invecchia, ma che l’umanità si perfeziona, e che sempre e dappertutto veglia quel “consiglio immortale” della divina Provvidenza, che ingentilisce gli uomini.»
In effetti, alla Memoria molti avrebbero attinto in seguito, come rileva anche con un po’ d’amarezza il prefatore dell’edizione 1925: «La notorietà acquistata dall’Apostolo con il suo lavoretto, non gli valse che qualche citazione, da parte di coloro che attinsero alle sue fonti, Nessun ricordo, neppure una via è dedicata al suo nome.»
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Pescarenico

Nel suo racconto storico, che non stiamo a seguire passo passo per evidenti ragioni, l’Apostolo ci offre anche un quadro economico dei suoi tempi particolarmente dettagliato: «Gli abitanti del territorio, durante l’ultimo periodo di pace, si sono lanciati a tutt’uomo nel campo delle speculazioni e dell’industria. Le fucine furono moltiplicate ed ottennero notevoli miglioramenti. (…) Le filande, gli incannatoi e le binatoie della seta si sono moltiplicati quasi per incanto. (…) Sorsero pure in questi paesi vari torchi da olio, molti mulini, una filatura del cotone, una importante birreria e due fabbriche di cera.» Un sistema industriale alimentato da una forza motrice che «trascende mille cavalli» e garantita dai torrenti e della Fiumicella. 
L’autore registra anche l’intraprendenza dei pescatori che «non si appagarono della pesca e dello spaccio del pesce del Lario» ma «seppero attrarre a sé il commercio del pesce fresco di altri laghi e fiumi, ed anche del pesce marittimo occorrente alla consumazione della Lombardia: istituirono dirette relazioni coi porti dell’Adriatico ed aprirono case mercantili in Venezia ed in Chioggia.»
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Il Ponte Vecchio in un dipinto

Naturalmente non può essere trascurato quel mercato settimanale che già da secoli era considerato di grande importanza: «Le granaglie, i vini, le droghe, le stoffe sono sempre accumulate in grossa quantità nei magazzini lecchesi, e trovano facile smercio fra i frequentatori dei mercati che a migliaia affluiscono dalla Valsassina, dalle rive del Lario, dalla Brianza, dalla provincia di Bergamo e della lontana Valtellina. (…) Quasi tutti gli industriali dei dintorni tengono in Lecco permanenti depositi, che aprono nelle giornate di mercato.» Altrettanto importante la grande fiera di ottobre che aveva portato a Lecco il denaro che i compratori lombardi erano solidi spendere all’estero «e gli stessi stranieri venditori vennero astretti a versare in Lecco un significante capitale. A questa fiera concorrono gli Svizzeri con madre numerose, i Bavaresi coi cavalli, i nostri montanari cogli’indigeni loro allievi, e il danaro dei fittabili e dei possidenti lombardi fluisce allora in copia sul lecchese mercato.»,
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Il mercato in Piazza

Un’attività che si intreccia con la stagione della villeggiatura che culmina nell’autunno, quando «le ville lariensi e briantee sono popolate dalle più agiate famiglie milanesi; allora s’inizia il mercato dei prodotti rurali; moltissimi fanno provvigioni per la stagione invernale, i cittadini intraprendono qualche gita di diporto onde salutare la fuggente stagione dei sollazzi. Da tutte queste tendenze emersero quindi i rinomati mercati dell’ottobre. Lecco accoglie in quei giorni a lieto convegno le più notabili famiglie dell’Insubria. La rada del lago si presenta tempestata di barche, di barchette, di lance, di gondole tutte parate a festa e dipinte a svariati colori, Per le vie, fiancheggiate da ricchi magazzini, si affollano gli uomini d’affari ed i curiosi, e qui brigate di robusti e franchi alpigiani, là decenti comitive cittadine; fra le baracche dei merciaiuoli , fra i colli del cotone ed i sacchi dei cereali, si aggirano spesso i mercatanti ed i mediatori; i calessi cedono il posto alle sontuose carrozze; i pedestri ai cavalieri, e le logge degli alberghi, e le soglie dei caffè sono gremite di eleganti cittadine che il bel mondo villeggiante invia a Lecco a contemplarvi questa maniera di operosità, questo movimento insolito affatto fuori dalle mura della nostra metropoli.»
Seguono le indicazioni per la visita della città, pur avvertendo che «le guerre che hanno ripetutamente travagliato il territorio di Lecco ne hanno distrutto gli antichi monumenti, e delle cose distrutte non rimangono che oscure memorie affidate la maggior parte alla semplice tradizione.»
E poi, il ponte (quello che noi oggi chiamiamo Vecchio e allora era il ponte grande) che «ricorda un’epoca gloriosa e brillante della storia di Milano», le porte del borgo, il Prato. E i conventi: quello di San Giacomo e quello di Santa Maria Maddalena: l’Apostolo riporta la leggenda delle monache rifugiatesi sul monte San Martino, dove in realtà un convento non è mai esistito.
Grande importanza al Teatro dell’architetto Giuseppe Bovara e alla filantropia dei palchettisti: «Gli azionisti, proprietari del teatro, sogliono destinare due annue rappresentazioni a beneficio dell’ospedale. In tali circostanze, il teatro viene riccamente addobbato ed illuminato: la vasta Piazza del prato viene essa pure rischiarata da fiaccole; gli abitanti sono in festa; ed una sola voce corre di bocca in bocca: è la serata dell’ospitale! Né solo dal borgo: ma d’ogni angolo del territorio accorrono gli agiati e persino gli operai onde ingrossare l’introito destinato al sollievo degl’infermi. Così il teatro si converte in una palestra di beneficenza e lo spettacolo in un rito di carità. E qui non passerò sotto silenzio la consuetudine introdottasi fra questi mercatanti di sciogliere amichevolmente le minori controversie inevitabili nel molteplice loro commercio col dedicare all’ospitale i residui importi pretesi dall’uno o dall’altro dei contendenti.» 
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Il Teatro della Società

Del resto «la pubblica beneficenza è un oggetto di grave importanza nel borgo di Lecco, giacché alla moltitudine degli operai esposti ad imprevedute necessità, non corrispondono i mezzi che può fornire la cassa del comune. Ma i Lecchesi industriali all’appressarsi di qualsiasi calamità o penuria sogliono costituirsi garanti del sostentamento dei propri dipendenti e tutti gli agiati poi, nei loro convegni famigliari e nei circoli vespertini; senza apparato di commissioni e senza formalità di scomparto sogliono apprestare i fondi pegli altri bisognosi. Il vizio della mendicità non è conosciuto fra gli indigeni.»
L’architetto Bovara, tra l’altro, è punto di riferimento per quella sorta di museo diventata la sua abitazione e del quale l’Apostolo ci fornisce una descrizione esauriente così da avere l’idea di quanto ricca fosse quella raccolta andata irrimediabilmente dispersa: «L’amatore di belle arti visiterà i gabinetti del signor ingegnere Bovara, nei quali si ammirano interessanti collezioni di mineralogia patria, vari oggetti di antichità e classici dipinti, fra i quali l’Eterno Padre di Gaudenzio Ferrari, che una volta adornava la chiesa dei Cappuccini di Morbegno, quadro ricordato dal Lomazzo, una Santa Caterina del Pinturicchio, un San Giuseppe del Diotti, Vi si osserva anche un ritratto del celebre Medeghino eseguito ai tempi di lui.(…) Sono poi superiori ad ogni encomio i lavori in sovero [sughero] rappresentanti i principali monumenti romani, lavori predisposti dallo stesso signor ingegnere mercé gli studi da lui fatti in Roma, ed eseguiti con mirabile esattezza ed amore artistico dal lecchese signor Giacomo Anghileri. Un altro lavoro assai interessante si è il modello del duomo di Milano, ridotto alla proporzione della quarantottesima radice cubica, che si vede presso l’intagliatore signor Giacomo Mattarelli.»
Si viene poi accompagnati sul colle di Santo Stefano alla ricerca degli antichi resti del primo insediamento lecchese allora ancora ben visibili, a Castello, lungo la cosiddetta vallata; «Il fragore delle acque della Fiumicella e del Gerenzone spumeggianti nelle artificiali cascate, i violenti e spessi colpi dei magli, le pareti affumicate, i forni ardenti e luccicanti attraverso alle fuligginose finestre, le brune e robuste figure degli abitanti, lo strepito di infinite officine da fabbri e da chiodaioli, il dialetto traente al bergamasco… rendono ben tosto avvertito il forestiero essere egli giunto nella Vallata, ossia nella sede principale della industria ferriera del territorio. I vari stabilimenti da ferro esistenti nella Vallata, si dividono principalmente in due grandi categorie, cioè in fucine grosse o magli grossi ed in fucine piccole o maglietti.»
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La chiesa nel cimitero di Laorca

A Laorca c’è la grotta «che è la più bella che veggasi nei monti di Lombardia», a Pomerio il castello di don Rodrigo, mentre Acquate vanta «una pia istituzione, forse unica nel contado, cioè un Ricovero per vecchi» che sappiamo esistere dal Cinquecento e che avrebbe poi dato vita all’istituto Airoldi-Muzzi. Ci parla del villaggio di Campo de’ Boi, abbandonato in occasione di un contagio e che già allora sarebbe stato interamente disabitato, della strada tra Lecco e Pescarenico : «nel progressivo incremento del borgo sono ormai sorte sull’uno e sull’altro lato diversi caseggiati talché questa via sembra ormai destinata a diventare una maestosa corsia», dell’acqua salubre di Barco dove ancora non è stato però realizzato lo stabilimento termale, del castello dell’Innominato, sul quale l’Apostolo avanza qualche dubbio, per quanto sia certamente Chiuso il paese della conversione.
Dario Cercek
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