SCAFFALE LECCHESE/320: quell’antifascista fuoriuscita forte e tenace, ribelle e fragile

A Calolziocorte, «nell’antico cimitero comunale di via dei Padri Serviti riposa Celeste Ausenda, deceduta per una grave patologia in un letto d’ospedale, a Lecco il 20 giugno 1971 all’età di 77 anni. (…) Sulla lapide d’alabastro, su cui è inciso un ramo di rose rosse – a lato di una classica foto-studio finalmente non proveniente dagli archivi di polizia e dove l’espressione della donna appare serena – si può leggere una commovente dichiarazione d’amore: “Cav. Prof. Dott. Celeste Ausenda 12-9-1893 / 20-6-1971. Perseguitata politica, antifascista. Amigoni Arturo pose”. Sormontata da una croce di granito grigio, la tomba, collocata sulla nuda terra, è ancora oggetto di omaggi floreali.» 
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La lapide nel cimitero di Calolzio

Però «nessuno pare avere più memoria diretta di quella signorina anziana e minuta che, dietro la maschera di un portamento insospettabile e introverso, nascondeva una vita che sembrava una fiction.» 
Così scrive Giorgio Sacchetti, docente di Arezzo che, partendo da un fascio di lettere inviate a don Pompeo Ghezzi, vescovo di Sansepolcro dal 1912 al 1953, ha ricostruito la vita di Ausenda, raccontandola in un libro uscito quest’anno dalla milanese Biblion Edizioni: “Ribelle fragile, Celestina Ausenda e le reti antifasciste (1936.1946)”. 
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La copertina del libro

Lo stesso Sacchetti ne aveva dato un’anticipazione circa un anno fa, quando aveva lanciato un appello in internet per cercare di avere notizie sull’ultimo periodo di vita della donna ormai settantenne, appunto gli anni calolziesi; sette in tutto, dal 1964 al 1971, trascorsi nel riserbo.
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Giorgio Sacchetti

Sacchetti ci presenta una donna indipendente, che sfida le convenzioni sociali, che compie scelte radicali, ma che ciononostante sconta una fragilità di fondo (da qui, appunto, il titolo di “Ribelle fragile”) che l’accompagna per tutta la vita.
Celeste (o Celestina) nasce a Treviglio il 12 settembre 1893. Perde ancora in tenera età entrambi i genitori, il padre maestro elementare e la madre casalinga. A crescerla è dunque la zia paterna Elvira che deve essere di mentalità abbastanza aperta visto che Celestina può proseguire gli studi, arrivando alla laurea ottenuta nel 1919 all’Università di Bologna. Da due anni, la giovane dà già supplenze fino all’immissione in ruolo coma maestra elementare a Treviglio nel 1923. Poi, nel 1926 ottiene la cattedra di lettere all’istituto tecnico di Cremona dove si trasferisce.
C’è un salto di una decina d’anni, durante i quali immaginiamo la vita quotidiana di Celeste come il consueto tran tran di una docente di provincia. Ma sono gli anni in cui il Fascismo va consolidando la sua presa sul Paese. E a Cremona, fascismo significa Roberto Farinacci, uno dei “ras” più fanatici e feroci: nel 1945, sarà infine fucilato a Vimercate in un epilogo con qualche risvolto lecchese e meratese
Non conosciamo il processo di maturazione politica della professoressa Ausenda, ma indubbiamente è personaggio di spicco nella cerchia dell’antifascismo cremonese. 
Sappiamo che nel 1936 la sua abitazione è diventata già da qualche tempo luogo di “convegni sovversivi”. Scrive Sacchetti: «Si era in effetti costituito un vivace cenacolo cittadino di oppositori, un luogo di discussione e confronto culturale e politico.» E «quel ragguardevole via vai di persone, in alcuni casi note per i loro precedenti, non poteva certo sfuggire all’occhiuto controllo della questura.» Però, «trattandosi di uomini che frequentavano la casa di una donna», le autorità sospettavano più un commercio sessuale che una cospirazione, alimentando anche la leggende di chissà quali perversioni, constatando come gli uomini che frequentavano quell’alloggio vi si recassero più o meno tutti alla stessa ora. «Prefetto e questore avevano palesemente scambiato un pericolosissimo focolaio sovversivo per un postribolo clandestino, inviando quindi in appostamento agenti con la specializzazione sbagliata.» 
Tra i frequentatori del “circolo” c’è anche quell’Arturo Amigoni che poserà la lapide al cimitero di Calolziocorte: commerciante poi disoccupato, iscritto al Psi, già confinato e sottoposto a vigilanza speciale, destinato a condividere con Celeste molte delle traversie politiche. Su un possibile – e forse probabile – successivo legame sentimentale, Sacchetti sorvola pur lasciando intendere, anche se nei verbali delle autorità fasciste i due sono classificati come amanti.
Di fatto, alla fine del 1936, arriva il provvedimento di allontanamento da Cremona di Celeste Ausenda, per motivi di buon costume, di salvaguardia del decoro della classe insegnante. Appunto. Destinazione Brescia, dove dovrebbe prendere servizio il 16 gennaio. 
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La foto segnaletica di Celeste Ausenda

Durante le vacanze natalizie, però, fa perdere le tracce, fuggendo a Parigi proprio con Arturo Amigoni. In un’auto a noleggio si recano a Sanremo, poi in barca superano il confine tra Ventimiglia e Mentone, ancora in auto si portano a Nizza e dopo qualche giorno partono per Parigi dove probabilmente arrivano il 6 gennaio 1937. È la rete clandestina del gruppo di “Giustizia e libertà”, sottolinea Sacchetti.
Da dire che Amigoni non “abbandona” la famiglia: continua a tenersi in collegamento, moglie e figlia lo raggiungeranno nel marzo 1939 «salvo poi rimpatriare nel giugno successivo pare per motivi di salute ed a causa delle disagiate condizioni economiche in cui verserebbe Amigoni a Parigi.»
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Il giornale di Giustizia e libertà

In effetti, Amigoni ed Ausenda vivono una vita di stenti. Collaborano con i fuoriusciti di “Giustizia e libertà. E il 1937 è l’anno dell’uccisione dei fratelli Carlo e Nello Rosselli che di “Giustizia e libertà” sono i promotori. Celeste scrive sul giornale del gruppo con uno pseudonimo maschile, Arturo vorrebbe avviare un’attività di import-export con l’Italia ma naturalmente non riesce perché le autorità italiane fanno problemi.
Per Sacchetti è anche un’occasione per raccontarci il fenomeno del cosiddetto fuoriuscitismo fatto di sospetti, di infiltrazioni, di spionaggio e, come sempre, di rivalità tra i vari gruppi politici che, nonostante la comune battaglia contro il fascismo, non riescono ad arrivare a una vera e propria collaborazione. Archiviata la pur tormentata Concentrazione antifascista del 1927, ciascuno va sostanzialmente per conto proprio. A volte, come hanno rilevato i molti studi dedicati al fenomeno, le varie componenti in cui si riconoscono gli antifascisti italiani all’estero appaiono come mondi incomunicanti e rivali tra loro. Ciò rende ancora più complesse le strategie di sopravvivenza e azione. Ne è testimonianza un tentativo di insurrezione che si vorrebbe fomentare a Cremona ma che viene anticipato dalle autorità fasciste locali con una retata di presunti rivoluzionari desunti da un elenco approntato proprio da Ausenda e Amigoni.
Quando la Francia viene invasa dall’esercito nazista, nel 1940, Amigoni e Ausenda vengono arrestati e carcerati per poi essere avviati nei campi di detenzione di Aquisgrana, Francoforte, Colonia, Monaco di Baviera, Norimberga. Nell’ottobre dello stesso 1940 sono accompagnati al Brennero e consegnati alla polizia italiana. Dopo un periodo in carcere a Cremona, vengono trasferiti a Roma a disposizione del Tribunale Speciale. Ed è proprio in questo periodo che, per una serie di circostanze, Celeste Ausenda entra in contatto con il vescovo Ghezzi. Conosciuto «per le sue aperture al sociale», il presule visita le galere romane e spesso interviene per casi delicati e sostenta i carcerati. 
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Il telegramma per la liberazione di Amigoni 

Il 9 gennaio 1941, vengono inviati al confino sull’isola di Ventotene, dove non sembrano partecipare attivamente alla vita collettiva che vi si svolge, tendendo invece a isolarsi, con ciò alimentando qualche sospetto anche per certe confessioni rese alle autorità che li mettono in cattiva luce nella cerchia di “Giustizia e libertà”. Perché a Parigi, i nostri protagonisti hanno maturato la convenzione di essere stati traditi dal movimento e certe dichiarazioni che emergono dagli archivi di polizia sembrano essere vendicative.
Dopo il 25 luglio e la caduta del Fascismo, i confinati vengono liberati con foglio di via. Amigoni e Ausenda risalgono al Nord, passano da Cremona dove però entrano nel mirino della Guardia nazionale repubblicana di Salò e si trasferiscono a Milano dove partecipano alla Resistenza con la brigate Matteotti (socialiste): «Si trattava, è bene precisarlo – scrive Sacchetti - di ultracinquantenni, un’età (almeno per l’epoca) considerata inadatta alla militanza attiva nella guerriglia partigiana. Di sicuro, ambedue erano privi di curricula militari adeguati e con ogni probabilità erano anche inesperti nell’uso delle armi leggere. Tuttavia (…) si erano accollati un rischioso lavoro di intelligence, peraltro non nuovo visti i precedenti parigini, ma al servizio stavolta del Cln lombardo.»
Nei giorni della Liberazione sono loro malgrado coinvolti nella fucilazione a Sesto San Giovanni di un fascista cremonese che avrebbero voluto risparmiare perché fosse processato appunto a Cremona.
A Italia liberata, sono ancora assieme nel chiedere ai vertici di “Giustizia e libertà” e dell’azionismo, compreso il per poco capo del governo Ferruccio Parri, provvedimento contro quei personaggi che indicavano come infiltrati nel movimento e che sarebbero stati la causa del loro arresto. Una battaglia persa che, anzi, ridiede fiato ai detrattori.
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Infine, il 6 aprile 1964, la settantenne Celeste Ausenda si trasferisce da Milano a Calolziocorte, non sappiamo per quali circostanze (forse qualche parentela?), le viene conferita l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica e il 20 giugno 1971 muore all’ospedale di Lecco per le conseguenze di una grave malattia. E tre anni dopo, all’età di 86 anni, muore a Cremona anche Arturo Amigoni.
Nel 2018, la lista civica “Cambia Calolzio” ha proposto di intitolar a Celeste Ausenda una strada del paese, ma per ora non se n’è fatto nulla.
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Da parte sua, Giorgio Sacchetti ci consegna una riflessione: «Questa è anche una storia sulla forza indescrivibile e sulla tenacia delle donne, delle donne “al tempo degli uomini”. E, al suo volgere, traiettoria di vita di un’anticonformista, ribelle e fragile, di un’antifascista a cui si addiceva la qualificazione di “esistenziale”, piuttosto che quella di oppositrice politica, vorrei meglio definire questa attitudine. È il potere, in tutte le più variegate configurazioni, a proporre e attuare la società organica, idea di uno status quo eterno generata e rafforzata della civiltà industriale e dai totalitarismi novecenteschi. (…) Si tratta di esercitare il controllo, al fine di scongiurare ogni metamorfosi dell’ordine socioculturale prestabilito, di cristallizzare le trame della vita, di incasellare le persone, per impedire di diventare altro da ciò che sono. La nostra protagonista, sottraendosi a tale atto di imperio, ha messo in pratica un’insubordinazione individuale clamorosa contro quello stato di cose che soggettivamente la stava opprimendo. Poi è stata invece travolta dagli eventi, segnata in m,aniera indelebile nella psiche e nel fisico dai pressanti interrogatori di polizia, perdendo la sua scommessa con il futuro. (…) La sua era stata una ribellione disperata contro la “volontà di potenza”.»
“Ribelle fragile” ci offre anche una corposa documentazione: oltre al testo delle lettere inviate da Ausenda al vescovo Ghezzi, ci sono i verbali di interrogatorio e anche gli articoli che la professoressa scrisse, con lo pseudonimo di Jacopo da Campo, sui giornali “Giustizia e libertà” e “Nuovo Avanti” pubblicati a Parigi tra il 1937 e il 1939. Rimane il “mistero” di un romanzo antifascista che la donna scrisse e distrusse ma che in fotocopia sarebbe arrivato «all’Ovra, finito nei “dossier” ed esibito negli interrogatori.»
Dario Cercek
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